25 aprile 1843. Nasce, dalla regina Vittoria d'Inghilterra e da suo marito il principe Albert, la terza dei loro figli, Alice Maud Mary, che il 1 luglio 1862 avrebbe sposato, con il consenso della regina, Luigi IV d'Assia.
6 giugno 1872. Nel Palazzo Nuovo di Darmstadt nasce la sesta dei sette figli di Alice Maud e Luigi IV: prenderà il nome dalla madre anche se, dopo il matrimonio con lo zar Nicola II di Russia, sarà più nota come Alexandra Feodorovna Romanova.
22 gennaio 1901. Muore, presso l'isola di Wight in una villa progettata dal marito, Alexandrina Victoria Hannover, imperatrice d'India e regina del Regno Unito e Irlanda, meglio nota come semplicemente la regina Vittoria: infettata dal ceppo mediorientale del virus, la sua malattia non fu mai diagnosticata ed è a tutt'oggi oggetto di dibattito. Ebbe nove figli, tra cui un maschio malato e due portatrici certe: Alice era una di queste, e aveva portato l'infezione (tramite la sua sesta figlia) alla corte dello zar.
26 giugno 1899. Nasce la terza dei cinque figli di Nicola ed Alexandra, cui viene dato nome Maria. La bambina è di straordinaria bellezza e virtù, e durante la sua infanzia verrà spesso paragonata ad un angelo di Botticelli. Tra i doni ricevuti alla nascita, un piccolo pianoforte per bambini in legno chiaro, dono di un'amica di famiglia. Oltre al pianoforte, la bambina si sarebbe distinta per una spiccata passione nei confronti del disegno, per il quale usava spesso la mano sinistra.
1914. La piccola Maria mostra segni di quella che all'epoca veniva classificata come Emofilia b e di cui già soffriva grandemente l'ultimogenito ed erede al trono Alexei: i bambini erano sotto le cure del grande mistico Grigori Yefimovich Rasputin, molto benvoluto dai bambini e che in particolare scriveva a Maria usando appellativi come cara amica e riferendosi a lei come alla piccola perla.
21 dicembre 1916. L'amico di famiglia Rasputin viene dato per morto, vittima di ripetuti tentativi d'omicidio: è sepolto insieme ad un'icona, firmata sul retro dalle quattro ragazze e dalla madre.
ROM. – If I profane with my unworthiest hand
This holy shrine, the gentle fine is this:
My lips, two blushing pilgrims, ready stand
To smooth that rough touch with a tender kiss.
JUL. – Good pilgrim, you do wrong your hand too much,
Which mannerly devotion shows in this;
For saints have hands that pilgrims’ hands do touch,
And palm to palm is holy palmers’ kiss.
ROM. – Have not saints lips, and holy palmers too?
JUL. – Ay, pilgrim, lips that they must use in pray’r.
ROM. – O, then, dear saint, let lips do what hands do!
They pray; grant thou, lest faith turn to despair.
JUL. – Saints do not move, though grant for prayers’ sake.
ROM. – Then move not while my prayer’s effect I take.
Thus from my lips, by thine my sin is purg’d. [kisses her]
JUL. – Then have my lips the sin that they have took.
ROM. – Sin from my lips? O trespass sweetly urg’d!
Give me my sin again. [kisses her]
JUL. – You kiss by th’ book.
[ parti illeggibili ] 1917
[ parti illeggibili ] … e Anastasia era così impaziente di partecipare al ballo in maschera, che non riusciva a smettere di agitarsi, seduta sulla poltrona. Non ha voluto che la frel’na le rifinisse il trucco per la festa, ha detto che i suoi fiori non vengono bene come i miei e si è infuriata così tanto che alla fine nostra Madre ha ceduto ai suoi capricci. Che sciocca, abbiamo rischiato di fare la nostra entrata in ritardo, entrambe, e non sarebbe stato consono per via [ parti illeggibili ] oh, se Rasputin fosse stato qui, lui sì che mi avrebbe rimproverata, lo immagino ancora come non se ne fosse mai andato, avrebbe detto: mia cara, dovresti fare il tuo ingresso come un gioiello di Principessa, non come un cavallo impazzito. Non avrei avuto tempo di ascoltarlo in ogni caso, avevo promesso l’apertura delle danze al Gran Duca [ parti illeggibili ]
Qualcosa mi trattenne, in quel momento non avrei saputo definire cosa, credevo che una delle ali di seta si fosse impigliata nel giro, oltre la colonna, uscendo dal salone. Ma a pensarci… Oh, povera colonna! Era troppo lontana per essere incolpata ingiustamente. Non era altri che il Principe Vladimir, nascosto dietro la porta, nella sua alta uniforme. Sembrava offeso per qualcosa, forse perché non ero riuscita a liberarmi per il secondo walzer? Si può essere più sconsiderati? C’era qualcosa di così strano, non potevo intrattenermi troppo in parole con il Principe, sarebbe risultato inopportuno perché l’ora si stava attardando e Ol’ga aveva già lanciato uno sguardo di severo rimprovero ad entrambi, soprattutto al modo in cui Vladimir giocherellava con il nastrino del mio abito da fatina. Sul suo viso qualcosa è poi mutato improvvisamente, l’onta si è trasformata in preoccupazione ed è sembrato così strano il discorso intrapreso dopo qualche secondo. Fuggire, per andare dove? Ho riso, perché avevo l’impressione che fosse una cosa così tragica, una decisione troppo drastica. Per quello che rappresentiamo e per cosa siamo, siamo troppo inadatti per atteggiamenti avventati. Ho riso perché non capivo quale fosse la sua preoccupazione infondata. Ma non importa, parleremo più tardi. Quando l’alba sarà alle porte lo vedrò di nuovo! Nel giardino segreto, al limitare del palazzo, dove i viburni dormono tranquilli sotto la neve invernale. E allora glielo dirò, gli dirò che non c’è niente di cui aver paura, che può parlare con mio Padre, lo Zar. E gli dirò che avremo tutto il tempo del mondo per essere feli [ parti illeggibili ]
primavera 1917. Allo scoppio della rivoluzione russa, le quattro eredi dello zar sono colpite dal morbillo: riluttante a muoverle in quelle condizioni, la zarina si rifiuta di portarsi in salvo a Gatchina. Maria fu l'ultima ad ammalarsi: il 13 marzo partecipò con la madre ad una visita diplomatica presso l'esercito, nel tentativo di guadagnarsi la loro lealtà, ammalandosi poco dopo: non verrà a sapere dell'abdicazione del padre se non dopo molti mesi.
