- Il Castello
avatar - bund - n3 Etemenanki
9:10 pm, 8 April
2106
3 on the Bund - Etemenanki

«L’Etemenanki (in lingua sumera scandito É-temen-an-ki
ovvero “casa delle fondamenta del cielo e della terra”)
era la principale piramide a gradoni di Babilonia
e costituiva il fulcro religioso e culturale
non solo della città ma di tutta l’area circostante.»

(05:21:52) shelidon:
avatar - PG - Gabriel

Gabriel: Zig et zig et zag, chacun se trémousse, on entend claquer les os des danseurs.
Zig et zig et zag, la mort continue, de racler sans fin son aigre instrument.
Un voile est tombé, la danseuse est nue, et voilà qu'elle s'abandonne, comme si le rustre était un baron.
E' una musica lontana, come un eco interrotto, e sfuma sulle mie tempie fino a scomparire, lentamente. Fino a che non mi trovo, un'altra volta, al di qui del fiume Λήθη e sono sveglio. Più o meno. Cazzo, che ore sono? Giurerei di aver dormito due ore al massimo. Che diavolo di giorno è? Ma, soprattutto, per quale motivo avrei deciso di scollegare ogni contatto con il braccio sinistro? Provo a sollevarmi dal cuscino, e l'operazione è pari in complessità a quanto dovrebbe essere per l'orso Teodoro smontare e rimontare uno Springfield calibro 30 in meno di otto secondi. Quando apro gli occhi, il profumo dell'anardana fa dissolvere nella mia immaginazione la figura del pupazzo armato di fucile, come Euridice ad uno sguardo affrettato, e sono istantaneamente, definitivamente sveglio. Mi saluta il poco chiarore che filtra attraverso i trafori e le tende del letto, e l'ombra di un respiro tranquillo che si insegue nell'aria come il residuo di un filo di fumo. E' il capo di lei, appoggiato appena sopra la clavicola, che mi ferma nel portare a termine lo scatto nervoso del risveglio. Abbasso appena gli occhi, devio la pressione sanguigna dalla vena giugulare esterna e il controllo scivola lungo il braccio a riappropriarsi della mano, passando attorno alle sue spalle. Tornano la sensibilità termica, a contatto con la pelle della sua schiena, il tatto contro la sua pelle, il movimento che prova a sciogliere l'abbraccio senza svegliarla mentre più in alto, sovraccarico delle informazioni che si raggranellano tra sinapsi e sinapsi, il cervello è partito nel consueto spin a domandarsi non tanto cosa sia successo ma come sia potuto succedere, di nuovo, nonostante i buoni propositi. Poi ti muovi. La mano sopra il mio sterno si chiude leggermente, come se volesse agguantarmi i pensieri in una morsa, e provo a troncare la spirale parabolica in cui si è lanciata la mia coscienza. Non è così che voglio svegliarti. Torni immobile, il tuo respiro si regolarizza, ma l'espressione corrucciata non abbandona la tua fronte. Qu'est-ce qui ne va pas, madame? E' tornata quella strana sensazione dall'altra sera, quel cappio di stanchezza che attraverso il briolette sembrava aggrapparsi al tuo collo e oscillare insieme al ritmo dello spazio-tempo. Ti dirò, anch'io non sono esattamente freschissimo. Perché mi sono svegliato? Giurerei mi abbia svegliato qualcosa, e forse sono stato generoso con la stima delle due ore: ho dormito al massimo un'ora e quaranta.
Tendo i sensi. Qualcosa vibra, fuori dal guscio del letto, oltre le tende e i motivi geometrici che un cinese di quattrocento anni fa ha considerato adatti a custodire il riposo della regina. Al di là del separé. Vibra con insistenza, facendo scivolare sullo sgabello del pianoforte una sensazione di torpore che si allontana, si allontana, arriva al bordo e... cazzo!. Il mio cercapersone si è appena lanciato in un volo carpiato, come il padre dell'eroe perché il pirla ha scordato di cambiare le vele, e proprio non faccio in tempo a prevenire in alcun modo il suo incontro ravvicinato con gli arabeschi bianchi del pavimento. Merda. Si riscuote. Continua a camminare, saltellando tra un fregio e l'altro, e non la smette di vibrare. Va bene, va bene, sono sveglio, mi alzo! Voglio proprio vedere chi rompe i coglioni a quest'ora (qualunqe sia l'ora, è irrilevante). Scusami, Ero. Perdo lentamente consistenza sotto di lei, accompagnandola lentamente con la mano e le gambe sul lenzuolo morbido, con la testa sul cuscino, prima di sfumare completamente fuori dalle lenzuola e, attraverso le tende, fuori dal letto. Mi riaggrego nell'atto di aggirare il separé, da cui la figura sprezzante di Hygieia mi saluta al posto del solito Wynfield, e cerco con gli occhi qualcosa che assomigli ai