- La zebra
avatar - sprawl - Wellfairytale theatre
11:15 pm, 13 April
2106
Sprawl - Wellfairytale theatre

Originariamente il padiglione danese del grand expo tenutosi a Shanghai nel 2010, l’edificio era concepito come un grande nastro multimediale al centro del quale una grande vasca d’acqua ospitava la famosa statua della sirenetta. «E’ più semplice spostare la sirenetta in Cina - aveva commentato l’architetto - piuttosto che spostare 1.3 miliardi di cittadini cinesi a Copenhagen».

(22:12:18) Lou:
avatar - PG - Clarissa

Clarissa: Mentre scendo la dolce pendenza della grande rampa che avvolge il teatro come un abbraccio, mi sento ancora stretta nello scialle caldo e freddo che la musica ha appoggiato sulle mie spalle. È stata una buona rappresentazione. Verso la fine, la giovane soprano francese è stata così intensa da riuscire a trasmettere quasi realisticamente le vibrazioni della morte per avvelenamento della dama Leonora. Mi ha donato un brivido, strappando dalla mente il tema trascinato e tormentoso della zingara che vede il proprio rogo.
Poca gente si unisce a me nella discesa. In fondo mi stupisce poco, dopo gli incidenti delle ultime due rappresentazioni. Io stessa avevo avuto delle esitazioni, soprattutto apprendendo che avrei dovuto andarci senza lady Erodiade, con Ross già alle Hawaii e Jacob impegnato altrove, e senza poter contare su un intervento del nostro mutaforma da battaglia non avendo Faith a tenermi compagnia. Ma il richiamo di una festa sa essere irresistibile, sempre, quando ho un altro pensiero a rodermi il riposo. Circondata dalla gente, il richiamo a essere me stessa mi obbliga a costringere insieme tutte le mie parti, e rimango io sola a sapere auanto diverse, quanto incompatibili siano tra loro. Così ricomposte intorno a un centro costituiscono un punto fermo attorno a cui mi raccolgo, nel cuore del corpo che occupo, come attorno a un diamante o a una forma di luce, nel tentativo di non perderlo. L'abito di chiffon fruscia piacevolmente. Le mani formicolano quando i gomiti, stretti dai guanti lunghi, vengono piegati eccessivamente. È necessario che questi segni mi rammentino, mi tengano legata al corpo, ora che scendo verso il mio appuntamento: sono attesa da Stefanie LeBrun, la soprano, nel suo camerino per un bicchiere di champagne e due parole sulla rappresentazione. Il camerino, la stanza di una donna, è un luogo che può raccontare moltissimo sulla personalità che lo ospita. Mi piace pensare che questo corpo sia il mio camerino, la mia stanza, tutta per me, in cui poter scrivere e pensare liberamente: lo controllo nel riflesso di uno specchio, nel grande foyer, prima di raggiungere l'ingresso delle zone riservate agli attori ed essere accompagnata dalla maschera attraverso i corridoi costeggiati di monitor, fino alla porta con la stella, che era stata anche della povera soprano giapponese morta. Mi chiedo se vi troverò tracce di lei, e guardo l'uomo affacciarsi per richiedere di farmi entrare.

(22:49:13) shelidon:
avatar - PNG - Bianca

Bianca: Finalmente sta smettendo. Dopo mezz'ora di impacchi a base di drago verde e magnolia, di fumi respirati, stavo cominciando a pensare che non ci sarei riuscita, ma ora la donna respira regolarmente e sembra in grado di parlare. Per casi come questi, ho sempre un piccolo sacchettino d'erbe con me, e il maestro Tan ha una pianta di magnolia in camerino. O forse era il camerino della divina? Spero di no: non so come potrebbe giustificare di averla mutilata solo per curare un malessere della rivale. Incredibile come ogni soprano si trasformi automaticamente in una rivale, per Bi Fei Tiao.
Tolgo dal fuoco l'infuso allo zenzero, lo verso in una tazza e torno accanto alla cantante, la aiuto ad alzarsi sui gomiti e accompagno alle sue labbra la tazza. Beve. Tossisce. Respira pesantemente. Non va bene, no, non va assolutamente bene. "Fate piano, mademoiselle: un altro sorso." Bisbiglio. Nessuno deve sentire e nessuno deve sapere, il maestro non l'ha detto chiaramente ma era chiaro a sufficienza dal modo circospetto in cui è venuto a prendermi nel foyer. Credo cercasse qualcun altro e che si sia accontentato di malavoglia dell'erborista di madame. Che giorni, questi in cui viviamo: un tempo altri prima di lui avrebbero offerto qualunque cosa per i miei servigi, ma erano i giorni in cui lavorare per madame Wuxia ancora significava qualcosa. Bussano alla porta. Chi è? Andate via, miss LeBrun non è in grado di ricevere nessuno. Ma si tratta di Clarissa, e non posso scacciare un'abitante dell'Etemenanki in questo modo. La soprano si solleva e allontana la tazza dalle labbra. Sembra ravvivata dal pensiero di doversi ricomporre per qualcuno, e forse dovrei andarmene: credo non ci sia più niente che io possa fare qui.

