«L’Etemenanki (in lingua sumera scandito É-temen-an-ki
ovvero “casa delle fondamenta del cielo e della terra”)
era la principale piramide a gradoni di Babilonia
e costituiva il fulcro religioso e culturale
non solo della città ma di tutta l’area circostante.»
Balthazar: Praga, Klementinum - centro di ricerca sull'elettromagnetismo.
Ieri abbiamo provato il nuovo LHC dopo l'ultimo potenziamento elettrico. Risultati: non riusciamo ancora a contenere l'annichilimento dell'antimateria, abbiamo incidentalmente fornito alla Repubblica Ceca energia per i prossimi sei anni, io ho un mal di testa come non l'avevo dai tempi del mio primo campo quantizzato e abbiamo osservato un decadimento del 89.9 nella produttività di tutti gli ingegneri. Non credo che quest'ultima cosa in particolare abbia a che vedere con il campo magnetico. Più probabilmente ne è causa il fatto che, per non rischiare di togliere energia a dodici sezioni amministrative della città, ieri a mezzanotte ho dovuto staccare la spina a qualunque altra cosa nell'edificio, compresi i distributori del caffé.
Devo essermi addormentato aspettando che il sistema ritornasse in piedi. E così devono aver fatto anche i miei ingegneri.
Alzo il braccio sinistro dalla poltrona. Che ore saranno?
Appoggio i polpastrelli di pollice e indice alla base delle sopracciglia, premo, strofino verso l'esterno e sollevo la pressione per neutralizzare il mal di testa.
Le pareti del mio studio si accendono una dopo l'altra: agenda, posta, giornali, home page dell'università, interfono, Staroměstský Orloj.
- Buongiorno signor direttore: sono le 13.30, Coordinated Universal Time...
Ho dormito fino alle due e mezza? Dovevo averne, di mal di testa.
...il sole è sorto alle 6.34 e tramonterà alle ore 19.38...
Altre cinque ore di pace, prima di dover uscire: forse posso terminare almeno l'abstract dell'articolo che ho promesso a Scientific American.
...la luna è sorta alle 6.17 e tramonterà alle ore 20.10. Ha raggiunto il suo apice alle ore 13.07 e oltrepassato la fase di luna nuova alle ore 10.00 in punto. -
L'intelligenza artificiale del centro sembra quasi compiaciuta per la puntualità dei corpi celesti, questa mattina: le dodici ore di shut-down forzato sembrano averle fatto bene. Annoto mentalmente di verificare se il sistema ha ripreso ad assorbire memoria sulla lunga durata e mi alzo dalla poltrona, passando davanti alla parete dell'interfono e a quella dell'università. Ho bisogno di una doccia e una tazza di té per rimettermi in funzione correttamente. Oltrepasso la pagina dei giornali e quella della posta senza prestare troppa attenzione.
Týnský Chrám!
Torno indietro e guardo meglio. Non può essere vero.
Chiudo gli occhi ed espiro una boccata di adrenalina vaporizzata. Conosco un solo motivo che potrebbe giustificare quello che vedo.
Telefono, ordino alla casa. Intercontinentale. Preferiti: posizione 1.
Il telefono squilla un paio di volte prima che una vocina elettronica mi chieda, in cinese, qualcosa che il mio traduttore interpreta come una richiesta di comporre l'interno desiderato.
Mi mettono in attesa. Chiedono un codice di autenticazione cui non devo pensare troppo. Finalmente il telefono torna a squillare, e quando qualcuno mi risponde, non gli lascio il tempo di dire nulla.
"Gabriel, ho 623 nuove e-mail, 151 chiamate senza risposta, 48 delle quali solo dal tuo broker, e abbiamo perso lo 0.42% in borsa: c'è qualcosa di cui mi vuoi parlare, per caso?"
