Di fronte al Bund, raggiungibile tramite il tunnel sotto lo Huangpu o via acqua attraversando il fiume, si estende il tappeto di grattacieli e ferrovie sopraelevate che costituisce il corpo della città nuova. Malfamato sobborgo in cui è meglio non mettere piede o ultimo baluardo della città viva contro l’avanzata dell’infezione? Molto dipende dal vostro stato civile, ovvero dal vostro essere o meno morti. Gabriel: Aggiusto le mostrine da sturmscharführer sul colletto e mi guardo allo specchio. Cazzo, sembro uno dei cattivi di Indiana Jones. E uno dei cattivi dell'ultimo Indiana Jones, quello con i vampiri palmati e gli atlantidei.
Alle mie spalle, mio padre sembra pronto. Al è in terrazza che si occupa del temporale, sperando non esageri, mentre Tesla sta passeggiando avanti e indietro nella camera accanto e un rosario tra le mani sarebbe l'accessorio di scena perfetto. Il mio accessorio di scena, invece, è per così dire un falso d'autore: una FN 1910/22. Non ho avuto moltissimo tempo per costruirla e non sono affatto sicuro che non mi si incepperà come l'originale, ma almeno non dovrebbe scoppiarmi in faccia come avrebbe fatto un pezzo autentico del '42. Ma a scanso di equivoci ne controllo un'ultima volta il funzionamento sganciando e infilando il caricatore. Comportati bene, tesoro.
Mio padre fa no no con la testa. Che cazzo c'è, adesso? "Oh, andiamo, non posso seriamente presentarmi disarmato: a questo punto tanto varrebbe mandarci l'americana nuda e con una rosa in bocca." Soprattutto visto che generalmente sono un mutaforma abbastanza inservibile, nei primi quindici secondi dopo essere passato attraverso un wormhole, e in quindici secondi possono succedere un numero fottuto di cose spiacevoli, se dall'altra parte ad attenderti hai una ventina di esper nazisti che stanno cercando il Santo Graal per salvarsi il culo e non sanno come impiegare i loro Flammenwerferen. È anche per questo che ho assunto l'aspetto del Kapellmeister, qui: l'esperienza mi insegna che nessuno spara ad una versione leggermente più vecchia di te che esce da un portale spazio-temporale, almeno fino a che non è lui ad aprire il fuoco per primo. In ogni caso... "...ho sempre portato avanti e indietro oggetti metallici, papà, prima che arrivassi tu, e alla festa di Wuxia avevo talmente tanto ferro nel sangue che..." Che cazzo è quello sguardo? Oh, non mi piace quello sguardo. È come se avessi appena detto che ho preso la patente alla Miskatonic University. "Cosa c'è?" No. È come se avessi appena detto che ho preso la patente con un corso per corrispondenza della Miskatonic University. "Che cazzo c'è? C'è qualcosa che non mi stai dicendo?" Proprio io, poi. In fondo ti sto solo tenendo nascosto che siamo seduti su una bomba e che la mia Signora è bloccata in un periodo dell'anno in cui... va bene, lasciamo perdere. Riformulo. "C'è qualcosa che dovrei sapere?"
Al: La conversazione più surreale di cui abbia memoria si è tenuta nel 2013, e me lo ricordo perché è cominciata parlando del fatto che, per quanto riguardava la corte di New York, i Maya ci avevano preso in pieno. Era il mio primo temporale a Shanghai e stavo trovando l'aria cinese molto meno cooperativa di quella americana, come se mi stesse facendo blocco contrario un qualche sindacato neocomunista delle correnti ascensionali. Il nostro chef sosteneva che fosse come preparare un soufflè, e io rifiutavo l'ipotesi di farmi dare lezioni di stregoneria da un licantropo. Mentre sono qui sulla terrazza in cima all'Oriental Pearl Tower, però, mi ritrovo però a pensarla esattamente in questi termini: se non rimango concentrato, questa tempesta rischia di sgonfiarmisi appena tirata fuori dal forno, diventando una pappetta inservibile di pioggia.
Rimanere concentrati.
È facile dirlo, con Gabriel che si sta vestendo come il cattivo di un film del neorealismo italiano e il padre della corrente elettrica alternata che alterna nervosismo a momenti di panico magnetico proprio al di là di questa vetrata. Il primo tuono di un temporale dovrebbe essere come un brontolio nello stomaco di Satana: questo sembra il lamento di un gattino cui hanno lanciato un gomitolo. Posso fare di meglio. Che almeno il gatto sia in scala e il gomitolo delle proporzioni di Giove, se proprio il raffronto deve essere quello: cosa penserebbe la mia Signora sentendo questo lamento stentato provenire dal cielo?
Gabriel: Non mi piace questo tuo modo di cambiare argomento, papà, e non mi piace la tua domanda. Capisco che volevi evitare la mia, ma di tutti i momenti hai scelto proprio questo per chiedermi come sia attraversare un wormhole? Proprio nel momento in cui sto cercando di non pensarci? Perché la verità, nel caso tu voglia davvero sentirla, è che attraversare un wormhole fa schifo. Immagina una partita di D&D live in cui il Grande Cthulhu in persona stia impersonando il suo Mind Flayer di livello epico. Ora fagli fare un tiro per risucchiarti il cervello nelle profondità dell'infinito (ma, fidati, credo che lui possa tranquillamente prendere venti). Mai provato? Beh, neanch'io, prima di infilarmi nel primo wormhole con Ero. Era il 1835, quando mi ha riportato a farsi mostrare per la prima volta la mia Istambul del 1570. Ho sputato sangue per i successivi quarantacinque minuti.
Meglio non pensarci.
Tesla è rientrato e si è portato accanto alla plancia dei comandi, come a controllare se siamo già a velocità warp o se i motori a curvatura... beh, papà, non ti posso più rispondere. Non ne avevo comunque intenzione, ne parleremo un'altra volta: sto proprio cercando di non pensare a quella sensazione di essere sospesi, intrappolati, in un singolo momento d'infinito. Quella sensazione senza un quando o un dove sarebbe in grado da sola di allentare le viti in testa ad una persona che non fosse già sufficientemente matta e non riesco a scacciare dalla memoria quest'immagine di te che mi dici che così muoiono gli esper, come in una canzone brutta degli U2: stuck in a moment you can't get out of. Ma lei no, non lei. Se trovo io la spinta per completare l'attraversamento, per lei dev'essere come passeggiare sulla riva della Loira con un libro in mano. Prendo dal tavolo ciò che mi manca, compreso il portasigarette alleggerito (prego, papà, eh?) e il regalo per lei. Andrà tutto bene.