(22:08:36) Lou:
avatar - PG - Clarissa

Clarissa: C'è un odore dolce e speziato, nell'aria: la porta del camerino mi dischiude un segreto che sulle prime non decifro correttamente, come il mondo incantato di Alice o di Dorothy, che dietro ai colori e alle creature cela regole tanto simili a quelle del loro mondo. Non le comprendo, sulle prime, non le leggo: è solo un odore dolce di fiori e qualcosa che sa di calore e di Natale. L'aria sembra densa di una qualche sostanza cristallina e purissima che ad ogni cambio di luce assume colori diversi e delicati. La striscia di fumo nell'aria sembra pronta ad arricciarsi e a scrivere qualcosa, come un messaggio tra le nuvole, se fossi in grado di decifrarlo. Invece, a renderlo esplicito, non un segnale divino o un'ispirazione del mio profondo, ma la presenza di Bianca con una bacinella fumante tra le mani e il composto, delicato pallore sul viso dell'attrice, lo stesso pallore che avevo scambiato per recitazione nella morte per avvelenamento della castellana. La sua gola, nascosta dalla mano e da una sciarpa trasparente, è arrossata in segni orizzontali per l'applicazione di un impacco, come una zebra di carne e sangue. Avvolto in una finzione di imperscrutabile riserbo, il segreto è qui di fronte ai miei occhi ma la dissimulazione mi invita a fingere di non notare la sua piena, aperta esposizione, tra le braccia del silenzio con cui Stefanie non mi sta invitando ad entrare. "Che squisita rappresentazione." Le circostanze, le spietate circostanze. Un gesto mi invita a sedere, un gesto invita Bianca a lasciarci. Bianca? Sapevo fosse qui, l'ho vista entrando, ma la sola figura squisitamente composta e sofferente della soprano è stata sufficiente a farmene trascurare la presenza. Lo champagne è nel secchiello di ghiaccio, il collo ancora incartato come è avvolta nella sciarpa la gola della donna, e quando Bianca esce dalla stanza ci lascia nel silenzio. Lo sguardo brillante di Stefanie sembra quello di chi sta per iniziare una conversazione, forse con una frase altrettanto di circostanza, ma pur non parlando tutta la sua persona emana l'aura tipicamente comunicativa di chi è abituata a rimanere sul palcoscenico. Sembra che il suo stesso corpo non le sia involucro sufficiente. La sola idea del suo corpo come involucro, nel mio, scatena un brivido che fatico a reprimere. Mi avvolgo nel coprispalle, improvvisamente turbata, e siedo in punta alla poltrona che la soprano mi indica con la mano distesa.

(00:12:32) Vrykolakas:

Yin: Cazzo che situazione di merda. Scendo nei camerini e lo so, mi sto guardando intorno come una ladra o come una che teme che una biscia le si infili a tradimento nel culo quando meno se l'aspetta. Detesto questo cazzo di vestito, odio i vestiti lunghi, e di recente odio i vestiti. Con questo poi sembro un gigantesco guanto di pvc nero su cui un gatto si è divertito nel tempo libero: appena esco da questo posto schifoso, me lo taglio sulle gambe, così almeno posso evitare di camminare come una geisha del cazzo.
Ma prima devo fare finta che vada tutto bene e tirare un sorriso che non sembri in ringhio. Vaffanculo. Quasi preferirei tornare nella Città Vecchia a trascinarmi in spalla il canadese come un sacco di じゃがいも, piuttosto che essere qui a fare salamelecchi e vendere fumo che nessuno, cazzo, nessuno potrebbe essere così cretino da comprare davvero. Forse solo Sidney Hilton. O il canadese, se non ha il cane a consigliarlo.
Arrivo alla porta con la stella e incrocio Bianca che sta uscendo. Mi guarda come se fossi un cazzo di fottuto alieno con le branchie sugli occhi e i tentacoli verdi che mi escono dal culo. Cosa vuoi, stronza? Scrollo il mazzo di fiori per far cadere i petali che non vogliono stare attaccati e indico la porta. "Fiori da madame Wuxia per miss LeBrun. Posso entrare o devo passarti sopra?" Oh, già, madame Wuxia dal suo palco ha gradito moltissimo l'opera, non te l'ho detto? Fanculo, non sarò mai credibile, mai, mai, mai. L'unica cosa credibile è la grafia di madame Wuxia sul biglietto: in fondo sono sempre io a scriveglieli, scommetto che questi stronzi non riconoscerebbero la sua scrittura se un giorno le saltasse in culo il grillo di scriverselo da solo, un fottuto biglietto. Ma il contenuto... ah, non sono capace: che cazzo di scrive ad una stronza che ha starnazzato per due ore e mezza con in testa un lenzuolo che neanche il fantasma di lady Marian? Merda, non sono capace di fare complimenti neanche quando li penso. Intendo che se anche ne pensassi non sarei capace di farne. Immaginarsi quando non ci credo. E ora non ci credo. Cosa ci può essere di buono in una cosa che va avanti sempre uguale da secoli e secoli e secoli? Per questo quando entro cerco di non guardare nessuno dei presenti nel camerino e mitraglio quello che ho da dire. "Con i complimenti di madame Wuxia. Dove li metto?" Dovrebbe bastare. Cazzo, deve bastare.