Talia: Raggomitolata sulla sedia, continuo a picchiettare le unghie di indice e medio sulla scrivania e la parete vetrata di fronte a me interpreta il suono come un comando da tastiera, continuado a mostrarmi ad intermittenza le pagine principali di Wired e Scientific American. Non so da quanto tempo io lo stia facendo. Ho finito il caffé e sto aspettando la coltura batterica numero cinque, e non riesco a pensare. Non è tanto il fatto che mi abbia chiusa qui, o il livido che mi cinge il braccio destro come un bracciale e che, se non mi fossi autoprocurata per suggestione, sarebbe già guarito. È questa sensazione in fondo allo stomaco, che lo chiude completamente. Sarebbe la terza volta che oggi decide di restituire tutto il caffé, e non so se sia uno degli effetti del ceppo mediorientale che prende ulteriormente possesso del mio corpo o un'altra autosuggestione. Continuo ad avere la sua voce nella testa, a ricordarmi quanto sono stata stupida. Avrebbero potuto uccidermi o espormi, ha ragione. Eppure perché non riesce a interessarmi? Vent'anni sulla luna, vent'anni tranquilli, e una settimana scarsa sulla terra è stata sufficiente a ricordarmi quanto era eccitante la vita a New York. Con Faith, con Henry che ancora non se n'era andato. Con lui che aveva tempo per me, tempo di venire a prendermi in giro, tempo di trovare gli ultimi due biglietti per Esbjörn Svensson, tempo di farmi credere che gli importasse qualcosa anche di me, oltre che delle mie ricerche. Perché vent'anni di parcheggio sul lato oscuro della luna nera non sono stati sufficienti a farmi capire che non sono propriamente un anello fondamentale delle sue giornate? Eppure ieri, mentre mi copriva di imprecazioni in ceco, qualcosa c'era nei suoi occhi. Qualcosa di così simile alla gelosia da farmi perdere completamente il sonno e mettermi in subbuglio uno stomaco, come ad una liceale in calore.
E come una liceale in calore salto sulla sedia quando Scientific American si oscura per consentirmi di raccogliere la telefonata in ingresso. Può essere solo lui. Nemmeno Faith ha potuto indovinare il codice per superare il blocco e parlare con me.
Quando sento la sua voce, che non è la sua, non riesco a controllare una delusione. Eppure è così tanto tempo che non lo sento...
"Balthazar? Hai sbagliato interno." E qualcosa riesce a tendermi i muscoli in una specie di sorriso. "Buonasera."
Balthazar: A darmi il primo allarme non è tanto la voce, che potrebbe essere quella di un avatar femminile che non conosco, quanto il tono. E le credo quando mi dice di aver sbagliato: non sarebbe da lui evitare un confronto.
La mia prima reazione, al limite tra il subconscio e l'istintivo è quella di farmi correre una rapida revisione lungo lo strato superficiale: sostituisco con una giacca da camera il camice spiegazzato oltre ogni riparazione, cambio camicia e do una raddrizzata alla piega dei pantaloni. La riconosco solo al Buonasera.
Non ci vediamo né sentiamo dall'incidente di Seattle, se si esclude qualche partita a scacchi terra-luna. Appoggio alla parete la mano aperta e richiamo il canale video della chiamata. "Talia." Sono solo stupito che Gabriel abbia ceduto a qualcuno l'interno 42.
Talia: Raggiungo il monitor mentre si accende e appoggio la mano su quella superficie, così calda e morbida per essere vetro. "Ehi"
Siamo stati quasi amici per quindici anni e quasi amanti per quindici minuti, oltre che quasi morti per quindici secondi. Non so mai esattamente che grado di confidenza io possa concedermi prima di vederlo ritirarsi nel suo guscio a prova d'acq... di fuoco. A prova di fuoco.
"Come... Come va?"
Dio che cosa stupida da dire! Ci sono sempre così tante cose che vorrei chiedergli, e ogni volta ci riduciamo a parlare del tempo. Quando non facciamo interminabili partite a scacchi con 2.39 secondi di delay senza che io abbia il coraggio di dirgli nulla. Mi sento di nuovo come una studentessa, questa volta alla revisione della tesi. Perché riesce a farmi sentire così?
Perché sto parlando con tremila anni di ricerca scientifica, ecco perché. È corretto che mi faccia sentire così.
Balthazar: E come vuoi che vada? Va come a uno che si è appena svegliato nel mezzo di un pandemonio mediatico e non ha ancora capito di che cosa si tratta. ”Bene, ho un nuovo collisore adronico.”
Con la coda dell’occhio sto scorrendo la posta sulla porzione di parete libera dall’immagine: la dottoressa ha dei residui di Ava Gardner attorno agli occhi, quindi non è il caso di chiedere come vadano le cose con quel disgraziato di mio figlio. ”Tu? Sei già riuscita a rimettere in equilibrio la disincronosi circadiana?” Quello di ritorno dalla luna dev’essere qualcosa al cui confronto un normale jet-lag Praga – Shanghai appare ancora più risibile.