miei vestiti. Niente. Fermacravatta sul pavimento, ai piedi del pianoforte, e la mia cravatta sta dormendo poco più in là avvinghiata ad un nastro rosso di cui non ricordo la natura. I veli del suo abito sono sparsi per la stanza come i petali di una rosa dopo un'improvvisa gelata, e vedendo il violino di vetro sul pavimento, a fissare dal basso il coperchio del pianoforte rimasto alzato, non è semplice raccogliere la concentrazione necessaria per tornare con l'attenzione sul cercapersone, raccoglierlo dal pavimento e tenerlo nella mano, a vibrare. Mi porto lontano dal letto, vicino allo scrittoio, e con una mano riordino il tetsubin e le tazze sul vassoio. Persino il briolette, lì accanto, sembra guardarmi con aria inquisitoria domandandomi se ho intenzione di rispondere, per la miseria, oppure no.
Attivo il cercapersone. Mi schiarisco la voce per un 喂 qualunque. E mi si rovescia sulla testa, come una brocca d'acqua gelata, una raffica di cinese dalla voce della receptionist. Cazzo, nemmeno Dickie Duck incrociata con Eleanor Miller delle Chipettes riuscirebbe a tirar fuori un timbro così acuto: se alzi il tono ancora un po', tesoro, mi troverò a dover spiegare ad ogni singolo pipistrello dello sprawl che no, non ho chiamato. Fatico a computare nel cervello quello che la Penelope Pitstop cinese sta cercando di dirmi, perché non ha un cazzo di senso. Strofino due dita lungo le sopracciglia e faccio alzare il mal di testa. Quando? Chi? Cosa? E cosa cazzo aspettavi a dirmelo? Riaggancio mentre il pavimento riassorbe il disordine, ricomponendo la stanza come dovrebbe essere, e sale a ricoprirmi con la stessa parvenza di compostezza. Pantaloni, camicia, la cravatta si arrampica lungo un braccio quando mi chino a raccogliere il fermaglio d'argento, e sollevo in fretta il colletto nell'aggirare la Medicina. Infilo il cercapersone in tasca e lancio le mani nel protocollo automatico per annodare un Cavendish, come una sequenza di scacchi. Apro di cavaliere in F6 e quando arrivo alla regina, nel suo letto, ho appena terminato il nodo. La giacca mi cresce sulle spalle, aiutata da un movimento spontaneo mentre salgo i tre gradini e sorpasso i pannelli traforati, scosto le tende, entro nella penombra. Sta ancora dormendo, ma con un'aria imbronciata, e si è stretta al cuscino che era il mio. No. Que dis-je? C'était moi qui étais dans votre lit." Mi inginocchio, scosto con una mano un filo di capelli dai suoi occhi e mi protendo in avanti. "Tesoro..."
Mais psit, tout à coup on quitte la ronde, on se pousse, on fuit, le coq a chanté. I tuoi occhi che si aprono scoccano una specie di rimprovero, che mi fa ritrarre dita e respiro. Scusami. "Ero... a quanto pare c'è il ministro olandese per me e mio padre per te." Sollevo il cercapersone, indicandolo quale colpevole di questo brusco e indesiderato risveglio. "Dici che Qi Yue ha ricominciato con l'oppio?" Eddai lo so, lo so, ma non ti avrei disturbato il sonno se fosse stato un affare che avrei potuto sbrogliare da solo: hai invitato tu mio padre qui, e per quanto possa essere curioso di sapere il motivo, se non hai ritenuto opportuno coinvolgermi non posso di certo chiedertelo ora, mentre cerchi di districare il gomitolo di Λάχεσις dai ferri del suo sonnacchioso fratellastro. Il numero in alto a sinistra, sul cercapersone, scatta sulle 21:11. Devo scendere. Chissà quanto tempo quella slípka zelenonohá avrà fatto aspettare il ministro prima di degnarsi di chiamarmi: se non fosse stato per l'appuntamento di Ero, dubito che si sarebbe decisa a farlo. Come se non avessero l'ultima torre di Babele che ci manca, cazzo. Lascio i pensieri a gravitare tra le tende del letto, mentre scendo di corsa una scala improvvisata tra le tue stanze e la mia, afferro al volo la pistola dalla scrivania e, tagliando attraverso lo studio, mi infilo lungo lo scalone dell'Etemenanki: li lascio a tenerti compagnia fino a che, avvicinandomi alle stanze di George, non devo affrettarmi a sostituirli con la prima cosa che mi passa per la testa. Il manuale di uso e manutenzione dell'HS.404 per il Gloster Meteor, in ceco. Tengo il cervello così impegnato fino al 25° piano, dove mi impongo di smaterializzarmi e riaggregarmi, per abbandonare anche l'ultimo residuo del profumo di melograno che mi indugia addosso. Do una lucidata al mio olandese, aggiusto il nodo alla cravatta ed attraverso i giardini pensili, entrando nella parte visibile del palazzo.

