- Il lattante
avatar - bund - n3 Etemenanki
1:21 pm, 11 April
2106
3 on the Bund - Etemenanki

«L’Etemenanki (in lingua sumera scandito É-temen-an-ki
ovvero “casa delle fondamenta del cielo e della terra”)
era la principale piramide a gradoni di Babilonia
e costituiva il fulcro religioso e culturale
non solo della città ma di tutta l’area circostante.»

(02:25:19) shelidon:
avatar - PG - Gabriel

Gabriel: "Subito, mia signora."
La corte di palazzo Yelagin è già stata spostata a Каменноостровский дворец da Al, ieri sera, e... spero non ti dispiaccia, ma sto usando Aleksandra in altro modo, al momento. Quanto ad Andrej, se le cose fossero diverse prenderei l'aereo immediatamente per andare a eliminarlo. Ma il gracchiare dei cattivi presagi di questa mattina non ha ancora abbandonato le mie orecchie e si che è un pensiero sciocco ma al moment preferisco non allontanarmi, se me lo oermetti. E, vista la libertà d'azione che mi stai concedendo, posso organizzare le cose per rendergli l'attesa tutt'altro che piacevole.
Appoggio le mie mani a sorreggere le tue e ti aiuto ad alzarti dai cuscini, prima di portare la tua destra alle labbra e aprirti la via per tornare al 334º: è primo pomeriggio, è stata una lunga mattinata ma il dorso della tua mano, per quanto leggermente accaldato, è ben lontano dalla febbre che ti scuoteva ieri sera. Il tuo respiro prova a seguirti su per la scala, saltando solo un gradino, e Jeanne al 310º piano si è alzata con entusiasmo dal divano: devi averla chiamata, ed è ora che anch'io mi muova. Ti chiudo la porta alle spalle e apro quella di camera mia, lasciando ufficialmente entrare una ventata di voci e odori dall'Etemenanki. Candy deve aver trovato la mia roba nell'androne, ieri sera, o qualcuno deve avergliela portata, perché me la ritrovo disposta sulla soglia come gli effetti personali di un cadavere all'obitorio. Una coppia di gemelli d'argento del 1915. Un fermacravatte, d'argento, con incise sul retro le iniziali di una tizia che onestamente non ricordo più chi sia. La pistola e il suo caricatore, con una pallottola mancante. Il caricatore di riserva, intatto. Una pallottola, proveniente da un'arma in dotazione all'esercito francese, con la punta appiattita dall'impatto. Un telefono auricolare con lucina rossa che lampeggia dicendo sonoscaricosonoscaricosonoscarico. Una pillola rossa fluorescente di forma ovale. Una pillola rossa fluorescente di forma ovale? Torno indietro e la guardo da vicino. Ah, già, il messaggio di Jean Lee. Me n'ero completamente dimenticato. La prendo e la metto in tasca, e mentre di sopra il kimono scivola via dalle tue spalle ecco che incrocio la nostra Jeanne sulle scale. "Buon pomeriggio."
"Buon pomeriggio."
Quello che mi piace di lei, a parte le cose ovvie intendo, è che in 186 anni con noi ha imparato a fare poche domande ed a cercarsi ancora meno risposte da sola: la sento scivolare con noncuranza di fronte al mio studio e la sento non fermarsi che un istante di fronte ad una scrivania diventata un camino spento, e al letto di cuscini con جذوه e طاس ancora sul pavimento. E riesco a far sì che i cuscini si mangino il vecchio kimono di Ero, che ieri sera le ho messo as asciugare, prima che Jeanne lo veda e si faccia un'idea sbagliata della situazione.
Passando dalla biblioteca, raccolgo un ricevitore e faccio le mie tre telefonate: l'agenzia, per anticipare la vacanza di George, mio padre che è al momento impegnato in un'altra conversazione, Al perché vada a Rennes-le-Château a prendere Simone e la porti a San Pietroburgo (sì, lo so, scusami: è l'ultima volta, questa settimana, che ti uso come taxi esp... anche perché oggi è domenica). Impegno tutto me stesso a spazzare sotto un triplo tappeto di altri pensieri il tuo desiderio di ascoltare mio padre, e aprire un nuovo wormhole. Cerco di non pensarci, anche perché sono sulla porta del 331º piano. E qui mi fermo, alzando la mano per bussare. George dovrebbe essere in camera, sento la sua televisione da qui, ed è inutile discutere con te sul fatto che si arrabbierà, e che odierà quello che sto per dirgli: lo so, lo so perfettamente.

(15:21:10) Isabelle:
avatar - PNG - George

George: "Cambia", canale bla bla, "Cambia", canale noia-puzza-politica, "Cambia",facciadellamiaexpienadi rughe e adun passo dalla tomba, grasse risate per te, bagascia, "Cambia", noia-musica, "Cambia" canale cin ciù li e grazie al cazzo, ce ne siamo accorti da soli che è piovuto, cinese di merda, Noèin personasiè appollaiato sul nostro orologiochiedendoasilo politico. "Cambia", noia, "Cambia", noia, "Cambia, cambia, cambia", noia, noia, noia. Uhm "Indietro". Fantastico: canale 477 ed i suoi video musicali di gruppi vecchi come i lifting di Cher, di cui probabilmente è sopravvissuto soloquesto cazzoneche canta (e parlo dei componenti della band, non della faccia della tardona). Jonathan Davis e la sua 'Coming Undone', versione 2087, quando è ricomparso installato nel suo microfono, o forse modificato come il suo microfono (un alien tettone con la lingua di fuori e la postura di una giraffa con il torcicollo), precedentementemodellato da quel simpatico umorista di HR Giger. Chissà che fine ha fatto lo svizzero visionario, ogni tanto continuano a comparire le sue opere, ma di lui neanche l'ombra: è esploso in una psichedelica nuvoletta di fumo, stile Dracula fattone, allo scoccare del 21.12.2012. Mbha, in fondo anche 'sti cazzi: mi sento come una carta Munchkin a cui hanno tolto la descrizione divertente, quindi sostanzialmente sono una carta sfigata di serie B. Quelle in bianco su cui puoi farci il disegno personalizzato: tipo l'unico puffo idiotache si è fatto divorare da quel brutto di Gargamella. Quindi non solo sono un coso inutile, ma un coso inutile BLU e pure morto. Fanculo. "Cambia". Tempo di merda, ieri hai rovinato la mia serata, ora hai smesso di farti vedere e ti sei nascosta come un bambino sorpreso con le mani nel barattolo dei biscotti (oh, marmocchio infame, ma allora mi perseguiti. Vai un po'a giocarecon lefarfalleassassine… e sperotidivorino),anche alsoloricordo,insiemea tuttiglialtri, tiodio. Ti odio, ti odio, ti odio. E odio anche te, Gabriel, che rimani dietro la porta a fare, cosa di preciso? Lo so che è giunto il momento di fare il solito discorso inutile: bisogna partire, dove vuoi andare, è un regalo, cose divertenti, feste, puttanate. Certo, certo. Ceeeeeerto ed io sono Cthulhu e sto per conquistareil mondo con i miei tentacoli melmosi con la rinite. "Apriti sesamo", oh, eccoti qui e scusa se ti accolgo con l'entusiasmo di un bradipo con la sciatica, ma, onestamente, non ho proprio voglia di vedere qualcuno oggi. No, neanche te. E neanche Ross, che continua a bussare ogni cinque minuti come fosse un'anima in pena con il pepe al culo. "Ciao Pà, che dici?", novità? Gossip? Notizie interessanti? Messaggi da quella stronza di mia madre?