Nulla sembra distinguersi dalla massa delle nuove e-mail. Ovviamente tutte senza tag, ovviamente tutte con priorità altissima, ovviamente tutte con soggetti altamente esplicativi quali Problema e Domanda. Scorrono i secoli, ma gli imbecilli riescono sempre a conservare una loro specificità.
Talia: Sorrido. ”No, sono ancora sulle trentasei ore.” Non è un brutto ritmo: più tempo per leggere e studiare, sono sicura che tu lo sappia già. L’unico problema è che non puoi condividerlo quasi con nessuno, ma dove sarebbe la differenza? Lo vedo distratto e vorrei quasi chiedergli se c’è qualche problema, ma più di ogni altra cosa vorrei che lui lo chiedesse a me. Mancano duecentocinquanta giorni esatti al 10 dicembre (sì, ho fatto i conti, non avevo molto altro da fare), eppure a me sembra che manchino duecentocinquanta secondi, mi sembra di essere al bordo di un palco, la mia entrata è fra poco e non ho ancora deciso se voglio entrare. E non riesco a far stare fermo Gabriel cinque minuti per parlargliene, non riesco nemmeno a fargli capire che ne dobbiamo parlare: sembra che a lui appaia ovvio, ma non so se gli appaia ovvio che io voglia ritirare il nobel o altrettanto ovvio che non me lo lascerà fare. ”Stavo leggendo la tua intervista su Wired.” Bugia. La stavo rileggendo per la quarta o la quinta volta, e tecnicamente nemmeno quello: stavo saltando distrattamente sulla pagina.
Balthazar: Tu e altri 25.497 visitatori, tesoro, almeno stando alle statistiche che mi lampeggiano sulla parete di fondo. Alzo un sopracciglio. ”Ah sì? Davvero è già uscita?”
Alla sinistra della dottoressa, credo di aver finalmente trovato un’e-mail che si distingue e l’unico motivo per cui l’ho notata è che era marcata con la freccia blu della bassa priorità. L’idiozia di Gabriel è genio al 97%.
Oggetto: falle ricomprare tutte
Corpo del testo: poi ti spiego
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Il mio cinese non si spinge oltre 再会 e 中文, ma il mio traduttore automatico sembra averlo interpretato come borsa di Shanghai e averlo inoltrato al broker giusto. Dio benedica il XXII secolo: mi pare che uscire dallo scherzetto dei Peruzzi fosse stato tutto fuorché altrettanto rapido.
”Mi aspetto di trovarti in copertina a dicembre.” Tanto vale introdurre l’argomento e smettere di girarci attorno: sono sicuro che tu voglia dirmi qualcosa a riguardo.
Talia: Provo a ridere come se fosse uno scherzo, ma non mi riesce molto bene. Dio se mi piacerebbe! ”Non mi dispiacerebbe, ma non so ancora se… se sarà possibile.” Quando ho iniziato a trovare qualcosa di concreto sul virus, la notizia che volessero uscire allo scoperto è arrivata inaspettata come un colpo di cannone sulla luna e ancora non ho capito quale sia stato esattamente il motivo. Non credo ai motivi troppo filosofici. E ora lui dà per scontato che accetterò il nobel: sa qualcosa che io non so?
Balthazar: Non fatico a immaginare che Gabriel le stia dando l’impressione che ci sia qualche problema: una volta che uno scienziato di nascita successiva al 1900 ha ricevuto una nomina del genere, diventa impossibile tenerlo fermo. E tuttavia mi sembra poco saggio oltre che scortese non mostrarmi sorpreso, a meno di fraintendere. ”Lo so, è una rivista fin troppo commerciale, ma questo è il secolo in cui viviamo. Figurati, ho ricevuto una richiesta da Rolling Stones.” E sto per accettarla.
Prima però devo riuscire a preparare un comunicato stampa sull’esperimento di questa notte, possibilmente trovando un modo elegante per dire non abbiamo ottenuto nulla di quello che volevamo e almeno cinque cose che non avremmo voluto. Già ho sotto casa una piccola folla di dimostranti convinti che io possa creare un buco nero sotto Praga. Sono timori così… così del secolo scorso.