(20:12:30) Lou:
avatar - PG - Clarissa

Clarissa: La Medicina è entrata all'Etemenanki quasi tre giorni fa e da allora nessuno ha più visto né lei né Lady Erodiade. Attendo il momento in cui potrò vedere entrambe, e parlare con la seconda della prima, perché il pezzo che mi ha portato Faith é eccellente e Wuxia è stata stranamente lucida, puntuale nel rispondere alle domande. Non so ancora però se vorremo usarlo, dichiarare pubblicamente il ritrovamento: potrebbe essere saggio rimandare l'annuncio a dopo l'esposizione della Gioconda, o forse lady Erodiade ha altri piani per Hygieia. Mi stringo nelle spalle e nel farlo riprendo coscienza del mio guscio. Teso, nervoso e dolorante. Mi sta scivolando il controllo, e fatico ad avviare il semplice atto del camminare. La punta di feltro di una scarpa, ordinatamente davanti all'ombra proiettata dalla gonna. Tic. Toc. Attraverso gli immensi corridoi della biblioteca, i giardini pensili, e da lì entro nei saloni della galleria, nel palazzo di pietra. Nessun Klimt mi restituisce lo sguardo a parte la proiezione di uno di quelli che mi conoscono già. Una torre di corpi riposa, sulla destra, sotto una coperta multicolore che li avvolge, e il tredicesimo arcano li guarda, con tra le mani quello che potrebbe essere uno strumento di lavoro di Jacob. La stessa figura occhieggia dalla torre di corpi a destra della Medicina. La Signora lo starà ancora studiando?
Entro nella sala successiva e mi salutano tre Waterhouse, come una risposta a questa domanda. So perfettamente che i dipinti non si trovano veramente qui, eppure le loro forme sono così vivide, i loro colori e la loro consistenza, nella luce che li colpisce dai cristalli appesi, mi rimandano il viso affilato della mia attuale ospite e mi fanno fermare. Sono in questo corpo da quasi cento anni, e continuo a rimandare il momento in cui dovrò scomparire per qualche settimana e dare l'addio al vaso che definisce i miei contorni. Questa donna è stata autrice di teatro e fotografa, ha condotto una vita variegata anche prima di cadere nella rete di Gabriel ed essermi offerta, ma chissà come e perché, convinta da cosa, ha accettato di farsi strappare il viso e la consapevolezza di sé. E ora la mia indecisione oscilla tra il lasciarla spegnere come una candela, in pace, e svegliarla per consentirle di vedere, anche solo per un giorno, come sia diventato il mondo da quando l'ha lasciato. Sarà il mio terzo passaggio, dalla ragazza che ho posseduto istintivamente sul mulino, e temo ancora il momento in cui chiuderò gli occhi di carne per riaprire quelli alla cui vista tutto e niente è definito. La mano attorno al datapad si chiude in modo nervoso, come se mi avesse aggredita l'improvviso timore di perdere il corpo. Ed è così. Di fronte a me, Psiche non mi guarda: sta socchiudendo una scatola per ricevere sul viso un po' della bellezza di Proserpina, e so bene come finirà. La bellezza dei morti è il contenuto di una scatola che non mi è del tutto estranea, se solo riuscissi a carpire il segreto di chi, come Faith, riesce a chiudere serenamente gli occhi. Come abbia spaventato il sonno, io, lo so bene: l'ho assassinato, come Macbeth, quando ho acconsentito a insinuarmi nella coscienza altrui pur di avere un corpo. E le ninfe di Waterhouse, guardando verso il basso la testa galleggiante di un altro poeta, sembrano chiedersi se questi mortali davvero sappiano quello che fanno. Oltrepasso la signora di Shalott, aggrovigliata nel suo telaio e pronta a strappare la misura di Λάχεσις con uno scatto coraggioso e risoluto, per correre tra le braccia di Άτροπος. Cosa starà adombrando lady Erodiade, oggi, da proiettare tanti figli di Νύξ? Ed eccola, la madre, che mi fissa da un quadro di Bouguereau e sembra tentare di nascondersi dalla civetta di un'altra dea.
Tamara de Lempicka.
Goya.
La scala del palazzo di pietra non ha nulla a che vedere con il grande scalone che scava la spina dorsale dell'Etemenanki, ma ugualmente è piacevole da percorrere, riesce a distendermi parzialmente i nervi come se mi stessi lasciando scivolare in un abbraccio. Scendo fino all'atrio luminoso e oltrepasso le piccole salette con i bozzetti leonardeschi, che attendono l'arrivo di Lisa Gherardini. Forse sono abbigliata un po' leggera, per uscire, avrei dovuto prendere il soprabito, ma l'intenzione non si spinge oltre l'andare al giornale solo per qualche minuto. C'è ancora un grande subbuglio di ipotesi sconclusionate, dopo le due esplosioni nella città vecchia, e non vorrei trattenermi troppo in preparativi. Mi concedo un'occhiata circolare, dalla giovane receptionist alle quattro sale che si dipanano dall'ingresso. A quest'ora, i visitatori sono di una qualità particolare: oltre al popolo notturno, ho imparato che anche i cittadini di Shanghai amano entrare a sera, quando le luci del Bund vengono lasciate filtrare attraverso i vetri e nei corridoi della galleria si possono fare strani incontri. Vado verso il portone d'ingresso, quasi senza prestargli attenzione. Poi torno indietro. Un uomo sta sfogliando le pagine elettroniche del Codice Atlantico come si farebbe con un giornale già letto. Un riflesso, solo un riflesso che potrebbe essere ingannevole: potrebbe non essere considerato un sintomo troppo sorprendente, dopo una vita intera a sentire le voci, e non l'ho mai davvero visto di persona, fuori dal mondo virtuale della rete e delle videochiamate, ma... "Dottor Konstantinovic?"

(17:52:54) shelidon:
avatar - PNG - Balthazar

Balthazar: Sono riuscito a farmi di Shanghai solo un'idea assai approssimativa, fino ad ora, devo ammetterlo: tra lo spazioporto e il cocktail non c'è stata molta occasione, sono stati tre giorni di intenso lavoro e l'aria respirata questa sera, dalla mia suite a qui, è stata troppo disturbata da gente con la pistola o gente con una copia di Wired da firmare. Non venivo a Shanghai dal 1923, e questa versione moderna della città potrebbe anche piacermi, ma davvero non ho avuto ancora tempo di farmene un'idea. Forse è per questo che la telefonata di Nikola, ieri, mi ha colto di sorpresa. Quali esplosioni? Evidentemente sta controllando più lui le cronache locali lui da Praga di quanto non lo stia facendo io da qui.
Il foglio elettronico tra le mie mani si piega come se fosse carta, e passo oltre un disegno di ala meccanica che so a memoria. Sono le 21.15. Passo l'occhio distratto su un complesso sistema di ingranaggi, risalendo al rovescio verso il loro utilizzo e accavallo le gambe, allungandomi sulla poltrona. In tasca pesano la klíček e la vlasenka, insieme al cercapersone spento: con il Valiant Vervet che viene rilasciato oggi, accenderlo adesso sarebbe una specie di suicidio (e mi domando sempre cosa ci possa mai essere di tanto valoroso in un cercopiteco). Sulle percezioni, pesano la settimana in bianco e la sensazione che ha cercato di farsi strada quando sono entrato qui, come se mi fossi infilato nello stomaco di un drago cinese lungo come la Grande Muraglia, con tutto il rispetto. Mio figlio è fuori di testa. Passo indice e medio sulla superficie dello schermo, verso l'angolo in alto a destra che raccoglierà il mio tocco come un desiderio di voltare pagina, quando una voce che non mi è nuova mi salva dall'ennesimo carro falcato. Abbasso la superficie brillante e la appoggio nuovamente sul tavolo, sciogliendo le gambe e alzandomi. "Miss Clarissa." La proiezione mentale che ha di sé, quella che ho incontrato in rete, sembra leggermente più giovane e meno stanca, le sue articolazioni sono meno asciutte. Accenno un baciamano. Mi raddrizzo. Le 21.17. Da come mi guarda la giornalista, e per quanto la conosco, posso quasi sentirla formulare mentalmente il solito giudizio sul fatto che io sia senza cravatta. Beh, essere impiccati una volta nella vita dovrebbe bastare e io ho già dato. Dice qualcosa, che interpreto nel modo più ovvio. Sorrido. Del resto, cosa io faccia qui è informazione riservata, talmente riservata che... Beh, eccolo, dal fondo del salone, mio figlio che arriva allargando le braccia come a dire scusami tanto. Lo so, Gabriel, lo so, ma non farmi domande. Dove trovo la Signora?