(18:42:30) shelidon:
avatar - PG - Gabriel

Gabriel: George è svaccato sul suo divano-isola, ovvero è perso in un blob bianco che potrebbe comodamente fare da letto comune all'intero squadrone di cheerleader dei San Francisco 49ers. Se la memoria non m'inganna, qualche 17 aprile fa è anche successo, e se queste pareti potessero parlare... beh, possono parlare: il problema è che quando lo fanno le capisco solo io. Il rampollo abbraccia un gigantesco secchio di pop-corn come se fossero Winnie the Pooh o come se lui fosse Winnie the Pooh e i pop-corn fossero l'ultimo vaso di miele nel Bosco dei Cento Acri. Ed ha l'aria chiusa a riccio di un porcospino incazzato.
Di sopra, mentre Jeanne ti spoglia del kimono verde e blu, il suono della tua voce fa squillare i vetri delle tue finestre: stai parlando con Jeanne o con qualcun altro? Poi la sarta francese lascia il piano, la tua voce si nasconde dietro alla porta che si chiude, la porta del 331º mi si richiude alle spalle e siamo di nuovo nel buio bluastro illuminato solo dalla gigantesca parete-televisore. C'è un episodio di una vecchia serie tv in cui i dinosauri escono da un portale da qualche parte nel Sussex e... sì, era una puttanata all'epoca, non è migliorata stagionando. Vuoi spegnerla, cazzo? "George..." No, non vuole spegnerla. E cerco di evitare di spegnergliela io, per non farci sembrare davvero padre e figlio di una situation comedy. Che dico? Dico che leggi nel pensiero, porca puttana: potresti evitarmi la fatica ma no, vuoi costringermi ad andare fino in fondo, e così sia. "So che sabato prossimo è il tuo compleanno..." ...e che ti ci vogliono sempre i due o tre giorni successivi per smaltire la colossale sbronza... "...e che magari avevi altri programmi in mente per la fine di aprile..." ...e cazzo cazzo nondevoassolutamentepensarealtuoregalo... "...ma tua madre pensava di anticipare la tua solita vacanza." Perché, perché non puoi fare un piccolo sforzo e dirmi che va bene, almeno quest'anno? "..." Il punto è che non possiamo farti piombare a Los Angeles da Azrael con due settimane di anticipo: non sarebbe educato. Non possiamo nemmeno considerando che, al contrario, lui solitamente non si fa problemi a piombare qui fuori stagione e/o con al seguito il triplo delle persone previste. Ma...
There fell a silvery-silken veil of light,
With quietude, and sultriness and slumber,
Upon the upturn'd faces of a thousand
Roses that grew in an enchanted garden,
Where no wind dared to stir, unless on tiptoe.

...ma tre piani sopra la mia testa, come scossa da una nervosa inquietudine, la tenda del tuo letto si scosta e Jeanne fruscia avanti e indietro tra il 333º e il 315º con tra le mani le tue vesti da camera. Stai scendendo anche tu, e ti apro la porta della biblioteca qui accanto prima che la tua mano o la tua mente arrivino alla maniglia. Chiedo scusa per il cattivo pensiero, mia Signora, ho pensato...
"Ho pensato che ti facesse piacere vedere il nuovo resort di Honolulu, prima di andare sul continente: hanno aperto un casinò, e il 19 comincia la settimana della moda." George, George, per favore, spegni questa cazzo di televisione: è l'ultima volta che te lo chiedo. "..." Niente. Ora dalla parete campeggia per due secondi una foto della moglie del programma spaziale in copertina a Vogue, e deve trattarsi di un notiziario a giudicare dalla velocità da record olimpico con cui George cambia canale. "...e tua madre mi ha mandato a domandarti se puoi per favore raggiungerla: vorrebbe parlarti." Ok, non erano esattamente queste le parole, ma è meglio così, non hai bisogno dei dettagli. E mi sento un po' una merda, ma dopotutto non sono affari di cui io mi possa impicciare più di tanto, per quanto possano starmi a cuore: Si tratta di suo figlio. E la sento, come se fosse a un passo, muoversi tra gli scaffali della biblioteca come all'interno di un labirinto. And in an instant all things disappeared.
The pearly lustre of the moon went out:
The mossy banks and the meandering paths,
The happy flowers and the repining trees,
Were seen no more: the very roses' odors
Died in the arms of the adoring airs.
Ti ho persa, insieme alla concentrazione.
"Oh, George, per la miseria, vuoi spegnere questa cazzo di televisione?" Ecco. Ho arrecato oltraggio alla sacra figlia di Paul Nipkow. Ora il cielo è libero di precipitare sulla terra.

(01:45:18) Isabelle:
avatar - PNG - George

George: A-Ah! Sei arrivato davanti alla mia porta urlando: Pilade, sono Sir Pilade!, con le tue grandi notizie da Londra, ed abbassarti il ponte del castello per sentire le liete novelle non ha deluso le mie aspettative. Avere altri programmi per la fine di aprile, per il mio compleanno o anche solo per decidere se mi va o meno di perdere tempo per una puzzosa vacanza? Naaaah, che ti viene in mente, ! Non so, vuoi per caso regalarmi un cappello a punta blu, incastonarmi un razzo tra le chiappe ed aspettare di vedermi partire con un eccitato ”Honolulu, arrivo!”? L’unica cosa che mi fa sorridere, al momento, è l’idea di ficcarti due piume nel culo e portarti come mio Anacleto personale. Ma come dice il buon vecchio Chuck: infilarti le penne nel culo non fa di te una gallina; per cui credo che ripiegherò sul buon vecchio Oscar. Lui ne capisce meglio, in generale, di queste cose… Tende ad apprezzare di più, ecco.
”Va bene, basta chiedere”, mi prendo qualche altro secondo, via, non mi dispiace troppo il leggero mal di mare che mi provoca il movimento ondulatorio delle tette della ballerina di danza del ventre comparsa su canale 803. ”Spegni” e illuminati d’immenso 331°, ma piano se no inizio a spararti sui led.
Rigiro un pop corn tra le dita e mi alzo, così posso aprire il primo cassetto di un mobile che dovrebbe essere al piano di sopra. Allora, cosa vuoi che ti dica? ”Fichissimo! Un’altra settimana della moda, ok, fammi pensare… porto il costume con il papero mannaro stampato sul davanti o quello con la codina da coniglietta attaccata sul posteriore?”, son scelte difficili. Aspetta un momento… codina da coniglietta? Questo non è mio, probabilmente è di Ross. No, sicuramente è di Ross e la cosa mi provoca un brivido virtuale così reale che decido di bruciare l’indumento. Bleah.
Allora, cos’altro vuoi che ti dica? Mi alzo dal divano, rigirando un pop corn tra le dita e mi getto ai tuoi piedi con la migliore interpretazione drammatica di cui sono capace: ”Noooooo, ti prego, non voglio partire. Perché, perché? Sono buono, ho fatto il bravo! Ok, magari ho distrutto la macchina ma non c’è bisogno di reagire così… no?”, ma so già che sbattere le ciglia non riuscirà a scuotere il tuo cuoricino dannato, sigh.
Rigiro un pop corn tra le dita e mi alzo dal divano, non c’è veramente qualcosa che mi passi per la testa. E’ la prassi, giusto? Allora, cosa vuoi che ti dica? sollevo le spalle, senza emozione e mi verso qualcosa da bere. ”Ok”, non me ne frega veramente un cazzo.
Rigiro un pop corn tra le dita, prima di mangiarlo, e ti guardo da quattro differenti angolazioni, quattro differenti modi di vedere le cose strette tra i denti, quattro differenti punti della stanza, tre differenti proiezioni. ”Allora, quale preferisci? e se continuo ad osservare lo schermo spento e continuo a ripetermi che non sono incazzato e che non ti odio e non odio mia madre e non odio questa cazzo di mania che ha di spedirmi in giro per il mondo, forse, riesco veramente a convincermi che non sono incazzato e che non ti odio e che non la odio e che… Puttanate.