Al: Così va meglio. Va anche troppo bene, cazzo. Forse non è più tempo di rimanere in terrazza con un fiore in mano come il matto dei tarocchi e raggiungere il nostro matto, dentro. Sì, perché solo un folle può pensare davvero di andare dove vuole andare affidandosi a uno come Nikola Tesla, anche se a ben pensarci ciascuno di noi in fondo si affida un po' a lui, ogni giorno, quando accende la luce di casa o attacca il rasoio elettrico. Non io: io d'ora in avanti smonterò tutte le lampadine nel mio sotterraneo, farò scollegare tutte le prese e se qualcuno vuole energia dovrà procurarsela alla vecchia maniera o sfruttando le intemperie, con un dito per aria e un trasformatore nel culo. Un'immagine che rispecchia abbastanza la condizione in cui mi sento io in questo momento. Ma vogliamo farlo davvero? E davvero senza lady Erodiade? Avevo immaginato che sarebbe stata quantomeno presente e ora non so se rallegrarmi che non potrà assistere ad un'eventuale fallimento o preoccuparmi perché in caso di fallimento non potrà intervenire. Gabriel, al centro della stanza, si è fatto scrocchiare il collo come a dire che sì, vogliamo darlo davvero e vogliamo farlo adesso. Il dottor Konstantinovic ne sembra altrettanto sicuro. Io, dopo aver parlato con Tesla, devo confessare che non vedo l'ora di vedere come farà per dimostrargli che non è come sostiene lui. Mi guarda. Lo guardo. E quindi? "Allora, vogliamo andare?"
Scusa?
In che senso no?
Gabriel: Porca puttana, lo sapevo che sarebbe successo, lo sapevo. "Voi che avete un cuore - disse l'omino di latta - avete qualcosa che vi guidi e quindi non potete mai agire male, ma io non ho cuore e quindi devo stare molto attento a non ferire nessuno: quando il mago di Oz me ne avrà dato uno, potrò smettere di preoccuparmi." Ed è una fortuna che il mago di Oz in questo frangente sia mio padre, perché io all'omino di latta avrei sparato nei denti una granata caricata ad anioni ossidrili, un po' come ho tanta voglia di provare la FN 1910/22 su questo deficiente che mi sta di fronte. Ti giuro Nikola che se mi fai fare tardi con la mia Signora, io... "...ti prendo a calci nel culo fino alla costa del Siam." Uh? Devo essermi distratto: mio padre non può aver davvero detto quello che mi è parso di avergli sentito dire.
O forse sì?
Mi specchio incredulo nell'espressione incredula di Tesla. L'ha detto davvero. Forse ha ragione Nikola: forse davvero il mondo sta per disintegrarsi in una gigantesca nuvoletta logica come Dio dopo aver sentito dell'esistenza dei Babelfish. Non vedevo mio padre così infervorato dalla convention di Saragozza (anche se all'epoca magari a nessuno sarebbe venuto in mente di usare il termine convention), sta portando a tutto un nuovo livello il significato dell'espressione discutere dei massimi sistemi e lo sta facendo senza prendere fiato tra un numero di Grassmann e l'altro, da far sembrare un passeggiata il più arduo degli shibboleth. E per resistere alla tentazione di troncare il discorso sparando a Nikola in mezzo agli occhi, provo mentalmente a battere mio padre in velocità.
Betty Botter bought a bit of butter.
The butter Betty Botter bought was a bit bitter
And made her batter bitter.
But a bit of better butter makes better batter.
So Betty Botter bought a bit of better butter
Making Betty Botter's bitter batter better.
No, niente, ha vinto lui. E il trucchetto non ha funzionato a distendermi: non ho nemmeno a disposizione un lattaio come Betty Botter (che mi sono sempre immaginato una via di mezzo tra Betty Boop e zio Tobia) per comprarmi un bit of better butter e risollevarmi la giornata, così dovrò ricorrere al caro vecchio metodo. Così posso anche verificare che la pistola funzioni.
Al: Che cosa cazzo è questa scena da pistolero che non vuole sparare più? Non mi dovrei immischiare: la virtù dell'uomo timorato è la temperanza, anche se i greci la chiamavano σωφροσύνη e i romani mediocritas, e non mi è mai andata molto a genio. Anche l'arcano maggiore, a essere del tutto franchi, non mi è mai molto andato a genio, con quella figura del pennuto che scaraffa, tanto che l'ho cancellato dal mio personalissimo pianeta ribattezzandolo L'arte e mettendoci una tizia un po' più prosperosa del pennuto, a mescere. Visita Interiora Terrae rectificando invenies occultem lapidem. Fatti i cazzi tuoi, Alastor de Kerval, fatti una potentissima dose di cazzi tuoi, come mi diceva sempre la mia Donna Scarlatta a Cefalù. Fatti i cazzi tuoi e non immischiarti nelle beghe locali. Ma questa conversazione mi è insopportabile, mi sono insopportabili sia i toni che crescono sia i termini che vengono usati, e a dirla tutta la temperanza mi ha sempre fatto girare i coglioni, con quella sua cazzo di abitudine di mescolare l'acqua al vino. Vai ad annacquare il vino di qualcun altro, stronza, io sono come Πολύφημος e dovessi perdere il mio unico occhio non berrò del vino annacquato. E non ascolterò oltre i vaneggiamenti pseudo-scientifici di questo balbuziente smidollato cui Gabriel sta puntando la pistola proprio contro sahasrara. Fai pure, sparagli, tanto se anche possiede un chakra dell'autocoscienza puoi scommetterci la svastica che è chiuso come un sushi bar di lunedì. Tuona, fuori, ma questo è il mio stomaco che brontola. Ho accumulato abbastanza energia statica per far sollevare il Luftschiff Zeppelin Hindenburg come un hovercraft, mi formicolano le mani da morire e non accetterò di scaricare tutto sulla testa degli shanganesi innocenti.
