Simone simone001
Simone, Thérèse Debaralle
Luogo e data di nascita: Arras . 07/04 1907 (Violette Leduc)
Luogo e data di infezione: Parigi . 1932
Residenza e attività: N/A
infetto - ceppo mediorientale, variante A (vampiro esper)
custode di Villa Béthanie a Rennes-le-Château, sede della corte francese di lady Erodiade
scrittrice
psicometria

avatar - profilo - 13 - morte avatar - profilo - 16 - la torre
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«Dying
Is an art, like everything else.
I do it exceptionally well.

I do it so it feels like hell.
I do it so it feels real.
I guess you could say I've a call.»

(Lady Lazarus - Sylvia Plath)

L'Asphyxie, 1945. Primo romanzo, scritto dopo aver conosciuto Maurice Sachs e Simone de Beauvoir, nel 1942: è pubblicato da Albert Camus per le Éditions Gallimard e riceve altissimi elogi da personaggi come Jean-Paul Sartre, Jean Cocteau e Jean Genet. L'opera è meglio nota nei paesi anglosassoni come In the Prison of Her Skin. Il romanzo esplora, seguendo una scansione associativa piuttosto che cronologica, il rapporto della giovane protagonista (una bambina di età indefinita) con le strane figure femminili che popolano la sua vita: la madre, la nonna materna, le abitanti della provincia in cui vive: alcuni critici vi hanno rilevato un primo germe autobiografico di condanna alla madre Berthe ( « Ma mère ne m’a jamais tenu la main » ), i cui abusi saranno poi denunciati esplicitamente in La Bâtarde, ma anche di affetto nei confronti della nonna Fideline e della zia materna.

L'affamée, 1948. Angosciosa ed angosciante descrizione dell'amore – mai ricambiato –  e della profonda ammirazione e devozione nutriti da Violette Leduc per “LEI” (Simone de Beauvoir). Lei, spiata da lontano; Lei, pensata sino allo sfinimento; Lei, algida e bellissima dea, sempre distante, sempre irraggiungibile ma perfettamente consapevole.
Da una lettera di Violette Leduc, 16 luglio 1949, a Simone de Beauvoir: questi tre baci, tre gemme che vi piacevano, li moltiplico per voi. È una ghirlanda per la vostra vita.
L’espressione “quando avrò posato tre baci come gemme”, comparirà nel testo del racconto “Thérèse et Isabelle”, del 1966.

Ravages, 1955.  Il manoscritto dell’opera viene presentato personalmente da Simone de Bauvoir alle edizioni Gallimard. Il testo fu protagonista di un vero e proprio dilemma editoriale, tanto che persino Simone de Beauvoir , che leggeva e correggeva le pagine della Leduc, iniziava a nutrire qualche dubbio e confidandosi con il proprio amante americano Nelson Algren, dichiarava: “E’ la donna più audace che conosca. Quasi tutti le scrittrici si portano dietro una certa timidezza, anche sul piano letterario, sono troppo insipide, troppo discrete… Lei, con una sensibilità femminile, scrive come un uomo. […] Ci sono pagine straordinarie, sa scrivere venissimo, ma quanto a pubblicarle, impossibile. È una storia di sessualità lesbica tanto cruda quanto la letteratura di Genet". Violette accettò quindi, spesso a malincuore, i suggerimenti dell’amica a tagliare i passaggi giudicati troppo osè o comunque di dubbio gusto. Nel 1954, nonostante il grande lavoro di “rifinitura” del testo e l’appoggio di Simone de Beauvoir e di Jean-Paul Sartre, dopo le critiche di Raymond QueneauJacques Lemarchand, membri del comitato di lettura, l’editore rifiutò l’inizio del romanzo e sottopose il seguito a pesanti interventi censori.
Molti anni prima, Virginia Woolf, affermava: se una donna descrivesse le proprie sensazioni ed i propri sentimenti, così come li vive, nessun uomo li pubblicherebbe. Nel caso di Violette Leduc, le parole della scrittrice inglese assumono un grande valore profetico. Ravages venne pubblicato nel 1955 privo della sua coerenza originale e del suo senso iniziale, quasi avessero tagliato la lingua dell’autrice. Violette Leduc in seguito alla censura e al totale insuccesso di pubblico, si ammalò e divenne preda di un vero e proprio delirio di persecuzione. Molti anni dopo, nell’ultimo volume autobiografico La chasse à l’amour, scrisse: Hanno rifiutato l’inizio di Ravages. È un assassinio.

La vieille fille et le mort, 1958.

Golden Buttons, 1961.