(06:11:55) shelidon:
avatar - PG - Gabriel

Gabriel:
"Il papero mannaro, decisamente."
"Non fare il cretino."
"Bene."
Prendo con due dita le tre risposte mentali che ho infilato in automatico dietro alle tre proiezioni del rampollo e le lascio cadere in quel particolare grande cesto del mio cervello che reca l'etichetta cazzate. Alzo gli occhi al soffitto mentre i tanti George saltellano per la stanza come i Jack Sparrow di qualche tempo fa, o come dei raving rabbids con disturbi della personalità tali che al confronto Yin potrebbe passare per un monaco buddista: cammino sopra (ovvero attraverso) alla proiezione che mi fissa implorante dal pavimento e stacco un pezzo inutile di divano con un calcio, ignorandolo mentre manda un guaito e va a rifugiarsi da qualche altra parte. Mi siedo. E so che me ne pentirò. "Quale preferisco? Senti, George..."
No.
E ti sento di nuovo solo nel momento in cui arresti il moto dei tuoi passi tra i corridoi della biblioteca, anche se per un istante appena: una bolla di silenzio e perturbazione elettromagnetica ti circonda, come l'aria prima del temporale, fino a che il suono dei tuoi passi e quello della tua voce non ricominciano a risuonare tra gli scaffali del 330º piano. Che notizie, mia signora?
Ma George è qui, sul divano, e sta facendo scomparire le sue proiezioni. Che dirgli? Rinfacciargli che da 234 anni provo a inventarmi ogni anno qualcosa che gli renda un filo meno odiosa questa vacanza forzata? No, sto mandando lui a Honolulu più o meno come ho mandato Sasha sulla Chang'è. So benissimo, per quanto io possa metter su il mio sorriso migliore, di non essere esattamente la fata madrina il che, sorvolando sull'immagine grottesca, è una fortuna anche perché altrimenti qualunque cazzone potrebbe sperare di farmi fuori con un semplice there's no such thing as fairies. E sarebbe seccante.
No.
E ti seguo, disegnare stella e fiore dell'anahata chakra nel tuo gravitare su un disegno inesistente del pavimento al 330º, un disegno che traccio con il pensiero sotto il tempo di quadriglia dei tuoi tacchi. È mio padre, al telefono, vero mia signora?
Ma George è sempre qui, e le sue proiezioni sono un velo semitrasparente tra me e i margini del suo duplex tra 331º e 332º. Che rispondergli? Dirgli che capisco, che lo so, è una situazione del cazzo? No: sarebbe come ammettere apertamente che dissento con te, Ero, e sull'argomento non ne ho affatto il diritto. So benissimo, per quanto affetto io possa nutrire nei loro confronti, di non essere esattamente parte della famiglia.
No.
E ti accompagno allo scrittoio del 329º, scostandoti e riavvicinandoti la sedia, quando la bolla di silenzio ritorna a circondarti e gli scaffali muti sembrano fissarti, come me l'altra sera, senza il coraggio di domandarti davvero cosa ci sia che non va. Cattive notizie, mia signora?
Ma George è ancora qui, le sue proiezioni sono completamente scomparse. Che fare? Fingere che vada tutto bene, o quantomeno che sia tutto normale, spazzare sotto il tappeto il fatto che evidentemente lui la stia prendendo anche peggio del solito? No: sarebbe come prenderlo per il culo e no, grazie. So benissimo, per quanto io possa tentar di dominarmi almeno tra le mura di questa casa, di non essere esattamente σωφροσύνη personificata, ma...
No.
E quindi?
E quindi non c'è veramente nulla che io possa, in tutta coscienza, rispondergli.
"Scendi da tua madre, ok?" Appoggio le mani sulle ginocchia, per alzarmi: che lui mi dica cosa gli passa per la testa davvero è fuori discussione, o sbaglio? In fondo, io stesso non lo farei. E non lo sto facendo.

(01:17:01) Isabelle:
avatar - PNG - George

George: “Vuoi veramente sapere cosa mi stia passando per la testa, Pà? Vuoi veramente sentirtelo dire? Ok, va bene, ma non te ne andare e prima di gettare tutto nel cesto della biancheria sporca delle ‘cazzate’ cerca di arrivare fino alla fine. Quindi ok, va bene: mi sento come quei sette famosi personaggi che hanno dimenticato tutto, no, scusa, sei. Anche se uno si suicida e... va bene, non importa. Comunque, il settimo si prende l’onere di accollarsi tutte le responsabilità, forse non mi si addice troppo, eh? No, tranquillo, non sto per mettermi a sputare sangue. Dicevo: il passare del tempo ha cancellato tutti i loro ricordi, giusto? Anche se come sappiamo il tempo è un concetto piuttosto relativo, eh? Non è proprio il mio forte, ma comunque… Quando questi pensieri tornano a galla, in un mare di palloncini colorati, i protagonisti scivolano dal blu al nero. O almeno così dice lo scrittore, cioè… parla di un nero profondo che non è proprio un colore, eh? E’ un posto malsano e puzza, cito Stan perché penso renda maggiormente l’idea: il puzzo non era quello di corpi in putrefazione ma quello di ricordi in putrefazione, che è un puzzo peggiore. Quindi, ricapitolando, abbiamo detto che loro dimenticano, perché sono lontani o perché qualcosa o qualcuno li ha spinti a dimenticare, ma ad un certo punto devono pur tornare, insieme ai ricordi, in questo posto orribile che ha dell’insano e che chiamano, semplicemente, ‘casa’. No, non sto divagando, aspetta. Quindi fuori dal blu e dentro il nero, già, così è. Dove può attenderti qualunque cosa. E finché ci sei immerso, non puoi proprio metterti a dimenticare, puoi farlo se ne vieni tenuto lontano. E va tutto bene, finché non ti chiedono di tornare. Allora ricordi: ricordi che tutti gli anni, in un certo periodo, ti chiedono di andare e poi di tornare a galleggiare. Ogni tanto sei arrabbiato, a volte divertito, a volte rassegnato, a volte non hai veramente uno stato d’animo, eh? Sei semplicemente tornato, torni sempre. Torniamo, tutti, sempre. Vero?
Poi capita la volta in cui non devi allontanarti, no, meglio, ti allontani come al solito è il ritorno che è sbagliato, perché quella cosa, quella cattiva che ti getta un’ombra addosso, che le avvelena l’esistenza, ha deciso di andarsene portandosela dietro, lasciandoti da solo a casa, una volta rientrato come previsto, lo sai, no? Poi, sempre quella cosa, te la riporta indietro, come un pacco che non è riuscito ad arrivare a destinazione, anche se odio questo termine di paragone, intendiamoci, ma è così. Passa un momento, quel momento, e poi dimentichi. Ma abbiamo detto che tutto ricomincia a galleggiare prima o poi, no? C’è una piccola differenza, però, dove prima esisteva solo uno spazio bianco, tagliato, tra due fotogrammi, ora c’è quel faccione inquietante di Pennywise che mi guarda come volesse divorarmi e nei suoi occhi c’è la scena tagliata. Quindi ora galleggio e ricordo e vedo e… ti mostro una cosa…”


Da dove vuoi che cominci? Dalle ginocchia o dal cervello, perché in una visione le sensazioni prima o poi ti permeano completamente vestendoti, ma il punto di impatto è sempre il momento peggiore, quindi partiremo dallo stomaco ridotto ad un pugno serrato e duro dall’ansia, per non si sa bene quale motivo:
Mamma è in ritardo e la cosa è strana, perché mamma non è mai in ritardo a meno che non decida che non ha nessuna voglia di scendere o di prepararsi o perché il colore del vestito non le piace o perché ha la luna storta o perché… Bè, ci sono tanti motivi per cui mamma dovrebbe essere in ritardo, visto le sue manie di perfezione, ma mamma non è mai in ritardo. Eppure quando controllo l’orologio la risposta è sempre la stessa: ritardoritardoritardo. Plick. E fuori deve aver iniziato a piovere. No, non piove. È la quarta volta che controllo perché sembrachepiova e invece no, nonpiovedannazione. Ma qualcosa mi suggerisce che stia piovendo o che stia per piovere, d’altra parte a mamma piace fare il gioco dell’impiccato con quel poveraccio di Noè. Anche se al momento stiamo parlando di una goccia ogni tanto. Plick. Una goccia inesistente, perché a costo di risultare ripetitivo: noooon staaaaa pioveeeeendo e tuuuuutto va beeee… Uhm, bene, non so. Avevo quasi dimenticato della partenza di Gabriel, che rende tutto piuttosto strano. Me ne rendo conto solo ora, vedendo il buio del 333° che mi sbatte sul muso come una porta chiusa o che mi risucchia al suo interno come il mostro dell’armadio. Plick. La scala è abbassata, nell’angolo più estremo del piano. Probabilmente non è neanche il suo modello preferito, perché sembra più la scala di servizio di Cenerentola e del suo debole lumino. Plick. E questa dannata goccia mi farà diventare matto, visto che siamo a Shanghai ora capisco il detto goccia cinese. Il che, anche, non mi convince. L’odore che sento è dolciastro e ferroso, totalmente fuori luogo. Mi do una mossa, perché nonostante le storie del terrore non mi facciano più paura da circa 403 anni, ora, inizia un attimo a rabbrividirmi il sedere e perché siamo in ritardo, anche se non riesco a visualizzare bene le lancette dell’orologio da polso (per quale motivo mi ostini a portare questo vecchio modello, non si sa) e perché questo rumore ha dell’ipnotico e del preoccupante, insieme al profumo del sangue. E quando raggiungo l’ultimo gradino quello che osservo è qualcosa di incredibile: come un mostro si è creato una pozza e continua a sgocciolare pacifico subito dopo una striatura e subito dopo… il silenzio. Mà…? “Mamma… ?” e sei qui, questo lo so. Ma dove, di preciso, nascosta? Il quadro mi deride nell’espressione spaventata di quella regina. Ed ora so dove sei, ma quando ti raggiungo l’immagine che ho di te, in piedi alla finestra, è sostituita dalla tua di spalle adagiata sul pavimento. L’estremità del vestito non è neanche lontanamente bianca, ma inzuppata di un colore che non mi piace per niente. Aspetta un attimo “Che succede… ?”, e va bene se non vuoi che mi avvicini almeno lasciati guardare… ma no, hai i capelli divisi all’estremità della nuca e creano un tappeto inquietante, come gli spiriti inconsolabili delle leggende giapponesi. “Che cosa devo fare?” perché io non lo so che devo fare, non sembri neanche mia madre al momento, ma una creatura che… “Ok, chiamo Gabriel… “ no… No. No? Perché no? “Dimmi che cosa devo fare… “, parlami dannazione, anche un cenno mentale va bene e lasciami avvicinare. Lasciami avvicinare…