Gli sparerei in faccia un secondo pentacolo di saturno, che reprime l'orgoglio degli spiriti, ma non vorrei mai che mi si ritorcesse contro e finisse per reprimere il mio: forse è per questo, anche se in realtà non so bene il perché, ma mi si è materializzato davanti agli occhi il glifo egizio della porta, il primo pentacolo della luna, come cullato attraverso le cifre sganciate nell'aria dal volo radente del dottor Konstantinovic. Io non avevo mai pensato che la chiave potesse essere quella, e tanto semplicemente l'individuazione di una porta già aperta nella realtà, anche se non ancora visibile. Avevo sempre considerato i pentacoli della luna inutili trucchi da streghe di campagna. "Fate silenzio..." Sto avendo un'illuminazione, per Dio, non posso farlo mentre qualcuno usa parole come anticommutazione e campo femionico. La traccia della porta mi sta sfuggendo, eppure fino a poco fa sembrava tracciata qui nell'aria tra me e lo scienziato pazzo, e loro sembrano non essersene nemmeno accorti. "Un momento!" Allungo la mano, per afferrare la maniglia di quella porta invisibile prima che possa sparire del tutto. È un riflesso d'istinto, lo giuro, un gesto senza coordinazione e raziocinio, senza tecnica, che non saprei come ripetere, ma improvvisamente tutto quello di cui ha ciarlato quell'altro idiota ha un senso, e l'unica cosa che mi esce dalla bocca, in un momento che dovrebbe essere un modesto piccolo passo per un uomo ma un glorioso grande passo per uno stregone, sa essere solo: "Oh... cazzo."
Gabriel: Potrei dire che ogni volta è come la prima volta, ma mentirei: tecnicamente questa mi sembra la prima volta perché... Beh, perché paragonare questo mayhem ad un wormhole aperto da Ero è come cercare di paragonare una Rolls Royce all'insetto scoppiettante delle Wacky Races, con la differenza che questo insetto scoppiettante non ha a bordo una stufa a carbone e un simpatico orso dell'Arkansas: è una specie di tritacarne elettromagnetico che ha squarciato il continuum spazio-temporale proprio sotto al congegno catalizzatore di mio padre e che Tesla ha proteso le mani per acchiappare appena in tempo, e ha quell'aria di chi ancora non ci crede, come un ricevitore in end zone. Dovrei infilarmici prima che l'arbitro lanci una flag e dichiari qualche cazzata tipo fallo personale o, dio non voglia, passaggio incompleto (anche se confesso che, se si trattasse di me, invaliderei il wormhole dichiarando Nikola un ricevitore ineleggibile). Dovrei. Ma in questo momento provo la stessa sensazione allo stomaco che sento quando Shu mi fa scivolare una mano da qualche parte: una piccola inascoltata vocina, nel profondo, che si sbraccia urlando "Non farlo, cretino". E più o meno è quello che sembra volermi dire mio padre, prima di afferrare al volo le sue carte e fermarle dal tuffarsi nel wormhole al posto mio. Ci metto un attimo in più a rendermi conto che questo cazzo di vento non viene dalla tempesta di fuori, o dalla finestra aperta, ma dal centro del vortice. Ragazzi, una raccomandazione, prima che io vada: "Quello di ritorno, cercate di farmelo più stabile, mhm?"
Nikola:
"Gabriel..."
Ho la tentazione di fermarlo. Non tanto perché m'importi se viene risucchiato permanentemente da un vortice elettromagnetico, né per il rischio consistente che finisca in un passato che ha già una versione di lui, creando il famoso paradosso temporale distruttivo contro la cui evidenza il dottor Konstantinovic si accanisce tanto. È solo perché sono certo che il professore non si rassegnerebbe mai alla sua perdita e, se anche non dovesse distruggere lo spazio-tempo con la sua azione, finiremmo con il farlo noi nel tentativo - vano - di porvi rimedio. Non si può recuperare qualcuno che si è perso tra le pieghe del continuum, questo è ovvio. Ma, tentazione o meno, Gabriel si infila in quel vortice senza colore, che nel contempo sembra contenere tutti i colori dell'universo, e che sembra dibattersi tra le mie mani come se volesse ingigantirsi ed inghiottire ogni cosa. Quell'orrore che avevo sempre temuto, oggi mi ha guardato negli occhi, l'ho tenuto al guinzaglio, e quando si spegne rimango con le mani incerte e gli occhi doloranti. L'aria è carica di energia statica e improvvisamente siamo immersi in quello che sembra un grande silenzio, nonostante la pioggia che batte sulla terrazza, il vento e qualche folgore isolata. Sembra che nessuno di noi sappia veramente cosa dire, poi l'Anticristo dichiara di aver bisogno di un momento, rubandomi l'altra stanza in cui progettavo di rifugiarmi. Anch'io ho bisogno di un momento e ho bisogno di non rimanere nella stessa stanza con il professore che ricalibra gli strumenti preparandosi per ciò cui non potrò mai essere pronto dopo aver visto ciò che ho visto. Ma ho già dichiarato di non poterlo fare e non è servito. Se avessi una coscienza come scienziato, dovrei agire e manomettere quel dannato strumento. Il professore mi volge le spalle e sono sicuro che non si aspetti un gesto del genere. Dovrei farlo. Potrei.
Balthazar: Prima devo controllare una cosa, poi potrò pensare, perché si è davvero buttato in un wormhole del genere senza darmi il tempo di verificarlo e se ora dovessi scoprire che è finito da tutt'altra parte rispetto all'obiettivo... Beh, prima lo recupero vivo e poi lo ammazzo io. Ma no, sembra che sia tutto regolare, pur nella sua peculiare irregolarità, e non parlo del momento in cui è stato aperto, sul limite del primo punto di non ritorno: la cosa che mi ha maggiormente colpito è stato il rumore. I wormhole aperti da lady Erodiade, gli unici che io abbia potuto analizzare fuori dal collisore di adroni, erano accompagnati da una sensazione quasi assoluta di silenzio, un silenzio assoluto e forse innaturale come quello che segue un fulmine troppo vicino. Se esistesse l'espressione, lo definirei silenzio inerziale, e in fondo se anche l'espressione non dovesse esistere posso sempre decidere di coniarla. Non sarà più improbabile che chiamare tana del verme un ponte di Einstein-Rosen, in ogni caso.