Talia: Rolling Stones? Ora si esagera! Però Wired… ”Il problema non è la rivista: non sono ancora sicura di voler… fare outing.” Per te era più semplice: non ti pensavano morto. E quando hanno provato ad ucciderti, si sono trovati di fronte tremila anni di fisico quantistico incazzato (quando non si sono trovati di fronte Gabriel ancora più incazzato, che è decisamente peggio). Io non posso neanche uscire per un aperitivo senza qualcuno in grado di salvarmi dai sintomi del saturnismo con qualche iniziativa oltre il limite della follia. Eppure mi domando cosa si debba provare, ad essere in grado di badare a se stessi.
Balthazar: Eccoci giunti al punto. C'è voluto persino meno di quanto mi aspettassi, sto abbozzando il comunicato stampa sull'altro monitor e sono appena a metà: sto riuscendo a far sembrare che l'accidentale fornitura di energia in eccesso fosse l'obiettivo primario del test di ieri sera e vediamo in quanti se la bevono senza interpellare un'assemblea straordinaria degli azionisti. Il vantaggio di avere un'azienda che dichiara di battersi per l'open source è che la gente tende automaticamente a credere a qualunque cosa uno pubblichi.
In ogni caso, mi sembra così scontato che debba uscire allo scoperto, e non lo dico soltanto perché possiedo quel 35% dell'operazione Minerva con cui sono riuscito a farmi il Large Hadron Collider nuovo. "Non è scontato, è vero, ma c'è tempo per pensarci. Quanto tempo manca?" Lo saprei anche se la parete in fondo non stesse lampeggiando un 250, ma vediamo se anche lei sta tenendo il conto.
Talia: Non posso fare la figura di quella che sta tenendo il conto come una liceale prima del ballo delle debuttanti, così tento un'espressione innocente. Dio, sono pessima a mentire! "Non lo so... duecentocinquanta giorni?" Brava, Josephine, ottimo lavoro. Bella figura di merda. Devo assolutamente sviare il discorso e mi aiuta il trillo dell'apparecchiatura che termina l'ennesimo test sul dna del coniglio. "Conosci per caso un buon genetista?"
Balthazar: La gente che non è capace di pronunciare la più semplice delle bugie, davvero, mi riempie di sconforto per il futuro dell'umanità. Sto cercando un modo di non farle notare nulla, e nel frattempo scorro le e-mail multiple dei miei broker. È stupefacente: il mio digital broker di Singapore sembra aver inventato un nuovo approccio alla finanza: dopo il toro e l'orso, abbiamo lo struzzo. Non ha venduto, non ha comprato, non ha scritto. Probabilmente è morto e io non l'ho saputo. Sarà meglio per lui.
Parlando di struzzi, Josephine ha deciso di cambiare argomento e io, davvero, non trovo la concentrazione per riportare la conversazione dove dovrebbe essere. "Genetista?" Do per scontato che non si riferisca ad un normale specializzato nello studio delle leggi dell'ereditarieta: di quelli dovrebbe avere fuori dalla porta una fila lunga fino a Pechino. "Ce n'erano molti nell'Europa Centrale tra il '33 e il '45 del XX secolo, ma molti sono stati messi in... come dire... prepensionamento vitalizio." Perché mi stai facendo questa domanda? Che fine hai fatto fare al tuo genetista? O, più probabile, che fine gli ha fatto fare Gabriel...
Talia: Aggrotto le sopracciglia e inclino la testa di lato. "Scusa?" Ho idea che sia un qualche tipo di eufemismo, ma non riesco a capire. Intende durante la seconda guerra mondiale? Cos'è capitato? A parte la seconda guerra mondiale, intendo. Della quale onestamente m'importa fino a un certo punto.