(03:44:52) Lou:
avatar - PG - Clarissa

Clarissa: Guardo i fiori con attenzione, con più attenzione della scarsa cura che la ragazza pone nel lasciarli sul tavolo da trucco. Ogni fiore sembra ardere da per sé, mollemente, puramente. Si tratta di crisantemi d'oro e non è strano come questo fiore sempre uguale sia tanto diverso tra oriente e occidente? Là un dono funebre, qui un dono di buona fortuna per una vita prospera, e si dice che un singolo petalo di questo fiore, sul fono di un bicchiere di vino, costituisca un amuleto per preservare salute e felicità. Al centro del buquet d'oro, un narciso bianco è un augurio di successo. Sembra che Wuxia sia sincera nei suoi complimenti ed in fondo la rappresentazione è stata veramente squisita. Miss LeBrun si alza per leggere il biglietto e sembra disturbarla la foggia funerea e cimiteriale del buquet: dovrei narrarle forse i particolari significati di questi fiori in queste zone del mondo? Il silenzio è troppo denso, per spezzarlo di già. Lei si prende molto tempo per decifrare i pochi tratti vergati a inchiostri neri e verdi sul piccolo biglietto e la mia mente vaga autonomamente verso il pensiero dell'altra lettera, rinchiusa sul fondo dello scrigno in cui conservo i gioielli. Ne cerco la chiave sotto il corpetto e la stringo fino a stamparne la forma della testa, a cuore, sulla pelle del ventre della mia ospite. È diventato caldo, il metallo, come se questo corpo avesse incominciato a bruciare quanto brucia nella mia mente l'impronta del segreto e del mistero. Non ho più veduto lady Erodiade. Nessuno l'ha vista rientrare. L'inquietudine, quasi fattasi terrore, ha incominciato a riflettersi su ogni mio pensiero come la vampa della pira di Azucena e stride in me il conteggio dei giorni, di quella settimana al termine del quale dovrò farmi Iρις e consegnare l'involto.
La soprano mi risveglia con un colpo, simile a quello che annuncia la battaglia dei topi nello Schiaccianoci. Ha stappato lo champagne, ha acceso un monitor a rischiararci d'azzurro e mi porge il bicchiere insieme ad un piccolo messaggio scritto in fretta. Le dispiace, mentre riprendo la voce?
Rispondo senza parlare, con un gesto della mano, pur non sapendo con esattezza di cosa mi stia chiedendo licenza. Lo capisco quando la vedo accedere ad un pannello di dati e selezionare il quarto finale di un nastro audio. Desidera risentire l'ultima parte della sua performance, controllarla, e non mi oppongo né trovo opportuno ripeterle che è stata perfetta. So cosa significa il dubbio, costante, e nessuno al di fuori di noi è mai in grado di fugarlo.