Mi appoggio alla pulsantiera dei comandi e sospiro. Cosa c'è, Nikola? Posso sentirlo da qui. Nemmeno dopo aver visto riesci a tranquillizzarti? Va bene, ammetto che questo poteva non essere tra gli esempi più tranquillizzanti, ma il prossimo spero sarà migliore. In fondo dipende da te: sei tu quello deputato a stanilizzarlo, e in questo frangente definirti poco convinto è un eufemismo. Meno esitazione e più azione, ragazzo: avrei preferito anch'io non condurre questa operazione, ma tornare indietro a questo punto non è possibile. "Preparati: abbiamo dodici minuti. Puoi fare di meglio." Quantomeno lo spero.
Nikola: Sì, devo farlo. La mia coscienza me lo impone: non importa quali saranno le conseguenze o quale sarà la reazione del Professore, ma devo provare a fare quello che mi sono lasciato convincere a non fare con il collisore di adroni. Basterà un singolo impulso elettromagnetico, o una scarica elettrica, e non potrà farci nulla. Potrei provare a incolpare uno dei fulmini di questo temporale infernale, che sembra un'eco del mio sgomento e del mio timore. Potrei provare a dire che... ma no, so benissimo che dopo un'azione del genere non potrei rimanere a Praga, dovrei andarmene. E mentre carico l'ipulso nel palmo della mia mano, sospinto dal nervosismo e dalla rabbia, mi dico che in realtà lo sapevo: ho sempre saputo che alla fine lui mi sarebbe costato la posizione. Sembra che sia il mio destino, salire la scala fino a quando il successo non è a portata di mano e poi trovarmi nella condizione di dover scegliere la discesa. Dannazione.
Poi il dottor Konstantinovic dice qualcosa sul prossimo, che sto tentando di evitare, e sul poter fare meglio. No. Non mi renderà complice di questa follia, professore. "Io non ho fatto nulla." Ma sto per fare qualcosa.
Balthazar: Sapevo che l'avresti detto, ne avevo la certezza assoluta tanto quanto sono certo dell'impossibilità che un'azione, umana o divina presunta che sia, possa far collassare il continuum annichilendo la realtà. Sapevo che l'avresti detto. E quindi mi trovo, condizione peculiare per uno scienziato, a non rallegrarmi del mio quod erat demonstrandum ed a sfoderare la controdimostrazione del mio stesso teorema, come il migliore dei cretesi, che mentendo diceva di dire sempre la verità. E chiunque lo consideri un paradosso non ha mai, evidentemente, conosciuto di prima mano un cretese. Mi sforzo di mantenere un'espressione neutra e richiamo i dati del portale in cui si è infilato mio figlio, mentre ricalibro sui nuovi dati la macchina che avevo bilanciato in base ai wormhole aperti da lady Erodiade. "Come? Questi valori sono il tuo campo di contenimento. L'impulso lanciato da Crowley per il wormhole è solo la traccia superiore, quella in rosso." Pausa. Ricalibro due valori perfettamente allineati. Povero Nikola, ti sto prendendo proprio per il culo, eh? Ma in fondo, con tutto l'affetto che posso nutrire nei tuoi confronti, te lo meriti. Ti garantisco, se in questo momento si scoprisse che mi hai mantenute celate le tue reali doti per pudore e che invece stai ascoltando questi miei pensieri, sarei quasi portato a rincredermi. È anche per questo che li sto formulando tanto chiari ed espliciti. Eppure no, continui a fissare i dati sgomento e nessun lampo di indignazione sembra intenzionato a scuoterti. Ho un figlio che agisce senza pensare, e uno che pensa troppo e non agisce. μέσον τε καὶ ἄριστον, diceva Aristotele: evidentemente la mia famiglia era altrove quando distribuivano la virtù, ma se almeno tu avessi acquisito qualcuno dei nostri vizi... So cosa stai pensando, e la risposta è sì. "Il campo di contenimento è fondamentale nel passaggio del wormhole da equazione di Schwartzschild a wormhole sormontabile, ma ti pregherei di fare più attenzione alle oscillazioni: non voglio trovarmi la camera piena di materia esotica. Vuoi dirmi cosa hai visto o sentito mentre generavi il campo? Mi interesserebbe molto ascoltarlo." E, per inciso, hai una sigaretta? Gabriel si è portato le sue nel 1945, come se avesse avuto timore che io gliele finissi.
Nikola: Quello che vedo sul monitor mi ghiaccia il sangue e l'EMP mi si spegne tra le mani come un fiammifero dimenticato, o come la vita di un colombo troppo vecchio. Ha ragione. Ha perfettamente ragione, come era prevedibile non mi stava mentendo, perché avrebbe dovuto? Sono stato io e con questi dati non posso stabilire se senza il mio apporto il wormhole si sarebbe comunque aperto, si sarebbe aperto ma non sarebbe stato utilizzabile o si sarebbe aperto troppo, inghiottendo noi e questa stanza in chissà quale anomalia. Non c'è niente di peggio della verità per una coscienza già scossa. Ma sul monitor c'è anche un'altra cosa, che vedo, e che non mi piace: è la mia faccia riflessa. "Io..." Io stavo per agire in modo avventato, e sconsideratamente contro il mio carattere e la mia formazione: stavo per agire spinto dalla gelosia, o dalla paura, e non dalla coscienza. La coscienza è quella che sento ora e che vorrebbe dirmi di confessare al professore i miei pensieri e domandargli un perdono ipotetico ad un'azione non avvenuta, ma l'unico vero perdono che posso ottenere è attraverso una correzione nel comportamento. "...farò del mio meglio, professore, se è così importante." Ma vorrei scrivere domani qual è stata la sensazione cui ho avvertito l'urgenza di dover porre un argine, quando avrò la mente sgombra e lo spirito ricomposto: ora sono troppo scosso.