(00:56:07) Isabelle:
avatar - PG - Erodiade

Erodiade: ”Mia Signora…”
Allungo le braccia nel tentativo di afferrare un alito del tempo che sfugge, impertinente, al mio controllo. E la sensazione che mi colpisce non è quella confortante delle dita che arrivano a sfiorare la roccia salda che ospita la sorgente da cui mi sono dissetata e nella quale ho dissipato l’umore di questa stagione infinita, intrappolata nei giorni, come stanze buie, chiuse e maledette; ma quella, meno piacevole, del palmo che affonda nella sabbia bianca dell’isola di Νάξος, senza riuscire a trattenere neanche il ricordo delle tue vele che abbandonano la costa.
Che abbandonano la costa.
”Mia Signora…”
Questo è solo un altro incubo che si infrange contro il piano reale del mondo, nel momento in cui apro gli occhi.
”Mia…”
« Va bene, Jeanne, sono sveglia, mi alzo. »
E sorrido, perché questo non è un mio pensiero.
Sgancio gli aspidi d’oro dall’abbraccio intorno al mio collo, per lasciarli a custodire il suo cuscino, l’idea del sonno ed il profumo di melograno, prima di immergermi malvolentieri nei colori, diversi, di questo presente.
Jeanne continua nervosamente a camminare avanti ed indietro, come uno spirito privo di pace, borbottando qualcosa riguardo al ritardo, ma sono troppo stanca per contraddirla o scaraventarla in un tunnel, lungo tutta la torre, con un orologio in mano (che segna le 21:17) alla disperata ricerca della sua Marianna e di un paio di guanti bianchi.
« Jeanne, per favore, l’intera popolazione di Shanghai ha capito che, ormai, si è fatto tardi. Ora andiamo avanti e… No. »
L’odore del miele mescolato al latte, arriva ad aggrapparsi vivido all’immagine del bagno di Cleopatra di… che razza di giorno è? « Il fiore di Loto, piuttosto. », una profumazione più adatta ad accompagnare i sogni delle dame proiettate nelle sale dei piani inferiori, ed a lenire l’espressione cieca di Τύχη, avvolta nella sua austera toga botticelliana al terzo piano. Jeanne accetta docile le mie disposizioni e si sposta verso la parete divisoria, attirata da un particolare che non capisco, sebbene il frammento, di rosso vestito, riflesso nel vetro chiuso, che separa il mio universo dal loro, dovrebbe suggerirmi qualcosa. Un qualcosa che cresce come un’idea. No, come un pensiero rivolto alla figlia di Asclepius: che si prenda cura del mio risveglio.
”Così è questa la famosa Medicina. Trovo che il porpora si sposi molto bene con l’atmosfera della Vostra camera.”
Si riferisce ad Hygieia: la sdegnosa divinità dipinta da Klimt, che volta le spalle all’umanità, mortale o immortale che sia, incurante del suo destino, sebbene sia una contraddizione in termini, offrendo solo il mero palliativo della dimenticanza, tramite la coppa colma dell’acqua di uno dei fiumi infernali. Un oblio che si aggroviglia, tra le pieghe della mia mente, come le spire dell’insolente serpente d’oro, forse più prossimo a Lilith che alla cura di ogni male, che mi irride dall’alto, insieme alla sua padrona, quasi come avesse intuito gli affanni che mi tormentano. Ricalco il drappeggio del suo abito, le curve dei corpi alle sue spalle, la morte ed infine il suo sguardo. Nei suoi occhi ho rinchiuso, anche se non ne ho memoria, tutte le domande di questa serata. Uno scatola che si apre, come la mano del Dio nell’atto di scagliare Mjöllnir dalle stelle direttamente verso la terra per scolpire il profilo del lampo che distruggerà la ziqqurath della Porta degli Dei, attraverso il cielo di Burne-Jones dietro la Fortuna ed i suoi tre amanti. E’ solo l’attimo di un istante, ma è sufficiente. Je veux qu’on m’apporte présentement dans un bassin d’argent la tête d’Iokanaan. L’essenza di nelumbo gocciola dal polso ad irrorare gli arabeschi dell’Alhambra mentre lascio che il brivido di questo pensiero si disperda, dall’ombra del mio collo, nel vento che scuote lo spazio esterno.
Shhh.
*
Ferma sulle scale, sfoglio attentamente le pagine del libro dei morti, lasciato quasi per dimenticanza, forse, nella tratta che mi separa dal mio ospite, mentre Jeanne sistema la pietra di Hathor incastonata nell’acconciatura che ha improvvisato per la serata. Il piccolo biglietto, che rigiro fra le dita, strappa un sorriso alle mie labbra e nutre la speranza, piuttosto amara, di non dover più guardare il mondo attraverso uno specchio per evitare una condanna annunciata.
Riprendo la mia discesa verso la stanza di Elisabetta, ed il fantasma che mi segue continua a sistemare ora il turchese, ora l’orlo del corsetto o la piegatura della spallina.
”Se avessi avuto il tempo necessario, Mia Signora…”
« Oh Jeanne, per favore… »