(18:21:36) shelidon:
avatar - PG - Gabriel

Gabriel: La visione che George mi scaraventa nella testa mi si aggrappa allo stomaco e mi trascina giù, in un cesto della biancheria sporca sul fondo del quale qualcuno abbia cercato di nascondere lenzuola macchiate di sangue, e recupero lucidità solo nel momento in cui chiamarla mamma mi ricorda che questa è solo una proiezione del passato. Ma è tutto talmente reale, da quel sapore nell'aria che riconosco subito al dannatissimo Wynfield che irride entrambi dalla parete di camera sua, fino a che non mi si rivela una バンシー con le fattezze di lei e una voce nel mio stomaco prova a obiettare che no, non può essere, non deve essere. Andrà tutto bene, mia signora, lasciami avvicinare. Lasciami avvicinare…
No.
L'eco che mi scaraventa fuori dalla visione, di nuovo sul divano, è come la mano di una bean nighe e sta raspando nel cesto della biancheria: sta portando le lenzuola alla palude, e pur di nascondere il sangue sembra sia intenzionata a usare la torba e il carbone di quelle acque putride. È come l'artiglio di Peg o' Nell e si aggrappa alla mia memoria, la afferra insieme alle lenzuola, la immerge nell'acqua torbida della palude.
No.
E quando riapro gli occhi, guardando George che si alza dal divano, anche questa sensazione torna al suo posto, insieme al suo farneticare iniziale su Pennywise e i ricordi perduti. È stata lei a farti dimenticare, e quella morsa attorno alla mia memoria non ne è che l'eco, la proiezione del ricordo: le immagini sono ancora lì, con il vuoto della mia camera e il pavimento al piano superiore imbevuto del suo sangue. "George..." Ma è già uscito, e anch'io devo uscire, ho bisogno di aria: tra il salire e lo scendere, attraverso i saloni della corte e la piccola porta della mia camera estiva, al 312º piano, non si è mai aperta con così tanta difficoltà. Dalla parete, tra il palmo della mia mano destra e quello della mia sinistra, la Natura all'Aurora di Ernst mi guarda come uno specchio pronto a rispondermi.
Spieglein, Spieglein, an der Wand...
Sì, lo so, lo so. Mi guarda, il quadro di Ernst, con uno sguardo che non mi è mai sembrato così severo da quando mi ha salutato la prima volta. E nemmeno a New York, tornando da trentatré anni di guerra in Europa, mi sentivo così stronzo. Avrei dovuto immaginarlo, dovrei conoscerti, ormai, ma ho preferito concentrarmi su quello che mi hai detto riguardo a marzo in Russia e maggio in Italia, quando eri via, invece di lasciarmi insospettire dalla carenza di dettagli riguardo a giugno in Cina, quando ero via io. Avrei dovuto arrivarci da solo, cogliere il tuo invito a capire, ma ora è troppo tardi e mi trovo, come in un incubo di maggio involontariamente condiviso, ad averti rubato un segreto che se fosse dipeso da te non avresti mai rivelato. Appoggio la fronte alla cornice del quadro, forse per sfuggire alla figura di Thoth che mi scruta nascosto nella Natura all'Aurora, con la tavoletta nascosta in una mano come se fosse pronto a scrivere la cronaca tardiva di questo maledetto biennio.

(18:40:16) Florence:
avatar - PG - Faith

Faith: Con ancora il suono cinguettante di Rossini nella testa, stavo andando a raggiungere Clarissa in camera sua per dirle che sì, l'intervista è andata on-line ma no, non si può continuare in questo modo. Aida è riuscita un po' a calmarmi e a mettermi di umore meno nero, ma soprattutto è riuscita a non farmi sentire come uno studente che ha fatto esplodere il laboratorio di chimica e ora deve andare a dirlo alla professoressa: in fondo non è successo niente e quello che è successo non è stata colpa mia. Non è stata colpa mia. Non è stata colpa mia. Salgo lo scalone fino al piano di Clarissa e colgo l'ultimo strascico di un movimento con l'occhio destro, nel corridoio. Qualcuno ha lasciato aperta la porta della cameretta estiva di mio padre ed è strano, perché lui ci dorme solo in agosto e durante l'anno non ci va mai, e chi altro dovrebbe andarci se non lui? Potrebbe essere Candy. Potrei chiederle di portare del tè in camera di Clarissa: se lei è dell'umore vorrei anche chiederle se le serve qualche spunto o qualche ricerca per l'articolo di dopodomani sera sul Trovatore, e io ho trovato delle lettere di Rosina Penco che scrive prima della prima prima e parla della parte. Le piaceranno.
Ma affacciandomi nella camera mi si blocca la gola sulla C di Candy. Mi si stringe la gola perché ho l'impressione ogni volta che questa camera diventi più piccola, più fredda e più spoglia, e non capisco perché: in agosto le cose sono più difficili, ci sono molte persone in più e non con tutte andiamo tutti d'accordo, soprattutto mio padre. Se io potessi scegliere di avere una camera più comoda in cui riposarmi, lo farei di sicuro, dopo quelle serate interminabili a cercare di non dire le cose sbagliate di fronte agli ospiti. Perché mio padre sceglie una stanza più scomoda?
"Papà?"
È appoggiato di fronte al piccolo quadro verde che teneva in camera anche a New York e non mi sta guardando, sembra non avesse neanche sentito avvicinarmi almeno fino a quando non l'ho chiamato. Vorrei spintonarlo tanto, ma tanto, e dirgli che è un grandissimo stronzo, e chiedergli perché ha dovuto rovinare la serata a Clarissa. No. Chiedergli perché deve rovonare sempre tutto. Ma ha uno sguardo che non riesco a decifrare e che mi raggela sul posto, un passo dentro nella stanza.