Il dottor Konstantinovic sta portando la mano al taschino della giacca come sempre quando ricorre al portasigarette, ma so bene che sarà vuoto: porgergli una sigaretta dal pacchetto che ho in tasca è un gesto ormai talmente immediato che il suo automatismo quasi mi spaventa, ma d'altro lato è uno scoglio confortante cui aggrapparsi, mentre fuori dalla finestra infuria la tempesta del secolo.
Balthazar: Oh, ottimo. Non so bene dove tu nascondessi il tuo cacciatorpediniere, ma credo di averlo colpito e affondato, e quando mi porgi una sigaretta senza che io te l'abbia davvero chiesta quasi mi dispiace. Certo, se fossi un pochino più paranoico potrei pensare che tu mi abbia davvero letto nel pensiero e stia continuando a recitare la parte del piccolo Krteček, ma ti conosco troppo bene per indulgere seriamente in sospetti di questo tipo, vero?
Metto la sigaretta tra le labbra e sto quasi per accenderla davvero. È la seconda volta in meno di un'ora: riuscirò a finire con l'attivare l'impianto antincendio, prima che la serata volga al termine, ma per ora è meglio non rischiare di infeltrire il prossimo wormhole, o ancora peggio che si ritiri con il lavaggio. Posso fare la doccia al tappeto quando mio figlio sarà rientrato, se proprio ci tengo. E, con la sua proverbiale passione per l'acqua, una doccia fuori programma dovrebbe essere la giusta ricompensa per i capelli bianchi che mi sta facendo venire.
Guardo l'orologio. Otto minuti. Se lo conosco, in otto minuti avrà messo a bollire l'acqua per il tè, fatto la conta per quale dei quadri riportare nel presente, servito il tè, intavolato in tedesco una discussione filosofica di copertura sull'esistenzialismo e la fenomenologia di Heidegger, e in tutto ciò riuscire ad arrivare sulla soglia del wormhole di ritorno all'ultimo minuto lo stesso. Sono sicuro tanto quanto ero sicuro dei pensieri di Tesla poco fa.
Mi alzo e raggiungo il grammofono, arrivato da Praga insieme a dodici casse di documentazione mentre stavo ancira tentando di risolvere il rebus sottopostomi dalla Signora. Uno strumento meraviglioso, l'unico che sia in grado di produrre musica di qualche tipo senza alterare l'equilibrio elettromagnetico di un ambiente, e se personalmente posso anche rinunciare per lunghi periodi a questo piacere, il mio cervello trae giovamento dalla distrazione, a volte. Non altrettanto posso dire del cervello di Tesla, che mi pare già sufficientemente distratto, così nell'estrarre il vinile del 1945 con lo Spem in Alium di Thomas Tallis lo appoggio sul piatto ma non alzo la testina. Il mottetto, nella versione che possiedo, dura nove minuti e cinquantasette: siamo d'accordo che Gabriel conterà fino a venti, prima di attraversare il wormhole di ritorno, per lasciarmi il tempo di sgomberare la stanza dal pubblico, quindi dovrebbe essere di ritorno prima dell'entrata del secondo coro. E non posso fare a meno di sorridere, se penso che questa composizione per otto cori a cinque voci ha radici molto più profane di quanto si pensi, e molto più legate a quanto stiamo facendo qui oggi. Chissà, magari a Crowley sarebbe d'ispirazione tanto quanto sarebbe di distrazione a Nikola.
Nikola: Come sempre, quando il Professore appoggia il disco sul grammofono io spero che non lo faccia. Non stiamo parlando del fatto che la musica non mi piaccia, non si tratta del mio gusto, il mio gusto personale non c'entra. Anche se dovrei ammettere, a questo punto, che no, la musica in generale non mi piace. Alla musica ho sempre preferito i suoni, i suoni puri e semplici degli elementi naturali in attrito tra loro, o delle onde, o i raggi gamma balenare nel buio vicino alle porte di... sto divagando. Lo sto facendo per distrarmi, anche, e quando torno con l'attenzione sul momento presente il Professore non ha deciso di alzare la testina. Siamo ancora in un silenzio accompagnato solo dai suoni del temporale, che batte in terrazza oltre la vetrata aperta.
Dall'altra stanza, l'Anticristo decide di interrompere la profonda meditazione e di tornare da noi. L'alone elettromagnetico che emana ora è calmo, anche se i lineamenti del viso sembrano quelli ancora tesi di chi li ha lasciati assumere un'espressione distorta. "Sono pronto." È quello che dice lui. A me non è dato rispondere che io no, non lo sono e non lo sarò mai. Fuori un fulmine, come un colpo di avvertimento, cade al centro del fiume: per me è quasi un meccanismo istintivo contare i secondi che lo separano dal rombo di tuono. Uno. Due. Tre. Quattro. L'aria in questa stanza sta diventando pesante, come se qualcuno stesse cercando di applicare una dissociazione elettrolitica all'ossigeno per ottenere isotopi, e non serve a niente provare a non badarci. Sento un fulmine caderci esattamente sulle teste e un flusso di energia elettrica salire dal basso lungo i cavi collegati alla complicata struttura nel soffitto. Poi si abbatte su di noi la penultima piaga, dopo che ho visto le cavallette accalcarsi nel salone sotto di noi: una fitta tenebra in tutto il paese d’Egitto per tre giorni. Uno non vedeva l’altro, e nessuno si mosse di dove stava, ma nella nostra casa brilla la luce quieta e azzurra di un lago, nel pavimento ai miei piedi. Sulla superficie del portale, guizzano linee giocose come la danza di pesci sotto al pelo dell'acqua. Tutto è tranquillo eppure devo pensare a quell'antica leggenda, quella che vede aleggiare nelle tenebre dello spazio-tempo gli spiriti e gli intelletti di coloro che vi si sono perduti o che ne sono stati inghiottiti. Tutto è tranquillo eppure io non ci riesco. E, distratto da quei guizzi elettrici, quasi non sento la voce del Professore che ci invita ad uscire dalla stanza.