(05:09:37) Florence:
avatar - PG - Faith

Faith: Sì, va bene lì. Meglio lì. No, meglio qui. Distribuisco il peso in tre modi diversi, prima di fermarmi e stiracchiare le braccia. Ho sempre paura di muovermi troppo, nel sonno, e rovesciare questo letto. Penso che, se dovesse accadere, mi ritroverei a rotolare per la stanza, a sfondare una delle vetrate, e farei la fine di Humpty Dumpty sulla strada del Bund. Eppure mi piace questo letto, più di quello che avevo a New York. Mi rigiro sulla schiena e piego un ginocchio fino a che il lenzuolo non mi scivola da sopra. Sonnolenza, torpore, e la mia testa va a tentoni tra i ricordi: mi sono svegliata così nella mansarda, con Candy che spolverava in giro e batteva i tappeti, e mi sono rimasti i contorni fumosi di un sogno davvero surreale, i cui postumi ancora faticano a svanire. "Humpty Dumpty sat on a wall, Humpty Dumpty had a big fall..." Rotolo, raggiungo il bordo del letto, schiaccio due pulsanti e sul soffitto curvo del mio guscio compare la scrivania del mio computer: la prima pagina del North China Daily News (si parla ancora delle esplosioni nella città vecchia), la posta in arrivo (34 nuove e-mail), l'agenda di oggi (niente da fare), gli orologi con Shanghai, New York, Londra e Praga, la sessione di chat con Henry rimasta aperta da questo pomeriggio, quando mi sono addormentata su un suo Perché?, e adesso lui non è più on-line. Sospiro. Non è strano che fossi così stanca? Sollevo le mani e le guardo. La sinistra è ancora bianca, quasi azzurra, e faccio fatica a chiuderla, mi fa male solamente a immaginarla. Quando la appoggio sul lenzuolo, mi sembra che tutto vibri, come se qualcosa stesse attraversando il palazzo dalla cima al basso, come un fulmine. Un lampo, un sogno, un gioco. Torno sulla schiena. Mi aggroviglio. Convinco una delle gambe ad uscire dal letto. Chissà se Aida è sveglia... il telefono è un una tasca a lato del letto, con la sua boccettina di vetro e il piccolo gemello d'argento che ci tintinna dentro. Lo prendo. Provo a esplorare il display, zitta zitta, piano piano, e chissà se posso farlo senza svegliarla... a quanto pare mio padre non ha ancora riacceso il telefono. Non so nemmeno se sia in casa o meno, qualcuno dice di averlo visto rientrare dopo la festa, qualcuno dice di no. E quando rimane in casa così a lungo, di solito significa guai. Lascio il telefono sul materasso e mi alzo (attenta alla testa Faith, attenta alla testa). Il caffettano lungo mi cade sulle ginocchia e poi sui piedi, allaccio le nappine nello spazio vuoto tra seno e seno, e le lascio lì, a penzolare, mentre incespico verso la macchinetta del caffè a forma di robottino. Non me la sento di berlo, così, a stomaco ancora chiuso, ma il profumo di solito è sufficiente a svegliarmi. Fuori c'è vento, tanto vento, e graffia le pareti dell'Etemenanki come le unghie degli alberi di Biancaneve. Scosto la tenda pesante, quella leggera, appoggio la mano bianca sul vetro e mi risponde un brivido come se avessi sentito qualcosa che non c'è. Torno al letto e metto i guanti: il vetro mi guarda con l'immagine del fiume nero che si solleva a spruzzi contro le barche, e le nuvole che si muovono veloci di fronte alle stelle. La luna è appena una fettina obliqua, e in estrema confidenza è come il sorriso di mio padre. Apro i vetri ed esco sulla piccolissima mezzaluna del jharokha, e mi sento tanto in colpa per il paragone di poco fa: anche questo balcone me l'ha regalato mio padre, ed è stato un gesto proprio carino. Adoro poter uscire sul balcone appena sveglia. Il vento mi fa volare il caffettano e provo a fermarlo con le mani sul petto. "Humpty Dumpty sat on a wall, Humpty Dumpty had a big fall..." Meglio rientrare. Magari nel salotto francese c'è qualcuno. "Aida, cosa dici, scendiamo a fare colazione?"