La Bâtarde, 1964. L'opera è di carattere autobiografico e racconta i primi intensissimi 37 anni dell’autrice. Il testo è un successo enorme e quasi vale alle Leduc – rinominata il Genet in gonnella – il premio Goncourt. La prima edizione è preceduta da un'introduzione della stessa Simone de Beauvoir (Violette si interessa a tutti coloro che hanno reinventato per proprio conto la sessualità. L’erotismo, in lei, non diventa mistero né si ingombra di complicazioni; tuttavia, è la chiave privilegiata del mondo; è alla luce della sessualità che Violette scopre la città e la campagna, lo spessore di campane. Per parlarne, Violette si è creata un linguaggio senza leziosaggine né volgarità che a me sembra un successo notevole. […] L’audacia controllata di Violette Leduc è una delle sue più evidenti qualità, non c’è dubbio che le abbia anche nuociuto: scandalizza i puritani mentre i viziosi non si soddisfano), la quale lascia trapelare un pizzico di invidia per lo stile e il coraggio della sua ‘adoratrice’ (Violette: io sono un deserto che monologa; le risponde Simone: io nel deserto ho trovato innumerevoli bellezze). Il romanzo fornisce un’ulteriore panoramica (già accennata in L'Asphyxie) sul rapporto morboso e terribile intercorso con la madre Berthe Leduc: un rapporto di amore e odio, poiché Violette, frutto di un amplesso colpevole, era nata e marchiata ‘Bastarda’, con tutte le implicazioni psicologiche – e non – del caso (suo padre André Debaralle, figlio dell’alta borghesia Valenciana, rifiutò di riconoscerla alla nascita). Più volte, nel testo, Violette si definisce “marito” di sua madre, “fidanzata” dell’adorata nonna Fideline, e spesso  definisce “padre” sua madre; e proprio facendosi forti di tali riferimenti, i critici hanno cercato di legare il lesbismo di Violette alla figura materna, senza però trovare un riscontro certo.
Piccole frasi affannose ci afferrano alla gola: d’improvviso un grande vento ci solleva nel cielo senza fine e l’allegria batte nelle nostre vene. (Simone de Beauvoir)

Thérèse et Isabelle, 1966. Appare la prima volta come una storia d’ispirazione autobiografica – come tutta l’opera di Violette Leduc,  di delicata quanto scabrosa iniziazione all’amore omosessuale in un collegio femminile. Questo racconto è a tutti gli effetti una copia mutilata e rimaneggiata dalla stessa Violette Leduc agli inizi degli anni sessanta e pubblicata solo in seguito al successo ottenuto con La Bâtarde. Il testo nella sua versione originale, che costituiva l’inizio del romanzo Ravages, fu pubblicata nel 1955 in una splendida edizione di sole 28 copie a spese di un generoso amico dell’autrice a cui il libro è stato, poi, dedicato (originariamente il titolo del racconto era: le mie ginocchia corrotte da delizie – successivamente depennato dall’autrice sul testo dattiloscritto –, dedicato a Isabelle P. vero nome dell’amante della scrittrice nel collegio di Douai; successivamente il racconto fu dedicato a Jacques Guérin, una delle “passioni impossibili” di Violette Leduc).  All’inizio degli anni sessanta, su consiglio di Simone de Beauvoir, utilizzò le prime trenta pagine di Thérèse et Isabelle – allora praticamente inedite – nel terzo capitolo di La Bâtarde ( Incipit: « Cominciavamo la settimana la domenica sera nel locale delle scarpe dopo la nostra uscita » ),  con un perfetto ‘innesto’ letterario. Il seguito, con qualche variante, uscì nel 1966.
Nel 1968 Radley Metzger ne trarrà un film con Essy Persson e Anna Gael.

Thérèse et Isabelle (1955): “Più tardi”, mi disse sul collo.” / “Volete che me ne vada adesso? Devo tornare nella mia stanza?” / “E’ necessario.” / “Volete che ci separiamo?” / “Sì.”
La Bâtarde (1964) : “Più tardi”, mi disse sul collo.” / “Volete che me ne vada adesso?” / “Sarebbe più ragionevole.” / Mi alzai: “Volete che ci separiamo?” / “No.”

Lady and the Little Fox Fur, 1967.

La Folie en tête, 1970. Seconda parte della sua autobiografia letteraria, dopo La Bâtarde.
Taxi, 1971. Il romanzo, profondamente controverso, affronta tra gli altri argomenti quello di un incesto tra fratello e sorella: tra gli elogi più alti, l'opinione di Edith J. Benkov che paragona il romanzo ai lavori di Marguerite Duras e Nathalie Sarraute.

Chasse à l'amour, 1972.

Retroscena: N/A .
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