Balthazar: Quando Crowley dice "Sono pronto", personalmente gli credo: ha l'aria di chi, nel silenzio dell'altra stanza, si sia lasciato andare alla trionfante risata di chi ha cercato la risposta ad una domanda per tanti anni e l'ha trovata nel doppiofondo di un cassetto insieme a due capsule petri ammuffite. Conosco bene quella sensazione, ragazzo mio.
La mia struttura appesa al soffitto riceve l'energia del primo fulmine e incomincia ad accumulare moto rotatorio come le apine di un bambino affetto da Attention Deficit and Hyperactivity Disorder, una sindrome che chiunque considererebbe la più grande menzogna del XX secolo, almeno senza aver prima conosciuto mio figlio. Poi si innesta anche l'energia proveniente dal salone delle feste, e quella impressa dai miei due esper. Ma non esagerate, figli miei. "Rien ne va plus." Devio il flusso in eccesso sul sistema elettrico della torre, che si sovraccarica e fa saltare la luce in ogni stanza tranne che nella nostra, dove abbiamo la nostra personale luce al plasma.
L'hanno aperto.
Venti secondi, avevamo detto, e incomincio a contarli nella mente: in fondo non ho bisogno delle mie facoltà computistiche per formulare la frase "Ora, se non vi dispiace, dovreste uscire." Ma dovrete uscire anche se vi dispiacesse, in realtà. Cinque. Crowley non fa obiezioni, quasi se l'aspettasse, e l'unica cosa che sembra dispiacergli è abbandonare la vista della sua creatura sul pavimento. Quanto a Nikola, dopo l'incidente sfiorato poco fa lo vedo entrato in quella fase in cui eseguirebbe anche la più strampalata delle richieste, motivo per cui è spesso conveniente provocare un incidente simile prima di imbarcarsi in un esperimento davvero importante. Anche per questo abbiamo deciso di optare per l'apertura di due wormhole. Ora, osservando l'apertura nello spazio-tempo che sfiora la superficie del pavimento, sono sicuro che sia stata una buona scelta: è un bel wormhole stabile, anche se forse un po' sfilacciato lungo il bordo, e quelle linee elettriche sulla superficie, che formani quasi un pentacolo, potrebbero essere un po' fastidiose. Ma tutto sommato dovrebbe essere un rientro tranquillo. Dieci, e la porta della camera finalmente si chiude, lasciandomi al mio dilemma: se alzare la testina del grammofono o meno. Di certo non mi sento di continuare ad aggirarmi per la stanza come un padre in sala da parto (meno otto): esco in terrazza. Un po' di pioggia non ha mai fatto male a nessuno e sicuramente non fa male alla fiamma con cui mi accendo la sigaretta. La pioggia nasconde e distorce tutti i suoni, ma non quello della porta che si riapre. "Vi ho chiesto di uscire perché rimaneste fuori, non per farvi rientrare." Ma c'è qualcosa di strano, qualcosa di non a posto nell'odore nuovo che è entrato in camera per richiudersi la porta alle spalle. Mi giro a guardare e non faccio in tempo a perdere la sigaretta e recuperare la fiamma nella mano. "اللعنة" Chiunque fosse il bastardo, non riesco a prenderlo né con la mia ohnivá bouře né fisicamente: tutto quello che mi rimane tra gli artigli è uno stralcio di giacca bianca, sul bordo del wormhole in cui si è tuffato. Cazzo. Avevo appena parlato di rientro tranquillo? Ora sì che mi sento come un padre in sala parto, un padre cui è appena sembrato di sentire un urlo poco rassicurante. Com'è poco rassicurante che non sia scattato l'allarme antincendio al mio attacco: devo aver fatto saltare anche i sistemi di emergenza ed è meglio che li ripristini manualmente. Ho già fatto bruciare una città e mi è bastato. E mentre riattivo a mano i relè virtuali di questo elefante a forma di cuketa rosa posso bestemmiare in pace perché nessuno ancora sta uscendo dal wormhole e tornare a domandarmi se due flussi contrari nello stesso varco siano o meno destinati a incontrarsi. Sperando di no.
Al: So quello che mi verrà richiesto di fare, nel momento in cui esco dal mio ritiro spirituale e verifico che la lady Erodiade non è presente. Per questo non mi stupisco quando il dottor Konstantinovic mi chiede di uscire dalla stanza: si tratta evidentemente di un'operazione più complicata di quanto sembri e non voglio sapere nulla che non mi si possa raccontare. Eseguo, anzi, con una certa prontezza e un'ultima occhiata al mio portale, my precious, dandomi da solo una pacca sulla spalla e dicendomi che sono stato bravo. Sono ormai piuttosto esperto in quest'arte, nell'arte di fare quello che, se non faccio da solo, nessuno farà mai.