(19:20:07) shelidon:
avatar - PG - Gabriel

Gabriel:
"Sh..."
No. Non ora. Non ora. Se esistesse il re dei momenti sbagliati, sarebbe questo: non ho la forza di affrontare qualunque sia l'argomento di cui vuoi parlare questa volta, e non posso giustificare il mio essere qui, fuori stagione, con la testa infilata dentro nel verde brillante di Max Ernst.
"Parla piano, sto cercando di acciuffare un puffo scappato dal 324º." E perché, di tutti i piani, doveva venirmi in mente proprio la camera di Azrael? Guardo Thoth che mi guarda dal quadro, ancora pronto a redigere la cronaca di un anno all'Etemenanki: agosto non è poi così terribile, in fondo, è divertente avere ospiti, se sono tutti graditi, se non arrivano senza preavviso, se non si comportano come se fossero a casa propria, se non danno l'impressione di essere spie industriali in visìta, se non... Prendo un sottile respiro sotto allo sguardo indurito di Faith. "Cosa c'è? Sai cosa succede se non teniamo una linea dura rispetto al loro incremento demografico?" Un controllo delle nascite non dovrebbe essere troppo difficile: hanno solo la puffetta, in fondo, e... Ah, no, non funzionava così per i puffi. Ma comunque, una contraerea per le cicogne e diserbante sui cavoli dovrebbe bastare. Oh, Faith, andiamo, non guardarmi così: non puoi pretendere che io ti dica davvero perché sono qui, non dovrei essere qui. Thoth sta continuando a guardarmi. Ok, lo vuoi proprio sapere? È cominciato tutto a fine febbraio 2105, quando sono riuscito a rovinare la festa di carnevale ad Ero, e non posso dirlo a Faith, che mi ha ripetuto fino alla nausea quanto si era divertita e quanto le nostre feste dovrebbero sempre riuscire così. È peggiorato in marzo, quando lady Erodiade si è allontanata da Shanghai senza una parola, portando con sé ogni possibilità per fare ammenda dell'offesa, ed a Faith non posso dirlo, proprio a Faith che mentre io maceravo nel mio senso di colpa mi ha trascinato al convegno dei matematici del PIe day, mi ha costretto a rigiocare tutti e cinque i Monkey Island, si è fatta riportare a casa in braccio dopo la festa di San Patrizio ed è riuscita a coinvolgermi nella prima festa di equinozio dai tempi di New York. Non posso dirle nemmeno che in aprile contavo i giorni del silenzio di lady Erodiade mentre mia figlia capriolava tra Pasqua, la festa di Clarissa nel giorno della pulizia delle tombe e il compleanno di Matsu. Come faccio a spiegarle che in maggio, mentre lei si faceva rileggere tutti i libri di Salgari tradotti a braccio da quell'abominevole italiano, io stavo setacciando il globo cercando un segno qualunque che la mia signora fosse in salute e questo maggio non avesse necessità di me? Non posso, come non posso dirle che la nostra vacanza di giugno e luglio non è nata dal mio desiderio di passare del tempo con lei, e che in questo momento, dopo aver visto lo stato di salute della mia Signora qui all'Etemenanki, mentre io ero a Parigi... Thoth, appunta pure sulla tua tavoletta: sono un bastardo, ed è stata tutta colpa mia, ma non posso spiegare a Faith perché sono un bastardo, perché... beh, perché sono un bastardo.

(20:52:58) Florence:
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Faith: Certo. I puffi. "Gabriel... - stringo i pugni delle mani e gli avambracci contro i fianchi: non devo piangere - ...vai a farti fottere." Ti odio, ti odio: perché devi fare così? Devi sempre fare così: sei come un bambino crudele e io sono il tuo cucciolo da maltrattare, forse la mamma non ti lasciava tenere un cagnolino e allora ti sei preso una ragazza? Sei tu quello che mi ha ammazzata eppure quella che prova a farsi perdonare sono io, ti rendi conto? "I puffi? Ti rendi conto che ti sto inseguendo da una settimana? Ti rendi conto che praticamente non parliamo davvero da Parigi?" È stato quasi un anno fa e da allora è successo il mondo di cose, ma come al solito per me è come se non fosse successo niente, se devo stare a quello che mi hai detto tu. Come quando ho dovuto sapere da Candy che stavamo andando a Shanghai, e che non era in gita. E ora devo sapere da qualcun altro che hai mandato qualcun altro sulla luna. Qualcun altro? Papà lo sai quanto mi piacerebbe andare sulla luna! Lo fai apposta per ricordarmi che non sono importante e che non so fare niente? Ma se non sono importante e non so fare niente, allora non avresti potuto lasciarmi in pace? Nessuno ti ha chiesto niente, nemmeno un passaggio in macchina: hai fatto tutto tu, e adesso non fai che tenermi sulla scrivania schiacciando lo snooze, mi sento come una sveglia la cui suoneria non ti piace più. Ne ho abbastanza. Non mi interessa se la mia suoneria ti piace o no.
Mi giro per uscire, e la porta della camera mi si chiude in faccia. Metto la mano sul pomolo. Tiro. La scuoto. "Fammi uscire." Ma quando mi giro, ha uno sguardo che non riesco a decifrare e che mi raggela sul posto, con la schiena contro la porta della sua stanza.

(21:56:51) shelidon:
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Gabriel: Oh, Faith, andiamo, sai benissimo che quando una frase contiene dei puffi, in qualunque forma, significa che non sono in vena e per piacere di lasciar perdere. Eppure ogni volta non... Effettivamente non c'è una volta tu capisca che non è il momento: forse dovrei cambiare immagine, provare con i munchkin, o con i gummy bears. Dove cazzo vai? Hai lanciato il sasso in uno stagno di anatre assassine e adesso pensi di poter correre a casa dalla mamma?
Ma quando si gira mi accorgo che ha la faccia di una cui sto per squarciare la giugulare (e so esattamente che faccia avrebbe se io stessi per squarciarle la giugulare: in fin dei conti è successo) e non sono precisamente queste le mie intenzioni, questa volta. "E va bene, hai vinto tu: cosa mi volevi dire?" In fondo ha ragione lei: se non posso raccontarle perché non è il momento, tanto vale continuare a dissimulare e darle retta mentre mi parla di chissà quale straordinaria scoperta nei meandri della rete o di chissà cosa le abbia raccontato Clarissa questa volta.
Di sopra, George ha raggiunto la biblioteca e la vibrazione del pavimento sembra trasmettermi l'eco di una discussione poco tranquilla. Forse avrei dovuto rimanere in zona, chissà cosa avrai pensato sentendomi scappare in quel modo, ma... Mi dispiace, Ero... ...ma almeno la distanza che ho scavato tra me e la biblioteca vi lascerà parlare in pace, senza l'intrusione dei miei sensi indiscreti. Mi risponde un suono come di vento attraverso la serratura della mia porta e la sensazione che un tuo soffio si sia fatto strada fino alle mie tempie e da qui in una stanza privata del mio cervello. Come se anche tu ti fossi venuta a rifugiare di fronte alla Natura all'Aurora. Accarezzo questo pensiero, e il pensiero del pensiero, e vado verso lo scrittoio. Andiamo, Faith, adesso parla. "Comincio io? Mi dispiace di averti lasciata al parco da sola." Ma davvero, non so se te ne sei accorta, c'era una folla inferocita con torce che puntava nella tua stessa direzione. "E non ho nulla contro il fantasma, davvero, ma se vuoi tenerla con te, deve sapere che ci sono delle regole sull'utilizzo di certe capacità, in questa casa, soprattutto in fasi di bilancio e ristrutturazione dei sistemi." Insomma, in maggio o tieni spento il cazzo di fantasma o sarò costretto a mandarti a dormire in mansarda per tutto il mese. "C'era altro che mi volevi dire? Davvero, non è una buona giornata..."

(23:19:29) Florence:
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Faith: Vinto? No, non ho vinto: mi arrendo. "Papà, non è mai il momento..." E c'è sempre una folla inferocita che viene in questa direzione. Se tu sapessi come sono sempre preoccupata di fare qualcosa che non ti piaccia o che non va bene o che ti faccia arrabbiare... come la cosa del fantasma... ma poi quando scopro in questo modo che va bene, e che l'hai sempre saputo, non mi sento sollevata. Vuoi sapere come mi sento? Mi sento solo stupida. Sono stupida, hai ragione tu: c'è davvero sempre la folla inferocita, e se non te ne occupi tu ci viene addosso. È vero.
Faccio due passi nella stanza e mi strofino un braccio con la mano. È così vuota... anche la chaise-longue che c'era una volta non c'è più, forse un giorno questa stanza scomparirà tutta tranne il quadro e in agosto andrai a dormire lì dentro come Mary Poppins. "Non è una cosa per cui posso prendere appuntamento, o mandare un'e-mail: parli mai con qualcuno solo per il piacere di parlarci? Non so, se ti dicessi che ieri mi è successa una cosa incredibile mentre intervistavo lo stesso tizio del parco, ti interesserebbe? O che ho incontrato Sugar a casa tua? O che mi sono addormentata e ho sognato di intervistare Wuxia sul quadro, e mi ha anche detto cose interessantissime che non mi ricordavo di sapere? O che mi piacerebbe tanto andare sulla luna, quante volte te l'avrò detto?" Scrollo le spalle. No, non è interessante, lo so, eppure una volta parlavamo anche di queste cose: non passavi da un salone all'altro come il bianconiglio o come uno gnomo che ha appena riparato il reattore e sta andando a fermare i missili. "Non importa."