Balthazar: Sospiro. Ingenua come... come... come uno scienziato. "Diciamo che la Germania Nazista aveva offerto molte opportunità a medici e genetisti di un certo tipo, come immagino saprai." Non lo do per scontato. È pur sempre americana: la loro ignoranza di qualunque cosa non sia storia americana, è praticamente leggenda. "Dopo il rapporto Vrba-Wetzler, e specialmente dopo il '44 quando abbiamo iniziato ad apire i campi, ci siamo preoccupati di fare due domande ai medici coinvolti. Chiedi a Gabriel dell'Operazione Morana." Un modo elegante per informarla che ci siamo presi sulle spalle l'onere e il rimorso di rimuovere dalla faccia della terra diverse centinaia d'anni di ricerca genetica, motivo per cui oggi è così difficile trovare un genetista che abbia davvero dell'esperienza. Spero lo capisca: non voglio entrare troppo nel dettaglio delle nostre operazioni belliche. La guerra è sempre una tale perdita di tempo, fatte salve alcuni inaspettati benefici collaterali.
Talia: Mi viene da fare un passo indietro. Che cosa avete fatto? So qualcosa dell'operazione anthropoid, anche se Gabriel non sembra parlarne molto volentieri: questa mi suona nuova. "Stai cercando di dirmi che avete ammazzato tutti i genetisti nati prima del 1945?" Non posso crederci. Non voglio crederci. So che sono successe cose poco belle a Praga in quegli anni, ma tu sei per la ricerca e la diffusione della conoscenza, e Gabriel mi ha quasi sempre supportato almeno quanto te. Perché prendersela con gli scienziati? In fin dei conti stavano facendo... va bene, esperimenti poco etici, ma esistono i tribunali. E poi, cosa rende illegale un esperimento quando è lo stato a consentirti di farlo? Penso alle mie ricerche sulla luna e... no, scuoto la testa. "Ho capito male, scusa."
Balthazar: Per evitare di esprimere il concetto con il linguaggio pittoresco che userebbe mio figlio, mi limito a pensare che è troppo surreale per essere davvero così. Provo a ricredermi sull'incapacità di mentire. Ma davvero non ci riesco.
"Tecnicamente la genetica come la intendiamo oggi nasce solo nel 1953 con la cristallografia a raggi X."
Cosa vuoi, una dichiarazione elettronica certificata e controfirmata in cartaceo?
Dal piano di sotto mi stanno chiamando: l'interfono lampeggia con un'insistenza che può venire solo da Nikola. Conoscendolo, avrà capito il motivo degli scarsi risultati di ieri sera. Nel frattempo il comunicato stampa mi è venuto quasi credibile. E la dottoressa americana in parte mi ha aiutato a infonderci una certa freschezza e ingenuità che probabilmente i miei PR elimineranno prima ancora di passare il tutto al correttore di bozze. Le mie parole passano sempre attraverso talmente tante mani che alla fine, quando tornano a me per l'approvazione finale, non sempre le riconosco. XXII secolo. Ha i suoi pro e i suoi contro. Come ogni secolo.
Talia: Rido. È talmente evidente che mi sta prendendo in giro! Passo la mano attorno al livido che mi stringe il polso, come se davvero fosse un bracciale. "Dai." Non so come mai ma mi viene da cambiare argomento un'altra volta. Mi passa quasi per la testa il pensiero che in realtà io non voglia sapere, ma è appena un momento: mi sfiora le sinapsi di striscio senza lasciare troppe tracce. Sono sicura che non possano aver fatto una cosa del genere. "Quando vieni da questa parte del mondo?"
Balthazar: Perfetto.
Se tu vuoi ignorare la realtà, non è un problema mio. Tutt'altro. Mi solleva dall'onerosa responsabilità di spiegarti cosa succede ogni volta che ti schieri dalla parte che perde la guerra in corso.
Appoggio una mano alla parete per spostare l'agenda di due schermate. Sembra che tra i miei appuntamenti sia esploso qualcosa: ho frammenti di giornalisti spalmati su almeno tre settimane. Quante volte ancora devo dire a Nikola di non spezzarmi le interviste? Niente. Agenda da riorganizzare. Solo un appuntamento, in rosso, aspetta ancora di essere confermato e sembra aver trovato il sistema di aggirare il filtro che li dirige tutti al mio assistente e alle mie segretarie.
- 7 aprile 2106 -
- Il 15 mi arriva la Gioconda: ceniamo insieme, prima che sia troppo tardi? -
G.
Rifletto. Tolgo il portasigarette dalla tasca della giacca e me ne accendo una avvicinandola al palmo della mano. Ma sì: la famiglia è sempre la famiglia. "Cosa fai l'otto di aprile?"