Aprile 1918. Maria e sua sorella Anastasia, ormai sotto arresto presso la Ekateninburg, in Siberia, bruciano i loro diari personali e gran parte della loro corrispondenza, nel timore che venga controllata e letta.
16 luglio 1918. La famiglia dello zar viene svegliata in piena notte, condotta al piano inferiore dell'edificio e fucilata. Le testimonianze parlano di un'esecuzione condotta in modo maldestro, in cui Maria fu l'ultima a perdere la vita dopo ripetuti tentativi di fuga.
« E s’aprono i fiori notturni, nell’ora che penso ai miei cari. Sono apparse in mezzo ai viburni le farfalle crepuscolari… »
Stralci di Memoria postuma al 16 luglio 1918, New York anno 1951 – Flatiron.
Ekaterimburg non era un posto dove poter essere felici, ma non era neanche così brutto. Ho conosciuto tante persone, anche quelle che ci tenevano prigionieri (quando hanno smesso di prenderci in giro diventando improvvisamente più cordiali ed educati). Sapevo cose delle loro famiglie, erano uomini normali con bambini e mogli e forse qualche sogno nel cassetto, come me! Pensavo che avrei potuto raggiungere il Principe, una volta che la prigionia fosse finita. Oh, avremmo vissuto in povertà, in campagna, ma non era importante. Avremmo avuto dei figli, forse tre, quattro, cinque… venti! Ci sarebbe stata allegria e rumore ovunque, tutti insieme. Ero sicura che prima o poi ci avrebbero lasciati andare, anche se non mi aspettavo succedesse così presto.
« Although I joy in thee,
I have no joy in this contract tonight:
It is too rash, too unadvised, too sudden,
Too like the lightning, which doth cease to be
Ere one can say 'it lightens' (...) »
Quando ci hanno svegliati, nel cuore della notte, tutto sembrava così strano… ma se era giunta l’ora di partire, va bene, allora saremmo partiti. Sembravano tutti pervasi da strana serena tranquillità, anche mentre cucivano i gioielli di famiglia all’interno dei vestiti, tanto per avere qualcosa da cui iniziare una volta dimenticati gli agi. Nella testa non avevo domande, non mi ero alzata dal letto con la paura, poiché riuscivo solamente a percepire le parole di una nostra canzone tradizionale, recitata come fosse una poesia: oh, viburno rosso di casa mia, dove in giardino fioriscono i lamponi… Avevo già sentito quella voce, in passato. Un’amica di famiglia che passava molto tempo con noi, soprattutto con me, Anastasia ed Alexei, prima dello scoppio della guerra. Mi faceva piacere ricevere i suoi complimenti per i miei acquerelli. Sembrava di trovare soddisfazione in una persona molto speciale.
I preparativi venivano condotti in silenzio, quasi fossero stati tutti rapiti o distratti dalla loro personale poesia. Solo mio Padre era forse più accigliato degli altri, ma che importava? Saremmo andati via, avremmo trovato la pace. Anche quando ci hanno allineati con la scusa di uno scatto ricordo della famiglia, anche quando ci hanno detto che ci avrebbero giustiziati lì, in quel momento, in quel posto. Ricordo gli occhi di mio padre, quando si è voltato verso di noi, disorientato. Guardava la porta, forse credeva sarebbe arrivata la salvezza, forse credeva che quella voce ci avrebbe riscattati. Anche mentre percepivo il mio corpo scappare e la mia gola urlare, insieme agli altri, anche allora credevo avremmo trovato la pace.
Quando ci hanno fatto a pezzi quel dolore non mi apparteneva, era lontano. La vista era preclusa da tempo e tutto sembrava dover trovare una fine di lì a poco. Ho perso mio fratello, ho sentito il suo spirito scappare lontano, lontano… mentre io mi fondevo con la terra. Sarei diventata lo un’elfa silvana, sarei diventata qualcos’altro.
Lo so ora. Ora che Milady mi osserva in piedi vicino a quell’uomo che mi fa tanta paura. Non sono più sola. In quegli sguardi trovo un nuovo inizio, trovo la speranza e la certezza di una nuova felicità. Trovo la pace.
2000. Maria, sua madre e le sue sorelle vengono canonizzate dalla chiesa ortodossa russa, come sante e martiri. La madre porta da allora il nome di Santa Alessandra portatrice della passione.