(00:32:03) shelidon:
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Gabriel: Sospiro.
Thir song was partial, but the harmony suspended Hell, and took with ravishment the thronging audience.
Se qualcuno ti sentisse parlare, in questo momento, non potrebbe fare altro che darle ragione. Io stesso le darei ragione, se potessi, e se non comportasse il doverle spiegare come e quanto lei abbia ragione. "Faith, andiamo, non fare così: lo sai che non è vero." Potrei rinfacciarle che sono andato a parlare con lei l'altra sera e avremmo potuto farlo se lei non avessi la fase REM di una marmotta, ma poi finiremmo come al solito con lei che mi rinfacci di averti uccisa il 2 di febbraio e non è una strada in cui voglio avventurarmi. Sono stanco: non lo vede che sono stanco? No, non lo vede. Scosto le tende dell'alcova e mi siedo sul bordo del letto, facendomi da parte per lasciarle lo spazio. "Quale quadro? La Medicina?" La dannata, fottutissima Medicina che... che fine ha fatto la Medicina? Era al posto del Wynfield in camera sua la sera dell'acquisto, e c'era anche al risv... la mattina dell'otto aprile, ma ieri sera quando sono salito ho trovato solo la parete vuota. Che è sempre meglio del Wynfield, ma... sono quasi tentato di domandare ad Ero dove abbiamo fatto spostare il Klimt, ma immagino che in questo momento la sua attenzione sia su George, e non so quello che potrebbe dirle una divinità minore greca pettinata come la regina Amidala. Per di più dipinta da un tedesco.
Faith non risponde, e continua a bighellonare per la stanza. Cazzo, è entrata nella fase ti tengo il muso ma siccome non posso uscire dalla stanza te lo tengo qui facendo finta che tu non ci sia? Mi sparerei, se non avessi lasciato la pistola di sopra.
"In discourse more sweet
- For Eloquence the Soul, Song charms the Sense, -
Others apart sat on a Hill retir’d,
In houghts more elevate, and reason’d high
Of Providence, Foreknowledge, Will, and Fate,
Fixt Fate, free will, foreknowledge absolute,
And found no end, in wandring mazes lost.
Of good and evil much they argu’d then,
Of happiness and final misery,
Passion and Apathie, and glory and shame,
Vain wisdom all, and false Philosophie:
Yet with a pleasing sorcerie could charm
Pain for a while or anguish, and excite
Fallacious hope, or arm th’ obdured brest
With stubborn patience as with triple steel.
"

Si gira e mi guarda con una faccia alienata. "Ah, allora mi stai ascoltando." Indico nuovamente la porzione di cuscino accanto a me, con un gesto della testa, invitandola a sedersi. "Togliti i guanti, fammi vedere la mano."

(00:45:05) Florence:
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Faith: Non voglio ascoltarlo, non voglio dargli soddisfazione. Sempre così: prima mi evita per giorni e poi pretende di riconquistarmi con un sorriso e un paio di scarpe nuove, ma io non sono Candy. Oddio. Che cosa brutta da pensare. E mentre penso di aver pensato una cosa brutta, mio padre spara giù una decina di minuti di Paradiso Perduto e mi ritrovo a fissarlo. Dannazione. Mi ha fregato. Riesce sempre a fregarmi. E perché adesso mi scappa da ridere? Accetto il suo invito, alla fine cosa posso fare? Mi siedo. Tolgo i guanti. Gli metto tra le mani la mano bianca, che in questo momento trema e pulsa. "E'... è strana, è cominciato tutto quando ho messo la mano su un pentacolo di Jacob, e c'era dentro Aida." Lo so, non dirmelo, non avrei dovuto mettere la mano su un pentacolo di Jacob con dentro Aida, ma è successo, d'accordo? "E adesso a volte le cose diventano strane quando le tocco, in genere sto cercando di non toccare niente. Ieri ho quasi fuso la maglietta di un nostro tecnico al giornale, per dire, te lo ricordi? Quello con il topo." Mentre parlo, le dita di mio padre sulla mia mano stanno facendo calmare il tremore e ora la sento di nuovo calda: non la sentivo così calda da... da tanto tempo. Guardo da un'altra parte: che cosa imbarazzante, sono qui con mio padre seduti sul bordo del letto e questo qui non è davvero mio padre. "Quindi... lo sapevi già, sapevi già tutto. Perché non mi hai detto niente?" Però penso che non sia una cosa grave, se non mi ha detto niente: se fosse stato grave me l'avrebbe detto, no? Mio padre non vuole che io faccia esplodere qualcuno o disintegri qualcosa. Credo di no, insomma.

(01:31:13) shelidon:
avatar - PG - Gabriel

Gabriel: E adesso che cazzo le racconto? Che è una cosa ridicolmente innocua e che passerà e che se la smette di infilare le mani in campi elettrificati non succederà più? No, ho un'idea migliore. E non devo neanche mentire. "Ti ho mai raccontato di Astrea? No? Aphra Behn?" So di avergliene parlato. Mi alzo, vado verso la Natura all'Aurora e lo stacco leggermente dal muro, quel tanto che basta per infilare due dita dietro alla cornice. Le faccio scorrere da destra a sinistra, fino a che non incontro l'ostacolo di uno spesso cartoncino e lo sfilo prima verso l'alto e poi, lungo il muro, verso il basso. Lo sventolo di lato per scuotere la polvere dei secoli: ma Candy non spolvera mai là dietro? No, non ci spolvera mai, è il motivo per cui tengo lì alcune cose. Guardo la fotografia. Cazzo, sembriamo le Charlie's Angels. E quel che è peggio è che io devo per forza essere Sabrina Duncan, perché non ero bionda e mi farei sparare piuttosto che farmi vedere alla guida di una Ford Mustang beige. Torno verso Faith e le porgo il cartoncino. Non ricordo neanche più chi avesse insistito che la facessimo: magari fosse vero che i vampiri non vengono in fotografia. "Fatti una risata." Vado allo scrittoio, tolgo una sigaretta dell'anno scorso e la accendo con un gesto del polso. Lo so, lo so che non si fuma in camera da letto, ma sperabilmente non dormirò di nuovo qui prima di altri ottanta giorni. "Aphra Behn è quella a destra. Prima di morire era una scrittrice, ha scritto il testo per l'Abdelazer di Purcell, il tuo nuovo cellulare da compagnia dovrebbe conoscerla." Alza gli occhi e mi guarda malissimo. E va bene, niente battute sul fantasma, ho capito. "Ma anche Clarissa il secondo fantasma da compagnia, ma mi mordo la lingua dovrebbe conoscerla." Mento. La conosce perfettamente, ha scritto qualcosa tipo all women together ought to let flowers fall upon the grave of Aphra Behn mentre era in vita, ma ho perso completamente traccia dei segreti di Clarissa e non so più quanto e cosa sappia mia figlia di lei. Un giorno dovrei chiamare una riunione generale e rivelare a tutti i segreti di tutti. Il problema è che dovrei cominciare dai miei e... "Vedi che porta i guanti?" Cazzo, sembriamo le Charlie's Angels veramente, e ora che ci guardo meglio, io assomiglio molto di più a Kelly Garrett, nonostante tutti i discorsi sulla Ford Mustang Beige. In fondo sono anche l'unico rimasto fino alla fine della serie.

(01:47:05) Florence:
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Faith: Mi scappa da ridere. Oddio, non devo scoppiare a ridere. Ma il terzetto che mi guarda da questa foto anni trenta, anche se ritrae tre donne con l'aria da diva su quello che potrebbe essere il set di Pearl Harbour, mi sembra... E sto per dirlo, sto per dirlo davvero: "Non mi avevi mai detto che facevi parte delle Chipettes." Non devo ridere, non devo ridere, non devo ridere. Avvicino la fotografia agli occhi e le guardo bene: sono tre belle donne e quella al centro è quella che Candy chiama l'americana, quindi è mio padre. Credo. E' seduto su una cassa di munizioni, ha un bicchiere di champagne nella mano e quel mezzo sorriso. La donna alla destra, che vorrebbe il guardassi... oddio, la mia destra, la sua destra o la sua destra nella foto? Guanti. Porta i guanti. Ok, la mia destra. Ha il viso ovale e i capelli ricci da ritratto del '600, anche se scappano via da sotto un berretto della RAF troppo stretto. Ma i berrettini triangolari della RAF sembrano fatti apposta per essere troppo stretti. Ha l'aria seria, quasi scontrosa, e tiene una mano arcuata a coppa, sull'altra come se ci avesse catturato un uccellino. Aphra Behn... Astrea... forse sì, forse mi ricordo. "E' lei che si è suicidata in guerra, no?" Ahhh, forse ho detto qualcosa di sbagliato, avrei dovuto metterlo giù in un modo un po' più delicato, in fondo mio padre ha passato trentatré anni in guerra con questa gente e in trentatré anni succedono un sacco di cose. Avrei dovuto essere più delicata. Ma quando alzo gli occhi per cercare di recuperare vedo che mio padre, con la sigaretta nella mano lontana da me, sta tornando a sedersi dov'era prima.