(22:44:10) shelidon:
avatar - PNG - Sidney Hilton

Sidney Hilton: Che noia... Tre ore di questa lagna, quasi, e con un solo intervallo, e il sudoku che ero sicurissima di aver messo in borsetta è magicamente scomparso, come se non sapessi che c'è dietro lo zampino di quella scema della mia seconda assistente. Mi dici chi mi vede giocare se sono chiusa nel mio palco? Così mi è toccato usare i giochi nel cellulare, che ha il display troppo piccolo, e sono sicura di essermi fatta lacrimare gli occhi, avrò le ciglia finte di sotto tutte appiccicate tra di loro, ci manca solo che si appiccichino anche a quelle di sopra, mescolandosi: sarebbe un disastro. E cosa c'è adesso? Scendere dalla cantante, ma perché? Tutti quegli urli, e poi non ho capito una parola, non so neanche che lingua fosse. Faccio già una festa per lei, domani, perché devo incontrarla? Non ne ho proprio voglia. "E poi non ho niente da dire." Mi guardano male, la mia prima e la mia seconda assistente. Io voglio a dare a casa, non voglio andare a visitare una tizia che canta una musica che non mi piace e che è morta da così tanto tempo. Si trascina, come uno zombi. Forse tutti quelli che la cantano sono davvero degli zombi, e allora proprio non ci voglio andare, di sotto.
Mi pettino le ciglia di piume con le unghie di indice e pollice, piano piano piano e penso alla mia festa. Sarà bellissima, ci saranno grandi vasche di champagne e le cameriere saranno vestite come quella cantante che io e la zia Phoenix abbiamo visto a Las Vegas, con la coda di cavallo alta alta alta e le scarpe a chela di granchio con i brillantini rosa. E poi ci saranno il mago e il miracolo della piccola Fifìe sarà bellissimo.
Nella hall c'è troppissima gente, io voglio andare a casa. "Non ci voglio scendere: andiamo." C'è il maestro vestito come un pinguino che si agita proprio come un pinguino, uno di Walt Disney: sta parlando con il mio dottore, piano piano, indicando la porta del camerino. Uh, forse qualcuno si è sentito male? Magari per la noia. Su, me ne voglio andare, soprattutto perché quella coreana, la lunghe-gambe del Programma Spaziale, sta andando nella stessa direzione. Oh no, la incontrerò abbastanza alla mia festa, non ci voglio parlare. Cioè, poi, ma come si veste? La seta è da vecchia, dai, e la fotografano anche. Insieme a quel suo orribile marito. Faccio un sorriso, mostro la mia guancia migliore e fotografano anche me. Due. Tre. Va bene, mi sono stufata, adesso basta, andiamo.

(03:24:10) Lou:
avatar - PG - Clarissa

Clarissa: Leonora si avvicina, sullo schermo azzurrino che ci riporta i suoni, ma non le immagini, della rappresentazione appena trascorsa: le piccole pareti del camerino restituscono il sono con potenza pari a quella di una vasta cattedrale.
D'amor sull'ali rosee
Vanne, sospir dolente:
Del prigioniero misero
Conforta l'egra mente...
Com'aura di speranza
Aleggia in quella stanza:
Lo desta alle memorie,
Ai sogni dell'amor!
Ma deh! non dirgli, improvvido,
Le pene del mio cor.

E l'idea, una idea maledetta, si insinua dentro di me come il veleno dall'anello della castellana. Il bicchiere di champagne trema e non so se sia tra le mani della mia ospite o sotto l'effetto del mio pensiero che si espande. Lo poso, Stringo le mani in grembo e mi sforzo di lasciarle rilassate, anche se si stanno chiudendo attorno alla stoffa dell'abito. Vorrei poter chiudere allo stesso modo anche la mia mente, per escludere questa idea, ma più la chiudo più mi trovo a rinserrarla ed a cullarla, ed a farla mia. Alla fine cedo e prendo il telefono dalla borsetta. Le apparecchiature elettroniche non si comportano mai bene in mia presenza, sotto il mio tocco, ma spero che questo oggettino ritoccato da uno dei nostri tecnomanti resista a sufficienza da lasciarmi mandare un messaggio. Un solo maledetto messaggio che ha il sapore del tradimento, ma di quel tradimento insipido e quasi nascosto che colpisce gli sconosciuti a favore di chi ci è caro.
Miss Le Brun non mi sta guardando.

Credo che potrei avere trovato un

Mi fermo. La parola adatta mi sfugge dalla mente, che si affolla invece di espressioni così triviali da darmi i brividi.

Credo che potrei avere trovato un'ospite per Aida.

Invio. Contende l'ambascia, che tutta m'investe,
Al labbro il respiro, i palpiti al cor.
E alla donna ritorna la voce. Una voce stentata e sofferente, con un che di ruvido, come di cavalletta che le raspasse la gola e inviasse onde di suono, che, urtandosi, si rompono. Quasi un sospiro, con cui si scusa di non potermi intrattenere a dovere e mi promette un secondo colloquio domani, all'Oriental Pearl Tower. Ci sarà una festa. Una festa cui non ero certa di voler andare, strana cosa per il mio spirito. Ora probabilmente dovrò.