Talia: Sbatto le palpebre e non sono del tutto certa di aver visto bene quello che ha fatto: ha appena acceso una sigaretta con il palmo della mano? Pazienza. Questo stupore non è nulla in confronto a quello di fronte alla domanda che mi sta facendo. Probabilmente dovrei darmi un contegno, controllare l’agenda, fingere di spostare qualche appuntamento. La verità è che da quando sono tornata sulla terra è come se non esistessi più per nessuno: le comunicazioni con la luna sono lentissime e la trasmissione di dati sensibili è bloccata per motivi di sicurezza. Sono riuscita a concludere tutte le fasi in corso dei miei esperimenti prima di partire, ma l’idea che ora i miei medici siano a Chang’è a grattarsi il mento mi fa impazzire quasi quanto quest’ozio forzato. Ho tutta la strumentazione che voglio, sia chiaro, Gabriel si è superato anche questa volta, eppure non riesco a trovare il coraggio di dare il via a nulla di veramente importante. Non fino a quando non avrò deciso se intendo rimanere qui o ritornare in orbita. E quindi non fino a quando non saprò se tornare viva o meno.
”Sì! Intendo, no.” Qual era la domanda? ”Non ho impegni.”
Poi mi sorge un dubbio: non darà per scontato che andrò io a Praga, vero? Odierei dovergli spiegare che suo figlio mi ha chiusa dentro, suonerebbe quasi come una richiesta d’intervento e credo di sapere già come andrebbe a finire. Ma no, gli ho domandato quando viene da queste parti. Non dovrebbe esserci pericolo.
Balthazar: Controllo l’agenda un’altra volta. Sì. Se parto il 5 con il volo notturno posso arrivare a Parigi in tempo per essere in albergo il 6 mattina.
Nota mentale, far controllare alle segretarie a che ora sorge il sole in Francia. Quello con Amon-Ra è un conflitto d’agenda che non posso più permettermi da qualche annetto.
Posso parlare alla Sorbona il 6 pomeriggio come previsto e dovrei riuscire ad agguantare uno shuttle per essere a Shanghai il 7 sera. Mi dispiace non poter fare tappa su Chang’è, ma posso sempre farlo al ritorno. ”Bene, abbiamo un appuntamento, allora.” Ometto accuratamente di menzionare che arriverò con un giorno di anticipo: voglio prima parlare con Gabriel a quattr’occhi (o con tutte le paia di occhi che saranno necessarie). ”Ma stai cercando un genetista?” Ripensandoci forse posso recuperarne ancora un paio.
Talia: Mi mordo il labbro. Potrei averlo già trovato... "Se ti do un nome, tu riesci a procurarmi qualche informazione? Forse ho trovato un possibile candidato qui a Shanghai." Mi fermo. Cosa sto facendo? Sto tradendo uno che è stato pronto a lanciarsi dall'ottavo piano con me? Ma no! È così evidente che Balthazar non dice sul serio! E a me serve sapere chi fosse quel tizio. "Hai da scrivere?" Mi rendo conto solo alla sua occhiata dell'idiozia della domanda, e gli detto il nome del cinese come lo ricordo. Che strano. Mi sento come se avessi fatto una cazzata.
Balthazar: Annoto distrattamente il nome sulla parete alla mia sinistra mentre aspiro una boccata di fumo. La espiro di fronte a me, facendo in modo che le nasconda anche la più lontana ombra dell'espressione seccata che non mi concedo. Va bene che posso facilmente entrare in più o meno qualunque database del pianeta (eccetto il mio, alle volte, quando i miei tecnici esagerano con la manutenzione ordinaria), ma voi di Shanghai mi avete preso per Wikipedia.
Un momento.
"T'ien Tao hai detto?"
Il mio cinese è pessimo, ma quello del mio traduttore istantaneo non dovrebbe esserlo, e mi rimanda un significato piuttosto preciso. Chiaramente uno pseudonimo. Potrebbe essere una ricerca complicata.
"Resta in linea."
Tolgo la sigaretta dalle labbra prendendola tra due dita e lascio nell'aria una striscia come la vena d'oro in un marmo di Calacatta nell'abbassare quella mano verso il pavimento. Obbediente, la poltrona di Mies mi raggiunge muovendosi come un paguro bernardo. Proietto a mezz'aria la mia tastiera PLUM dinamica e mi siedo. Mando un po' più di sangue alle dita delle mani, mi concedo un'altra boccata di fumo e, sempre tenendo la sigaretta tra le due dita più comode della destra, inizio con il lanciare una banale violazione al database dell'ufficio immigrazioni speciali shanganese. "Puoi darmi qualche dettaglio in più?" Più per curiosità che per altro.