(02:52:52) shelidon:
avatar - PG - Gabriel

Gabriel: "No, lei è semplicemente scomparsa." Aspiro una boccata di fumo e cerco di ignorarla mentre dalla foto mi guarda come se stesse per dirmi semplicemente un cazzo. "A Dresda, nel febbraio del 1945." Un brutto posto e un brutto momento in cui scomparire, se chiedi a me, ma tant'è. "Lei..." indico l'altra donna con le due dita che reggono la sigaretta, per poi spazzare via dal suo naso una briciola di cenere, con il dorso della mano. "...lei ha aperto la finestra della sua cella alle tre del pomeriggio, ma non so se definirlo un suicidio." Anche Amy, dalla foto, mi sta guardando: ha la stessa posa ed espressione che aveva in quel famoso ritratto di George Romney, quello che Chris ha comprato dalla Huntington Library e si è messo in ufficio a Londra, sulla parete di fronte a Elisabetta e alla Regina Vittoria. Un braccio in grembo a tenere il gomito dell'altro, la mano sinistra sulla gola e la testa chinata, nascosta in questo caso da un niqāb aperto. Scuoto la testa. Non era di lei che volevo parlare. "Astrea aveva..." Come metterla giù? Se dicessi il tuo stesso problema, qualcuno potrebbe pensare che io mi riferisca a un fidanzato licantropo dall'altra parte del globo la cui clessidra si sta svuotando. Dall'altra parte, non so se sono pronto ad affrontare la discussione che nascerebbe se continuassi dicendo ...la tua stessa cronica difficoltà a mutare forma. Astrea era convinta suo padre non le avesse trasmesso le proprie capacità insieme all'infezione, cosa che naturalmente non è possibile: tu di che cosa sei convinta? "...aveva infilato una mano nel compressore assiale di un Metrovik F2 mentre Amy tentava di polarizzarlo per montarlo su un prototipo di Gloster Meteor." Giuro, è il modo più delicato che mi è venuto in mente.

(04:24:06) Florence:
avatar - PG - Faith

Faith: Oh che grandissimo bastardo! Lascio la presa sulla fotografia e stringo la mano a pugno picchiandolo sulla spalla. "Stronzo, stronzo!" Io non ho infilato la mano nel motore di un aereo, l'ho solo messa in un... ok, forse è come averla infilata nel motore di un aereo ma non è comunque un paragone carino! E io che avevo pensato tu volessi affrontare un argomento seriamente, per una volta! Ci casco sempre, sempre. "Lasciami!" Mio padre ha appoggiato una mano sotto il mio pugno e con l'altra ha preso al volo la fotografia prima che cadesse, sta dicendo qualcosa con un tono difensivo, ma gli viene da ridere e... oddio, sta venendo da ridere anche a me. "Non è la stessa cosa, insomma... - protesto. Perché devi sempre far sembrare in qualche modo poco serio qualunque problema io abbia? O anche qualunque problema, in generale. Mi guardi come prima di dire qualcos'altro di poco carino, guardi la fotografia come per vedere che non si sia rovinata. "Oddio, mi dispiace, non si è rovinata, vero?" Ma invece di guardare la fotografia, guarda la mia mano. La prende. La gira. Dice che no, non gli pare. Oddio, che scemo... Dovrei ricominciare a picchiarlo, ma sto ridendo troppo per riuscirci. Mi manca il fiato e mi fa male lo stomaco. Mi aggrappo alle tende e mi sfugge un urlo. "Ecco! Ecco cosa fa, lo vedi?" La tenda si è staccata, un pezzo della tenda, e ha cambiato colore e... e... "Fallo smettere, fallo andare via!"

(18:30:50) shelidon:
avatar - PG - Gabriel

Gabriel: Appoggio la fotografia sul copriletto dietro di me e mi chino a prendere il grumo di materia organica impazzita, che una volta impilato sul palmo della mia mano si cheta. È un blob informe alto due mele o poco più e non so come spiegarlo a Faith: far diventare strane le cose toccandole è la chiave di tutto il divertimento, toglimi quello e scambierei volentieri la mia capacità con quella di ingegnere biomeccanico, perché non ci sarebbe differenza. Passo una mano sulla testolina del blob, da dietro in avanti, togliendo un po' di colore e modellandogli un cappello come quello della Liberté guidant le peuple e intanto mi domando, davvero, dove ho sbagliato con lei. Con Faith, intendo, non con la libertà dei francesi. Non ho mai pensato che diventasse una dei Sudarchikovis ma speravo che la curiosità avesse la meglio sulla paranoia: faceva giornalismo d'inchiesta, per la barba di Nonno Puffo. Ma evidentemente mi ero sbagliato. O, chissà, forse davvero... ne, to je zbytečné přemýšlet o těchto věcech.
Mentre scendo con le mani lungo il viso del blob ad arrotondare un naso e passo a tirare dei capelli biondi da sotto il berretto frigio, apro una finestra e stendo un tappeto in quella stanza della mia mente che sta cullando il pensiero della mia signora, e non mi azzardo a domandare come stiano andando le cose con George perché non mi piacciono i suoni e i passi che mi trasmette la biblioteca. Je serai avec vous dans un istant, madame... si vous voulez. E, anche se mi sento molto Gargamella per questo, la puffetta non m'è venuta niente male. No, un momento: mi è venuta bionda e graziosa, per cui tecnicamente più che Gargamella sarei il Grande Puffo. Che è sempre meglio di Gargamella. Quantomeno perché non ha un gatto che si chiama Azrael. Ops. Je demande pardon.
Ruoto la mano per guardare il pupazzo dalle varie angolazioni e poi lo porgo a Faith. "Tieni." Esita. La puffetta rimane lì a dondolare le gambe come Marilyn Monroe seduta sul coperchio di un pianoforte. "Non ti morde: sei forse una puffbacca?" Dai, prendila, così posso finire di fumare quel che rimane della mia sigaretta che, fumando dal dorso della stessa mano, dà l'inquietante impressione che la puffetta sia in realtà seduta sul coperchio di un pianoforte in fiamme. Si decide. Bravissima. "Quello che cercavo di dirti prima, è che il contatto con un campo elettromagnetico potrebbe averti reso la mano più sensibile: perché non ne approfitti per fare qualche esperimento?" Si trasfigura e diventa bianca come l'abitino della Schtroumpfette. Temevo che non avrebbe funzionato...

(21:45:53) Florence:
avatar - PG - Faith

Faith: Un pupazzo. Un pupazzo della puffetta. Mio padre mi ha appena fatto un pupazzo della puffetta con un pezzo della tenda del suo letto ed è davvero carina. E mi domando... perché mio padre va in giro ad ammazzare la gente? È sprecato: potrebbe fare il giocattolaio pazzo, sarebbe una specie di incrocio tra Sweeney Todd e Willie Wonka, o il gioielliere assassino. Invece di ammazzarle personalmente, potrebbe guardare le persone ammazzarsi per comprare le sue cose perché, davvero, chiunque le comprerebbe! Prendo la puffetta per la vita e mi fa si-si con la testa, dondolando le gambe, mentre la muovo avanti e indietro. C'è qualcosa di così vivo, nel modo in cui mi guarda... tolgo la mano destra, non voglio rovinarla, e rabbrividisco a quello che mi dice mio padre. Esperimenti? Che genere di esperimenti? Io non voglio fare esperimenti, voglio solo poter tornare a toccare le cose senza che si sciolgano o diventino Sponge Bob, ma guardando mio padre capisco che non me ne libererà, che per lui è una buona cosa e che ci conta per farmi diventare meno imbranata. Mi poso la puffetta in grembo e abbasso gli occhi: vorrei dirgli che mi dispiace ma che davvero non fa per me, ma sotto sotto spero che non affronti direttamente l'argomento per non doverne parlare. Oddio che ipocrita che sono: non ho appena finito di fare una scenata perché non parliamo mai? "È bellissima: non capisco perché non lo fai di mestiere..." Cambia argomento, cambia argomento, cambia argomento...