(19:32:36) shelidon:
avatar - PNG - Lee

Lee: Le mie gambe sono come nuove, penso con un sorriso rivolto alla macchina fotografica di Esquire. Come nuove. Come un'automobile nuova, con il cambio rigido e l'odore di plastica sui tappetini. Come un programma nuovo, con tutti i comandi nel posto sbagliato e le scorciatoie di tastiera diverse. Come un nuovo marito, che non sa bene dove toccarti e ti domandi se imparerà mai. L'operazione è andata benissimo, grazie. Mi ha lasciato addosso solo una sensazione che non provavo da quando ancora sfilavo in passerella: quella fame, insaziabile, che sembra divorarti il cervello dall'interno. Sarà lo champagne, a stomaco vuoto, che si rivolta in questo modo. Lascio il braccio di mio marito e lo lascio a due giornalisti dell'Astrophysical Journal con aria annoiata e delusa. Stiamo ancora parlando di questo? Ma sotto sotto sono così stanca, e affamata, che vorrei quasi rimanergli al braccio ed ascoltarlo dare quelle risposte di cui abbiamo parlato a casa.
L'espressione annoiata mi si confà molto bene. In fondo siamo appena usciti da un'opera che non mi deve essere piaciuta, uno spettacolo noioso e troppo complicato per il mio cervellino.
L'espressione stanca, un po' meno. La notte è ancora giovane e se solo potessimo spostarci verso un'altra festa o qualcosa di più elettrizzante... ma la verità è che sto morendo dalla voglia di parcheggiare queste gambe in macchina, sfilare discretamente le scarpe e ingoiare due di quelle pastiglie che mi ha dato il primario per occasioni come queste. Potrei prenderne una anche ora, sembra che nessuno mi stia guardando, ma l'imperativo a tenere il collo dritto, senza guardarmi troppo intorno, è pari solo alla certezza che in realtà io abbia gli occhi di molti ancora addosso. Faccio due giri nella stanza, sorrido a caso e provo ad ascoltare qualche frammento di conversazione. Il maestro sta parlando con il primario e scompaiono dietro la porta che conduce ai camerini, ed ai sotterranei del teatro. Non devo lasciare che la mia mente vada ad indugiare sulle mie recenti supposizioni: meglio pensare al cortese biglietto di risposta che ho ricevuto dall'Etemenanki, portato in ospedale da un piccolo topino con le ali che sembrava avesse volato per duecento chilometri senza mai fermarsi. Tante scuse, tanti auguri di pronta guarigione, tante rassicurazioni e un invito a non pensarci. Non pensarci. Non pensarci.

(22:50:42) Lou:
avatar - PG - Clarissa

Clarissa:
I died for beauty, but was scarce
Adjusted in the tomb,
When one who died for truth was lain
In an adjoining room.

Tesa in attesa, rimango immbile con tra le mani l'apparecchio che forse la mia tensione ha già bruciato, e non oso guardare. Di fronte a me si mette in mostra il moto della donna che ondeggia tra i suoi oggetti, tra i frammenti di quella frenetica fretta che esplode nel camerino prima della rappresentazione e che, a rappresentazione ultimata, ancora indugia in uno stato di stanca sospensione come chi dica, osservando una pagina vuota: "La riempirò domani." Mi mostra a distanza alcune vecchie immagini, dalla superficie opaca del suo datapad d'argento, e così parliamo ancora un po', senza parlarci: sfilano figure di lei come Norma, come Medea e come Anna Bolena.
And so, as kinsmen met a night,
We talked between the rooms,
Until the moss had reached our lips,
And covered up our names.

Alla figura egizia di lei come Aida, la tavoletta le si trasfigura tra le mani con una piccola scintilla e si spegne. "Oh." Sono stata io. Il mio telefono giace spento e opaco sul mio grembo ed è ora che io vada. "Vi lascio riposare: parleremo domani sera alla Perla." Dove spero che non sarò sola.
Ripongo nella borsa il silenzio incerto di una risposta che non ho ricevuto e che non riceverò e provo ad impormi di cercare quella risposta, arrivata a casa, confrontando direttamente il destinatario del messaggio. Chiederò di poter vedere lady Erodiade, anche, lo farò. Ma il coraggio si trasforma in fuga quando esco dal camerino e nell'ingresso affollato del teatro la troppa gente multcolore mi angoscia. Forse basterà un biglietto, mi dico, mentre mi avvio lentamente verso casa.

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