(23:26:28) shelidon:
avatar - PG - Gabriel

Gabriel: La stagione tranquilla sembra essere durata il lasso di pochi giorni: il vento si è alzato a spazzare Shanghai e lo sento graffiare contro le pareti dell'Etemenanki come un fantasma tornato a casa, che chieda di entrare. In fondo al corridoio, oltre le sale aperte sulla destra e sulla sinistra, la grande tela di oggi sembra avercela con me, anche se nessuno di loro mi sta veramente guardando: non Tyche, ammantata nel colore del cielo oggi, non uno dei tre poveretti sulla sua ruota. Mi si riempie la bocca di un sapore antico, mentre tutti i significati possibili di quella carta tornano a galla da un cassetto mentale con l'etichetta superseded: il serpente padre di tutti i mostri, la Sfinge, lo strano Anubis figlio della cognata... tutti e tre mi si aggrappano nell'immaginazione al posto di quei tre disgraziati, come se dovessi davvero trarre per il mio interlocutore un qualche significato da quell'apparizione. Ma il mio interlocutore è mio padre, ed è passato meno di un secondo da quando sono entrato nel salone: il mio gesto di scusa non si è ancora esaurito. Distolgo gli occhi dal Burne-Jones, mentre saluto Clarissa, e solo il margine esterno dello sguardo riesce a cogliere il fremito di un movimento. Out flows the web and floats wide, the mirror cracks from side to side: all'arcano dieci si sovrappone il sedici e, nel lasso di un battito di ciglia, sfregia la Fortuna con il fulmine di un altro quadro. La caduta di Babilonia mi lampeggia nella mente. Co se to děje tam nahoře? Rota Taro Orat Tora Ator: il momento è passato lasciandomi il dubbio di aver immaginato ogni cosa. "Clarissa, potresti essere così cortese da mostrare a mio padre la via per il salone di Elisabetta?" In fondo al corridoio, a destra per l'ascensore o a sinistra per la scala. Il mio tocco sale lungo quella spirale, saltando i gradini, fino al punto in cui la tua mano sta scorrendo sulla balaustra di vetro dello scalone, nella sala delle feste vuota. Ma no, non hai chiamato e stai scendendo tranquillamente: hai trovato il libro dei morti, e chissà se già sapevi dove l'avrei lasciato. Ti rubo un respiro, come uno dei λωτοφάγοι, poi i miei sensi si accodano allo schiavo, al re e al poeta sulla ruota di madame Τύχη e tornano di sotto, insieme ai miei interlocutori, e probabilmente mio padre è talmente abituato al mio lampo di distrazione da non averci fatto caso. E' Clarissa a fissarmi come se mi avesse risposto e stesse aspettando qualcosa. Abbozzo. Improvviso. "Non lo so, sono appena rientrato." E tecnicamente non è nemmeno troppo falsa, come affermazione, se si considera un Etemenanki di 333 piani. Ringrazio Clarissa, che si allontana lungo il corridoio, ed a mio padre non so proprio cosa dire. Buona serata? Ci vediamo più tardi? Non so nemmeno per quale cazzo di motivo sei qui, quello che so è semplicemente che a me non è dato sapere, e anche questa è una pura deduzione. Per cui vai, l'ascensore è in fondo al corridoio, e i passi del povero ministro nella sala alle mie spalle hanno l'aria di aver scavato un cerchio sul marmo del pavimento. Mentre accorcio la distanza, accendo il telefono e mi si riversano sul display le decine e decine di chiamate perse in questi tre giorni. E mi domando veramente come deve sentirsi il padreterno: in fin dei conti io ho solo sessanta milioni di abitanti cui badare, e non tutti mi telefonano. Alcuni non hanno il numero nuovo. Ma questi... cioè, perché mai Lee Ja-Yeon mi ha chiamato tredici volte? Che Faith abbia chiamato ventidue volte è normale, ma Al? Cosa poteva mai volere Al? Mah. Archivio il tutto, ripromettendomi di osservare la lista con più attenzione più tardi: lavo via le pieghe dalla fronte, tiro fuori i suoni delle lingue germaniche da sotto il cuscino e metto su un sorriso mentre entro nella sala. Ucciderei per un caffè, cazzo.
"Mr Van Lerhoeven. Sorry dat ik u heb laten wachten." Oh, che lingua del cazzo. "Ik wist niet dat we een afspraak hadden."
Si gira. Alza un sopracciglio. Ha la faccia di chi pensa io sapessi esattamente che avevamo un appuntamento, probabilmente due ore fa, e non ho intenzione di mettermi a convincerlo del contrario. Stringo la mano che mi porge, con un sorriso, e lui mi risponde, in cinese, che se voglio possiamo parlare in inglese. Scavo nella memoria: sbaglio o questo tizio è di Leeuwarden? Mah, ci provo. Gli rispondo, in dialetto della Frisia, che per me è indifferente, possiamo fare come preferisce. Cazzo, questa roba suona come Avicenna tradotto in klingon. Forse avrei dovuto accettare la gentile offerta di parlare in inglese, quantomeno per fare una grazia a queste pareti, ma l'olandese interviene a benedirle con una risata schietta che riesce a togliere di mezzo qualunque riserva io potessi avere nei confronti di uno che parla una lingua gradevole come una fucilata a sale nel menisco. Il cinese andrà benissimo: terreno neutrale. Gli faccio strada verso una sala dalle cui pareti la Speranza di Watts non mi sta guardando, accasciata sulla sua lira, e cazzo per fortuna che è la Speranza. Faccio chiudere la porta. Faccio emergere dal pavimento un tavolino di cristallo e del tè, e magari la chiave e la bottiglietta con scritto bevimi la lasciamo per dopo, eh? Il ministro si perde il trucco, sta guardando le pareti con la faccia di chi è già stato in questa stanza, un'ora fa, e i quadri erano diversi. Beh, benvenuto all'Etemenanki. Gli sorrido, quando si gira e tiro fuori due sedie dal pavimento a scacchi. "Vuole accomodarsi?" La casa è attraversata da uno strano fremito, oggi, come se la ruota di Tyche stesse ancora girando, e sento Faith percorrere le scale verso il salotto francese, lo chef inseguire uno degli sguatteri, Al agitarsi nel sotterraneo insieme a un paio di ospiti. Sembra tutto più o meno normale. Van Lerhoeven mi sta porgendo il suo datapad da sopra il tavolino, con una penna elettronica, e la riga su cui firmare mi fissa interrogativa. Accordi per il prestito del Violinista di Chagall in cambio dell'acquisizione di... Oh, Ero, andiamo!