La sensazione di trionfo di poco fa ha lasciato spazio ad una sorta di falsa calma, come se avessi sempre aperto portali tra le cinque e le sei del mattino, con la luna piena e il cardamomo in fiore, e ora mi avessero solo chiesto di farlo alle cinque meno un quarto, ma la verità è che ho ancora voglia di esultare con molta poca calma, dignità e classe, un'esultanza al confronto della quale quelle di Obafemi Martins erano sobrie e composte. Ma non posso, seriamente, fare le capriole in quel modo, anche indosso dei pantaloni e non posso garantire la stessa cosa per la prossima volta in cui tenterò di aprire un portale. Perché tenterò ancora, a casa, magari non oggi ma tenterò ancora, sarei pronto a prometterlo: sono abbastanza sicuro di avere aperto l'ultimo senza l'aiuto di questa specie di Blibbering Humdinger e voglio verificarlo, ma sono così di buon umore, ma così di buon umore... "Ne vogliamo parlare?" Hai scritto in faccia che ne vuoi parlare, spero proprio tu ne voglia parlare e, ancora di più, che tu voglia litigare. Devo sfogare in qualche modo tutta questa adrenalina e forse è per questo che continuo a punzecchiarti anche dopo aver ricevuto un "No". Perché no? Dai, fammi litigare, ho voglia di litigare con qualcuno, e se tu non vai bene ora scendo, prendo un automobilista qualunque e... "Cos'è stato?" E figurarsi, lo so che tu non hai sentito niente. Non ti è parso che qualcuno avesse aperto una porta in fondo al corridoio e... lo so che non c'è nessuna porta dall'altra parte del corridoio: ci siamo solo noi, l'ascensore, la porticina delle scale e la porta della camera del Professore che... "Ma che cazzo è stato?" L'ascensore non si è mosso, lo so, ma giurerei che la porta della stanza si sia appena richiusa dopo che io l'avevo chiusa prima. Merda. Sono solo al mio secondo portale e già ho le allucinazioni come Santa Teresa d'Avila? Va bene tutto, spero solo non mi vengano le stigmate: sarebbero imbarazzanti, da spiegare a Mikołaj. Diventa piuttosto geloso, certe volte. "Ma davvero non hai sentito niente?" Ora vado nell'altra stanza per verificare che non sia entrato nessuno, o per lo meno è quanto sto pensando quando vedo la porta che dà sulle scale aprirsi e mi compare di fronte M in persona, trafelato come se si fosse messo a inseguire da solo l'intero Комитет государственной безопасности. Con quei cento - centoventi anni di ritardo, insomma, ma una pulsione non si può di certo condannare a priori solo perché leggermente intempestiva. "Chief... c'è qualcosa non va?" Sì, insomma, a parte il mio temporale e le luci che abbiamo fatto saltare.
Marlowe: Cazzo, avrei tanto voluto urlargli che ho una certa età per affrontare tutte queste scale di corsa. Ma il risultato sarebbe stato quello di mettergli ancora più pepe su per il culo di quanto il beduino non sembrasse già avere. Ed ora? Ora sono bloccato da Jacob in persona, davanti alla porta dell’ultima suite dell’ultimo piano della sfera… Oh, non ne ho idea e non me ne può fregare di meno. Se c’è qualcosa che non va? Dai, mi prende in giro. No, aspetta, parliamone seriamente: mi sta prendendo in giro? Evidentemente sì, visto il suo irritante comportamento. La cosa veramente fastidiosa non è che lo stregone dell’Etemenanki mi si stia parando davanti, determinato, come Gandalf nello scontro con il Balrog, nel non volermi lasciar passare (sebbene io sia assolutamente certo di non essere grande grosso e fiammeggiante e un po’ meno certo sul fatto di non possedere delle corna), ma che alla domanda retorica: ”Dov’è andato?”, la risposta non sia: “E’ entrato nell’unica porta disponibile del corridoio” ma “Puoi domandarlo a lui, quando sarà di ritorno”. Di chi diamine sta parlando? E di ritorno da dove? Resisto alla tentazione di tirargli Chelsea, in perfetto stile Gimli contro Uruk-hai, perché la maledetta tartaruga ESP (come fai a pesare la metà di me ed ad essere il doppio più lenta del sottoscritto, me lo spieghi?), mi informa che il mangia datteri è andato. Scomparso. Divorato e digerito dal wormhole aperto nel salone del Dottor Kostantinovic. Bè, dopo la visione del piercing di Maddalena, la bomba Giotto Multicolor e il blackout delle luci, forse avrei dovuto smettere di pensare che la serata avrebbe preso, prima o poi, una piega migliore. E perché queste fottute porte moderne non hanno un buco della serratura dal quale sbirciare? Oh, Jacob, non guardarmi così, con l’aria di chi mi sta domandando: hai mai danzato col diavolo nel pallido plenilunio?, perché è la serata giusta per litigare. E mi va di fare tutto tranne di trasformarti, con un cazzotto sul naso, nel Voldemort del nuovo millennio.
Gabriel: Quando rotolo, letteralmente, fuori dal wormhole, mi sento come Hannibal e no non sto parlando di quel simpatico umorista cannibale ma di quell'altro, quello con la passione per i travestimenti, e anche se non ho un sigaro (ho smesso di fumarne quando è morto re Edoardo VII, a dirla tutta) avrei tanta voglia di accendermene uno e dichiarare che, francamente, adoro i piani quando riescono.
La Filosofia è lì, appoggiata alla parete, e mio padre ha ancora quella faccia un po' a metà tra "Questa cosa cazzo è" e "Lo sapevo che sarebbe finita così", con retrogusto di "Quando esce lo strangolo". Oh, andiamo, cos'è un viaggio se non ci si porta indietro neanche un piccolo souvenir? Mi scappa da ridere, e anche un po' da sputare sangue, ma è tutto normale. "Lady Erodiade è già a cambiarsi?" La cosa strana è che, esaurito il sapore del sangue in bocca, non sto sentendo il suo profumo. Non ci sono impronte sul tappeto della camera, il suo bracciale è ancora sul tavolo e la porta è aperta: nessun respiro viene dall'altra stanza, e in questa c'è solo quello di mio padre a dirmi che qualcosa non va. No, papà, non puoi guardarmi così. Dimmi lei dov'è.
Connaissez-vous l'angoisse,
La honte, les remords, les sanglots, les ennuis,
Et les vagues terreurs de ces affreuses nuits
Qui compriment le coeur comme un papier qu'on froisse?
Il riflesso dell'infinito, di quel singolo momento che all'interno di un wormhole è capace di sembrare un'eternità, sembra essermi rimasto aggrappato al cervello perché anche questo momento, nel suo scorrere vischioso, mi sembra dilatarsi fino a sembrare un'ora. Poi il suo profumo entra nella stanza come l'odore del mare sulla cresta di un'onda, e il riflusso chiude il wormhole. Trattengo il respiro e reprimo il gesto di protendermi per afferrarla, come se potesse cadere all'indietro risucchiata nel gorgo dello spazio-tempo, ed allo stesso modo mi trattengo dal domandare come sia possibile vederla uscire dopo di me, se è entrata prima. "Madame, Je commençais à craindre..." Il tuo viso pallido per un istante è parso quello della Filosofia, immerso nello scintillante dissolversi del wormhole, e ora si è acceso di sconcerto come fosse approdato in un mondo che non si aspettava di vedere, per poi spegnersi. Le tue mani sono strette a pugno, ma non faccio in tempo ad avvicinarti per scioglierti la morsa che sta segnando i tuoi palmi con le piccole mezzelune rosse delle tue unghie. "Madame...?" Il tuo battito è accelerato sotto il petto assolutamente fermo, che eppure in qualche modo sembra stia accumulando momento. Poi quello che dovrebbe essere un respiro diventa un filo di sangue che scivola fuori dalle tue labbra, sotto il mio e il tuo sguardo attonito. "Anne!" Qualcosa ha reciso i legamenti delle tue ginocchia, che si piegano, e la tua schiena rimane un peso inerte sotto le mie mani. "Madame, mon trésor, qu'est-ce qui arrivez vous?" Ma la domanda è pleonastica, perché ho già visto questa scena riflessa in un pensiero di George. Mio dio, ora so cosa voleva dirmi. Respira. Coraggio, mia signora, respira, ti prego.