Talia: Mi guardo alle spalle, verso la porta scorrevole della camera. Certo, se Gabriel dovesse entrare in questo momento la cosa sarebbe abbastanza imbarazzante. Fino a dove posso spingermi? "Ceppo mediorientale variante B. Ha un ristorante nella città vecchia, usa ingredienti... particolari. - strofino la mano attorno al polso destro e mi guardo ancora alle spalle. - Cinese, di aspetto piacevole. Di una cortesia estrema, molto... molto orientale. Dimostra una trentina d'anni, ma..." Mi fermo. Sarà il caso di raccontargli anche del discorso su Mengele e dei miei sospetti sulla sua età? Balthazar dovrebbe aver già capito che sto cercando un infetto, non è opportuno entrare troppo nei dettagli. Anche se potrebbero magari essergli utili per scoprire qualcosa in più. "Posso chiederti un favore?"
Balthazar: Un altro? Comincio a pensare di averla viziata, o che l'abbia fatto Gabriel.
"Ma certo."
Cerco di seguire le contorsioni sintattiche del traduttore. Copio il cinese dalla schermata precedente e lo incollo. 先天道. È poco confortante sapere che chiunque possa entrare così facilmente. Certo sarebbe infinitamente più semplice se io sapessi il cinese.
Il database dà un risultato... bizzarro. Così, a una prima occhiata, sembra una versione cinese di Heinrich Kramer, solo un po' meno pubblicato. Ha scritto un discorso contro la teoria del virus, e ovviamente risulta essere mediorientale ceppo A. Esper del cazzo Quando trovo un'immagine, mi allungo sulla poltrona e accavallo le gambe mentre il programma cerca di astrarre i tratti somatici e di cercare in rete altre immagini della stessa persona. Dove l'ho già visto?
Ah.
Kang Youwei.
No. Direi che potrebbe non essere lui. "Sei sicura?"
Talia: Sembra che non stia trovando quello che cercava. Eppure solitamente è così facile per lui. Magari lo sto fuorviando io, con la mia reticenza e il mio eccessivo entusiasmo. "Il ceppo è una mia ipotesi, potrebbe essere anche un norreno. Volevo... - continuo a domandarmi se non sia tutto incredibilmente stupido o comunque piuttosto sbagliato. -... puoi evitare di parlarne con Gabriel? È... una faccenda un po'... vorrei parlargliene io, ecco, e non ho ancora avuto l'occasione." Proprietà di linguaggio, sguardo alto e sicurezza di te, Josephine, accidenti! Sei un medico che sta cercando informazioni su un potenziale collega, perché la cosa ti agita tanto? Dovresti poterlo dar da fare ad una qualunque delle segretarie di questo posto, senza troppi problemi. Certo, se non fossi chiusa nella mia stanza e non avessi le chiamate in uscita bloccate.
Balthazar: "Certamente."
Certamente c'era la possibilità che me ne dimenticassi, ma ora sarà la prima cosa che farò quando chiuderò la comunicazione. Anche perché penso di aver capito, più o meno, a cosa era dovuto il sommovimento del mercato orientale questa mattina e, anche se me ne pentirò, vorrei proprio che mi raccontasse cos'è successo.
Niente.
Devo mettermi a studiare il cinese: questa situazione mi infastidisce.
"No: devo darlo da fare a qualcuno che ha più tempo da dedicargli." E spero capisca, ringrazi, e non torni sull'argomento. Ricevo da Nikola una raffica di messaggi in sequenza di Fibonacci (1 nuovo messaggio ... 2 nuovi messaggi ... 3 nuovi messaggi ... 5 nuovi messaggi ... 8 nuovi messaggi): vuole sapere cosa rispondere al direttore della filarmonica di Shanghai secondo il quale il sistema che abbiamo venduto al teatro sarebbe stato oggetto di un hackeraggio.
Appoggio le dita sulla tastiera e il sistema mi completa la frase automaticamente dopo tre lettere. La uso veramente così tanto?