(21:27:01) Lou:
avatar - PG - Clarissa

Clarissa: Ho come l'impressione che Gabriel e suo padre si siano parlati senza davvero bisogno di farlo. Quello che mi colpisce non è tanto l'indeterminazione del loro dialogo, la difficoltà nel leggere attraverso l'espressione sorniona dell'uno o dell'altro, quanto il fatto che all'improvviso mi siano apparsi straordinariamente simili, nella loro manifesta diversità. Cosa strana perché so, come tutti, in che termini il dottor Konstantinovic sarebbe padre al mutaforma che regge il nostro tetto e le pareti che ci custodiscono. Sull'onda della sorpresa ho acconsentito al favore richiesto, e sull'onda della simpatia che mi ha sempre ispirato il professore. E sull'onda di una vaga, malinconica invidia per questo modo antico e romantico di legarsi tra persone in un'Europa dell'est che non ho mai visitato in nessuno dei miei corpi. "Prego, da questa parte." E nello sfilare nuovamente davanti alla galleria di figli della Notte mi sfugge della conversazione banale: quando è arrivato a Shanghai, quanto si trattiene, cosa La porta qui... non riesco a non pensare, troppo tardi, di poter dare l'impressione sbagliata, quella di voler invadere la sua vita privata e magari rendere pubblici i risultati. Era solo conversazione. Nella risposta generica, dietro a quei motivi personali e qualche incontro d'affari potrebbe celarsi qualunque cosa, da riservatezza ad una risposta sincera fino alla più morbida delle elusioni. Le mie scuse.
Chiamo l'ascensore passando le dita della mia ospite sulla striscia di vetro e qualcosa all'interno della casa mi riconosce, un filo di luce corre sotto la pelle della parete e, in alto, reagisce e mi risponde facendo scivolare un'ombra dietro ad uno dei pannelli che coprono i tre ascensori. Li chiamiamo Cloto, Atropo e Lachesi, e mentre Cloto scende (da Jacob, in questo piano), Atropo sale ed è quello che stiamo aspettando. Cosa faccia Lachesi non lo so, nessuno l'ha mai capito e forse solo Gabriel e lady Erodiade lo sanno, ma è sempre occupata. Nel riflesso del vetro, il professore di Praga si sta prendendo il suo tempo di fronte alla donna dormiente di Francisco Goya, anche se non saprei dire se sia realmente interessato al dipinto o solamente poco attratto dall'ascensore. Quando arriva e le porte si aprono, mi segue senza che una reazione particolarmente individuabile lo sfiori. Sono tentata di chiedere nuovamente,  eppure non voglio essere così presuntuosa da presumere che quanto leggo sul viso de nostro ospite sia effettivamente quello che sta attraversando la sua mente. Sfioro il vetro all'interno e scrivo con i polpastrelli il numero. Elisabetta. 306 Le mie mani tremano: è il mio controllo o i muscoli tesi della mia ospite? O forse è solo la sua età, a dispetto di quella apparente, che come quella di Talia sta cominciando a gravare sui riflessi e sui movimenti. Forse dovrei davvero dire qualcosa, mentre l'ascensore sale e a sprazzi lascia vedere, come in un sogno, porzioni dei giardini pensili, della biblioteca, dei telai elettronici che sembrano tessere e reggere le sorti di tutto il palazzo. Mi giro e provo a tendere un sorriso. "Siamo arrivati."
Le porte si aprono sul corridoio di marmo, nella penombra, e la luce dall'alto proviene da un punto imprecisato che rende meno incerti i miei passi, prima, e i suoi nel seguirmi. La volta leggermente più bassa e un particolare effetto ottico mi dà sempre l'impressione di essere schiacciata dal peso del grande salone delle feste che so essere sopra di noi. In fondo, il portone della sala di Elisabetta mi guarda, e gli specchi alla mia sinistra sembrano muoversi spezzando e ricomponendo, come un'onda, il mio profilo. Mi fermo. La statua della sfinge, con la lama di una mano sulle labbra a richiedere silenzio, guarda nello specchio la sua gemella che le risponde, con gesto uguale e opposto. Silenzio. Lo spazio tra i loro occhi vuoti mi sembra all'improvviso pervaso da un'aura sotto la cui cappa dovrei coraggiosamente entrare solo preparata a fronteggiare il loro enigma. Ma non conosco la risposta: che essa riguardi il giorno e la notte o la natura dell'uomo, sono entrambi campi che sento profondamente lontani, come un mondo guardato attraverso occhi non miei. Lascio che il nostro ospite mi raggiunga. "Oltre quella porta." E la naturalezza dello scienziato nel salutarmi ed avviarsi mi solleva dal peso di dover spiegare per quale motivo io mi sia fermata distante e tanto all'improvviso.

(05:14:43) shelidon:
avatar - PNG - Balthazar

Balthazar: Non ho mai amato gli ascensori, e l'incarnazione di Veles che finge di essere mio figlio sa perfettamente il perché, vero Gabriel? Questo ascensore, poi, non è molto meglio solo perché sembra quello della fabbrica di cioccolato, e... ed ecco quello che mi succede per aver visto mio figlio solo cinque minuti, comincio a pensare in questo modo. Anche se so bene cosa risponderebbe lui se sentisse questo mio pensiero: jablko nepadá daleko od stromu.
La drawing room che mi accoglie è un salotto caldo con una grande mappa sul pavimento, ed entrare calpestando proprio gli Stati Uniti mi fa sorridere, data la distensione dei miei recenti rapporti con la patria del tacchino e di Benjamin Franklin. Attraverso la terra non definita di Oregon e Idaho (tempi felici in cui nessuno aveva ancora scoperto l'esistenza di Helena nel Montana), raggiungo la costa e da lì attraverso l'Oceano Atlantico camminando sopra un tritone, una rosa dei venti e qualche Galeone britannico straordinariamente simile alla Golden Hind. Approdo sulla costa spagnola, di fronte a un leggio, aggiro la Francia e l'Italia che sorreggono un pianoforte verticale, e quando arrivo su Bisanzio istintivamente mi fermo per girarmi verso Malta e il Santo Sepolcro. Altri tempi anche quelli. Come io abbia potuto farmi convincere ad andare fino a Gerusalemme, a fare l'infermiere, veramente, se ci ripenso è una specie di mistero: solo Éléonore avrebbe potuto riuscirci. Oltrepasso i balcani, raggiungo la Transilvania e faccio tappa di fronte alla grande tela tra due ali di libreria. La figura ritratta mi ricorda vagamente l'immagine austera e pallida della figlia di Sarah Goode. Si chiamava Dorothy, se ricordo bene, è strano che mi torni in mente ora: la ricordo ferma in una sala del Klementinum con una cuffia simile e una croce non tanto diversa, e lo stesso sguardo negli occhi solo pochi anni dopo che sua madre era stata impiccata per stregoneria. Credo che anche Gabriel la ricordi, visto il suo contributo a guarirla dall'insonnia e dal senso di colpa.
Sembra guardare fuori dalla finestra, la grande vetrata alle mie spalle, e quando decido di voltarmi mi risponde il riflesso della mia ospite. Za zrcadlem, a co tam Alenka našla.
"Non è molto distante dalla realtà, Professore. La ragazza dipinta nel quadro, all'epoca solo Lady, è la regina Elisabetta I Tudor all'età di undici anni. Sembra che anche sua madre sia stata giustiziata per stregoneria, o almeno così vuole la storia."
Mi volto verso la fonte del riflesso, trovandola accanto al pianoforte a calpestare il territorio di Aragona. "Lady Erodiade. La storia è una Signora esigente, e può volere cose che personalmente non sempre sono disposto a concederle."
Sorridere sarebbe fuori luogo, considerate le notizie che porto: la figura accanto al pianoforte si dissolve e scandisco un conto tra uno e due, prima di rivolgermi alla porta quando lady Erodiade entra, questa volta fisicamente. Non trovo opportuno chiedere come si senta, mi limito ad accennare un baciamano silenzioso: a Voi la scelta sul come iniziare questa conversazione. Dopotutto, l'argomento è estremamente delicato.