Al: Non so se mi stia ancora parlando o meno, perché non lo sto ascoltando. Non è per mancanza di rispetto: quest'uomo è una delle persone più brillanti che io conosca, per spirito e intelletto. Non è nemmeno per mancanza di interesse: sarebbe probabilmente mio dovere, o quantomeno farebbe piacere alla Signora della mia casa se riuscissi a capire come mai questa volta tiene tanto a ficcare il suo naso di spia in affari che in passato aveva dimostrato di rispettare. Ma cazzo proprio non riesco ad ascoltarlo. Prima dovrei togiermi dalla testa questa sensazione, e come direbbe Gabriel ho avvertito un fremito nella Forza. Questa volta è davvero come se mille voci stessero urlando e fossero state all'improvviso zittite, veniva dalla dalla camera del dottor Konstantinovic e mi ha annichilito l'Ασβέστιο nelle ossa per lasciarle a sorreggermi con l'incertezza tremebonda di un apprendista di fronte a Chernobog in persona. Non poteva essere il suono del mio wormhole che si richiudeva: questa volta era stato un lavoro senza sbaffi, preciso e pulito. Ne ero sicuro.
Prima.
invece ora ho questo senso di vuoto. Sembra che la chiusura del wormhole nell'altra stanza abbia lasciato una menomazione, una depressione incolmabile. Mi tratterrei se avessi di fronte un vero estraneo. La tentazione di lasciarmi andare è troppo forte, di fronte a qualcuno che in fondo all'Etemenanki ha una camera riservata ed esclusiva. "Cazzo..." Avvicino la tempia destra al pugno. Sto forse per bussare, per domandare gentilmente a questa sensazione di accomodarsi all'uscita, ma so che certi ospiti sono come l'odore di pesce marcio: non se ne vanno tanto facilmente. Mi sento addosso le mani di M, che cercano di tenermi in piedi, e poi è il mio cervello che chiude la porta. A tutto.
Balthazar: Era quello che temevo. Non esattamente quello che temevo, in effetti, ma a questo punto quello che pensavo sarebbe accaduto è irrilevante: la situazione ci è completamente sfuggita di mano. "Gabriel, budete muset učinit ji spát." Quella che un tempo era lady Erodiade si è mutata in un recipiente troppo piccolo per tutta questa tensione, che ne sta tracimando. Il suo sangue, come se fosse stato tutto risucchiato al cervello nel tentativo di alleviare un notevole affaticamento, se ne sta andando dalle piccole arterie periferiche e sta confluendo nell'arteria cerebrale superiore. Posso sentirla da qui, e siamo ben oltre l'ectasia: quello che avevamo definito un aneurisma elettromagnetico sta per scoppiare, portandosi dietro il lobo frontale della Signora. "Gabriel..." Pensi di fare qualcosa? "Gabriel." No, non è un'emorragia interna e non riuscirai a fermarla in quel modo: non capisci che tutto quel sangue non viene dallo stomaco? "Gabriel, adesso."
Oh, sakra, čas vypršel.
Mi ci vogliono due passi per oltrepassare mio figlio, per raggiungere la Signora, e devo abbassarmi quasi in ginocchio per riuscire a toccarle la vertebra atlante cervicale nel punto giusto. La testa si rovescia all'indietro: il disconnettersi del cervello accompagna quasi spontaneamente il rallentare dell'ultimo, poco sangue rimasto in circolo. Ci voleva tanto? Mi raddrizzo e tolgo un fazzoletto dal taschino della giacca, per pulirmi il sangue dalle dita. "Gabriel, si può sapere che cosa ti è..." ...preso? La sorpresa mi fa cadere il fazzoletto dalle dita, mentre mio figlio agguanta me, per gola, e non ti ho visto farlo. Gabriel, che diavolo...?
"Io ti giuro, papà, ti giuro che se ti azzardi a toccarla un'altra volta..."
Il tavolo contro cui ho urtato si è quasi rovesciato, facendo rotolare sul pavimento il bracciale d'oro. Singapore, 9 settembre 1948. Forse è il suono che fa, o meglio che smette di fare, quando si macchia del sangue che allaga il pavimento e lì si ferma, a pochi centimetri dalla mano inerte della Signora. Forse è nel seguire il mio sguardo che lo segue, e che sposto per un momento dalla linea diretta, stupefatta, puntata nello sguardo furibondo di mio figlio. Non credo che saprò mai cosa l'abbia fatto rinsavire e mollare la presa, ma alla fine lo fa. "Gabriel..." Lady Erodiade, distesa sul pavimento, ora sembrerebbe quasi dormire tranquilla, se non fosse così macchiata di sangue. Il suo viso è ancora rivolto verso di me, il collo contorto in una posizione innaturale per via della complicata acconciatura, o di ciò che ne rimane. Provo ad appoggiare una mano sulla spalla di mio figlio che si sta chinando a raccoglierla, ma il suo scatto nervoso è abbastanza per farmi intuire che completare il gesto sarebbe una cattiva idea. Si alza, con il corpo tra le braccia, e sembra voler dare una dimostrazione letterale di quel suo vizio a voler salvare sempre tutti, quel vizio che io chiamo la sindrome dell'arcangelo. Imbocca la finestra, portandosela via, come se io e la Filosofia di Klimt non fossimo più qui.