- Neghiamo subito pubblicamente ogni responsabilità. Poi recuperami le registrazioni di ieri sera e verifichiamo: se davvero non siamo responsabili, possiamo offrirgli un'analisi gratuita per individuare il problema. - Non mi considero responsabile di alcuna violazione se la password dell'admin era 12345 o admin, che sia chiaro. E ora capisco bene perché i nostri azionisti asiatici all'apertura dei mercati hanno iniziato a vendere come se fosse il loro ultimo giorno su questo pianeta.
Talia: No!
"Aspetta. Ha menzionato qualcosa...- cazzo cazzo cazzo -...sugli esperimenti di Mengele. Potrebbe essere stato in qualche modo coinvolto dopo la guerra, aver partecipato a un recupero di documenti..."
Improvvisamente ho la gola secca. Un bicchiere d'acqua mi guarda dalla scrivania. Viscido, freddo liquido senza colore, con quell'aria così innocente, fino a che non scivola nella gola, si blocca, soffoca. Laringospasmo. Mi definiscono idrofoba, li ho sentiti, eppure non è così. L'olio è idrofobo. Io assorbo e trattengo acqua, e come. E con essa i miei nervi sembrano uscire dalla sede, infilarsi tra le dannate molecole e raggiungere punti che non voglio raggiungere. È stato Gabriel a versarmi quel bicchiere, e - anche se non è scientifico - me l'immagino ancora pieno del suo rimprovero e della sua rabbia. Deglutisco. Sento già la gola stringersi.
Balthazar: Mi alzo dalla sedia, che arretra come se l'avessi spaventata. E probabilmente è così. Aspiro una boccata di fumo. A margine della parete, Nikola è in preda ad un'escalation di isteria: devo scendere prima di trovarmi un involontario fulmine globulare che sale le scale.
Appoggio le dita sulla proiezione della tastiera e riservo appena uno slot di memoria ad elaborare quello che mi ha detto la dottoressa. "Davvero? Questo è interessante." Certo. Sono passati centocinquant'anni. Secondo te può ancora interessarmi quella faccenda? Se davvero dovessi legarmi al dito ogni piccolo stronzo che dà peso a esperimenti sgradevoli, dovrei avercela ancora con tutti i seguaci di Ηρόϕιλος e qualunque medico abbia antenati arabi. Per piacere. Ho altro da fare. E poi non credo nella riservatezza dei documenti: se qualcuno ha trovato quella roba e l'ha letta, buon per lui. Certo, vorrei sapere se ci ha trovato qualcosa di buono e, in quel caso, cosa abbia trovato di buono tu in lui.
Leggo l'obiezione di Nikola.
- Sì, ma se poi è colpa nostra?
Sospiro e rispondo.
- Non lo è. -
Anche questo, ma dove vive? Che importanza ha se è o non è "colpa" nostra? È ovvio che voglio sapere cosa sia successo, ma di qui ad ammetterlo pubblicamente - anche nel caso - c'è comunque un differenza piuttosto sostanziale.
"Dai, scavo un po' e ti faccio sapere." Più probabile che ti farà sapere qualcosa Gabriel: certo, non sono sicuro che il suo atteggiamento sia permissivo quanto il mio, al momento, ma io ho una montagna di log sotto cui non vedo l'ora di infilare la testa. "Ti devo lasciare, ho un appuntamento." Con la mia tanto sospirata tazza di té. Devo stare più attento, quando compongo i numeri d'interno di quel posto.
Talia: Chiude la comunicazione senza salutare, senza lasciarmi il tempo di fermarlo. Rimango lì con il mio bicchiere d'acqua in mano. Acqua. E il diluvio universale che si è scatenato fuori dalle finestre non aiuta a mettermi a mio agio: intuisco la pioggia dal rumore, oltre i vetri oscurati che ricoprono la parete verso cui sono voltata. Quella parete che da accesa potrebbe mettermi in comunicazione con il mondo, se solo qualcuno non avesse ritenuto opportuno spegnermela come si tolgono le chiavi del motorino ad una ragazzina.
Cazzo!
Il pavimento e le pareti tremano, nella casa si è fatto largo un tuono come la voce di Dio in persona, seguito da un altro. Ma non dicevano che marzo - aprile è il periodo con il clima migliore, per visitare la Cina?