(22:42:39) shelidon:
avatar - PG - Gabriel

Gabriel: Fare di mestiere cosa? Il creatore di puffi? Ma allora non mi ascolti quando parlo: ti ho appena detto che un incremento demografico dei puffi creerebbe dei problemi. Tanto per cominciare dovrei sostituire le orchidee del 326º piano con una piantagione di salsapariglia per sfamarli, e non so se Ero sarebbe contenta. E poi non credere che sia sufficiente creare cento puffi e una puffetta per avere il tuo villaggio e ritenerti soddisfatto: devi fare gli occhiali di Schtroumpf à Lunettes, i fiori di Schtroumpf Coquet, funghi per tutti e in men che non si dica ti ritrovi a gestire il nostro chef che litiga con lo Schtroumpf Cuisinier, e George che cerca di farsi Sassette. No, credimi, questa casa è sufficientemente complicata così com'è. "Già, parlando di lavoro..." Tolgo di tasca la pastiglia di Jean e la guardo in controluce un'altra volta. Mangiami. Sì. Se avessi del buon senso, le darei fuoco, specie considerando il famoso detto sulla curiosità che uccise il... lo scoiattolo. "...poi mi fai vedere l'intervista all'amico degli animali? Sono curioso." Sì, sì, lo so, dovrei avere l'articolo tra i feed, ma sono un po' indietro con la lettura dei giornali, e sono davvero curioso di vedere se la mia teoria su quel tizio è corretta. E, se lo è, voglio conoscere l'esper che lo accompagna: in fondo, sto ancora cercando l'origine di un potente disturbo elettromagnetico. Mi rigiro la pastiglia nella mano e lascio che Faith batta in ritirata, in fondo neanch'io ho voglia di parlare del come, del quanto e del perché non riesca a mutare forma, e quando si chiude la porta alle spalle socchiudo per un momento anche la porta di quella stanza in cui la presenza di lady Erodiade sembra essersi fatta più flebile e più distante: non so cosa ci sia in questa pastiglia, né quanto sia forte, non voglio rischiare che si tratti di un brutto spettacolo. Porto il palmo della mano alle labbra, butto la testa all'indietro e ingoio. 0,15 pollici di diametro per 0,47 pollici di lunghezza, sottilissimo film che si scioglie dopo i primi due centimetri di esofago e un anione di acido glutammico che stringe la mano al mio dna e spedisce qualcosa alle mie sinapsi, delicato come un Solid Rocket Booster. Il meccanismo non funziona benissimo, il messaggio arriva meno in forma di Fidippide e non è esattamente χαίρετε, νικῷμεν: assomiglia molto di più a un deja-vu, ma a rovescio, un ricordo che sono certo di non aver mai avuto si è impiantato negli schedari del mio cervello poco prima dell'esplosione di West City, Illinoys, 21 dicembre 1951. Sbatto le palpebre. Jin Rei. Mai sentito.

(23:24:39) Florence:
avatar - PG - Faith

Faith: Sono scappata, e mi ha lasciata scappare. E invece di andare a bussare alla porta di Clarissa, torno di sotto verso camera mia: sono troppo scossa e ho in mano un pupazzo della puffetta, non posso salire da Clarissa in queste condizioni, ma anche tornare in camera al momento mi sembra sbagliato. Aida si preoccuperà vedendomi agitata, già lo so, mi sono accorta di come si preoccupa quando mi agito. Mi appoggio alla parete del corridoio e respiro: c'è Jeanne con la porta aperta e sta volteggiando attorno al suo manichino, canticchia come i topini di Cenerentola e mi sembra felice. Forse dovrei essere felice anch'io: sono nel palazzo più bello della città e mi lasciano fare quello che mi piace. No, di più, mi lasciano fare quello che voglio. Con la puffetta stretta tra il petto e il braccio sinistro mi fermo sulla soglia della camera francese: la nostra stilista sta drappeggiando un bellissimo drappo di seta verde cinese con degli spilli sul manichino e mi ricorda tanto i colori del quadro che stava guardando mio padre. Mi dice qualcosa su un kimono, un'ispirazione e su lady Erodiade, ma non la sto ascoltando: ora che ci penso, mio padre sembrava davvero preoccupato, quando gli sono entrata in camera. È difficile vederlo così preoccupato: avrei dovuto chiedergli qualcosa, domandargli cosa c'è che non va. Forse dovrei tornare indietro... ma e se poi ricominciasse il discorso sul fatto che non riesco a cambiare forma? Stringo la puffetta e guardo Jeanne e mi dico che dovrei anch'io fare quello che mi piace e non fare domande su quello che vedo. Anche se mi sento un po' egoista e in fondo mi dispiace. Dal corridoio sento i passi di mio padre che esce e va verso la scala e sta parlando al telefono in cinese. Parla di un viaggio, Honolulu, forse è il regalo per il compleanno di George. Già devo anche incominciare a impacchettare il mio: sono sicura che gli piacerà tantissimo, quest'anno ho trovato davvero il regalo perfetto e neanche quello di mio padre, che è sempre fantastico, quest'anno riuscirà ad essere meglio del mio. Ne sono sicura, sarà una festa bellissima e gli farà dimenticare quella un po' sottotono dell'anno scorso. Il pensiero mi conforta e mi riscalda un po'. Sì, mi sto facendo troppi problemi: siamo una famiglia, in fondo.

(00:36:19) shelidon:
avatar - PG - Gabriel

Gabriel: Sembra una pista abbastanza debole: chi potrebbe essere così disperatamente desideroso di andare sulla luna a farsi mettere sotto gli elettrodi di Talia? Mi alzo e faccio due giri per la stanza. Beh, è l'unica pista che ho, dopo tutto.
Proviamo.
Il tono colpevole di Bianca, al telefono, mi dà l'impressione di essere inciampato in una pista che qualcun altro stava già seguendo, ma quando vedo i dati che mi passa... no, non può essere che qualcun altro stesse già seguendo questa pista, perché risalendo attraverso i vari passaggi d'identità arrivo a un nome che non mi è affatto nuovo. Eugene Acher, piccolo figlio di puttana d'un beduino...
I saloni della corte mi sfilano accanto mentre salgo le scale e compongo un altro numero di telefono. Uno squllo per fare le boccacce ai sistemi di rilevamento del governo cinese. Un altro squillo, per passare sotto la gonna dei radar americani e scoprire che effettivamente la Statua della Libertà non indossa biancheria. Un ultimo squillo per sfilare tra le maglie dei sistemi di sicurezza britannici. Tutta questa fatica e mi risponde solo un bip. Cazzo, non mi aspetto che il capo dei servizi segreti sia in casa o che la sua segreteria reciti Chief Christopher Marlowe, lasciate un messaggio dopo il segnale acustico, ma almeno un lasciate un messaggio, andate al diavolo, avete sbagliato numero... o anche solo ci sarà un segnale acustico, state pronti. "Gabriel. Ho una cosa per te. 547 95 62 804." E spero sia ancora intelligente abbastanza per trovare la chiave e accedere alla dropbox in cui gli lascio cadere i dati di Bianca. Lascio cadere anche il telefono, fisicamente, in un vaso Ming dove spero rimanga a marcire almeno fino alla fine del pomeriggio, e raggiungo la biblioteca in tempo per imbattermi in George, che sta uscendo con l'andatura e il portamento di una pernice indiana cui Davy Crockett abbia appena tentato di impallinare il culo, e quando provo a fermarlo tutto quello che mi dice è soltanto: "C'è differenza tra partire un po' prima e partire stasera, fanculo."
Stasera.
Come sarebbe a dire stasera?
Il portone d'ingresso della biblioteca risponde al mio interrogativo opponendo un muto Ibis redibis numquam peribis in bello ma no: con un gesto metto la virgola al posto giusto, apro la porta e mi addentro nei corridoi muti del 327º piano. L'eco dei miei passi risponde dalle balconate come la moltiplicazione dei doppi di George, ma sto seguendo il suono di un altro eco, quello di un respiro sottile che inciampa ogni tre, come il tempo di una danza, e che attraverso i corridoi si lascia arrotolare come il filo di una stanca Αριάδνη. Lascio che gli occhi mi si abituino all'oscurità e il filo grigio raggiunge il fuso del tuo corpo avvolto in un abito color perla, pallido tra i dorsi colorati dei tuoi libri. Hai il viso appoggiato al palmo della mano, lo sguardo distante e le spalle leggermente appesantite verso il piano dello scrittoio: non sembri avermi sentito arrivare. "Madame...?" Reprimo con un brivido la sensazione di deja vu e non oso portare a termine il gesto che mi porta la mano quasi sulla sua spalla. Cos'è successo? Cosa significa domani?

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