(21:08:15) Isabelle:
avatar - PG - Erodiade

Erodiade: « Sono imperdonabilmente in ritardo ».
Impossessatosi del salone, il silenzio sembra assorbire le mie scuse, nello stesso momento in cui le dita nodose di Cloto raggiungono lo stame che racchiude l’eco del pensiero del Professore; ne districa il filo dell’ordito che, scucito dalla tela di un’altra Dama, intesse il panorama di questa realtà sull’onda di parole non-dette che la ragione non può ignorare.
Sed sic volvere Parcas.
E c’era un’illusione ed il profumo del miele, che il vento serale sta disciogliendo; e sotto il tenue odore del lauro canfora del Giappone, o all’essenza di loto; al di là della domanda che non ho ancora deciso come stillare ed allo sguardo di Elisabetta che mi studia dall’alto: percepisco il respiro bloccarsi, come tra il sesto ed il quarto piano, o come i miei passi fermi sulla soglia d’ingresso.
Lascio liberi i pensieri di mescolarsi con le idee ed i ricordi, liberi di combattere e lamentarsi e tentare di raggiungere un luogo diverso, più in alto; come le anime di bronzo, eternamente inquiete, incastonate le une sulle altre a costituire la grande porta, mai finita, dell’inferno. « Professore, credete la Signora, per capriccio, possa voler desiderare la mia testa? Perché in questo caso, dovrei iniziare a preparare una qualche tipo di confessione per il suo sacerdote: non ho niente a riprova della mia innocenza » ed il presentimento di conoscere già la risposta, mi impedisce di trattenere il sorriso che so aleggiarmi sulle labbra: but in any case i have only a little neck.
Ma questi, a parlare, sono solo i fantasmi del passato. Solo fantasmi.
*
« Clarissa… » distoglie l’attenzione dalla sfinge e si volta a guardarmi; sembra quasi sorpresa, non tanto di vedermi, quanto di sentire la mia voce chiamarla. Fin’ora c’è stato questo lago di muta distanza tra me ed il resto della corte, esattamente come le onde, al tramonto, che separano la figura della musa di Osbert dalla sua poesia. E sebbene con la sua voce possa dire molte menzogne simili al vero, questa piccola Erato, che mostra le spalle ad entrambe, sa anche cantarlo, quando vuole, il vero e credetemi: non c’è nessuna sciarada da risolvere.
« … Volevate parlarmi? »
*
“I legami fra una persona e noi esistono solamente nel pensiero. La memoria, nell'affievolirsi, li allenta; e nonostante l'illusione di cui vorremmo essere le vittime, e con la quale, per amore, per amicizia, per cortesia, per rispetto umano, per dovere, inganniamo gli altri, noi viviamo soli.”
Ma davvero? Proust è essenzialmente un bugiardo; se esiste veramente un altro mondo che non rappresenti altro che mera illusione, allora, per rispetto a ciò che ho davanti non posso che ribattere che è qui, che voglio vivere. Perché è qui che proietto il quadro della mia speranza, dove sopravvive ancora la prima stella del mattino ad illuminare il sorriso bendato della Dea accovacciata sulla sua lira stonata. Ed anche se non può vedermi, mi strappa una sincera risata: « Cosa? Oh, suvvia, era solo uno scherzo… » e nell’ombra della voce di Balthazar, che sembra accompagnare il cigolio della ruota di un’altra cieca divinità, ti lascio le mie disposizioni, prima di sfumare nuovamente molti piani sopra.
*
Gabriel, vorresti, per favore, raggiungermi una volta finito con il Ministro?
Sfioro la costina del libro delle ore, tenendolo saldamente tra le mani, quasi a sorreggermi come Isabella aggrappata al bordo del vaso: ma per un motivo diverso. Non ho nessuna intenzione, né desiderio, di irrorare una pianta di lacrime affinché cresca rigogliosa; piuttosto sotto la terra di questo albero, seppellisco e custodisco, personalmente, la testa del mostro che vorrebbe divorarmi.
« Ho capito. Vogliamo parlare di dati, Professore? ».

(03:12:33) karis:
avatar - PG - Aida

Aida:

Qualcosa mi riscuote. Faith sta trafficando con l'oggetto per cantare. Mi sveglio. (un pensiero fuggevole. che ore sono? perché?).

Sono in un posto strano. Camera mia lo chiama Faith. Non ci ero mai stata. Faith dice che è nello stesso posto del posto dove ho conosciuto Faith. E' diversa dall'altro posto (mansarda lo chiama Faith (chissà cos'è successo con la donna regale con la donna feroce addormentata. Ci siamo addormentate. Mi sono svegliata. La donna non c'era più. E Faith e Candy si comportavano come se non fosse successo niente. Non capisco) ). La mansarda sembra viva. Questo sembra cosciente. L'ho sentito quando Faith mi ha chiesto "dove sei?". Poi dal mio posto non si sentiva più. Adesso invece si sente, debole, anche dal mio posto. Quindi deve essere più forte. Chissà se è lo 妖怪 della casa?

Faith parla con me. Colazione? Riaffiora un pensiero lontano. Mangiare. E' una cosa che dovevo fare prima del prima. Adesso non l'ho più fatto. Non penso di doverlo fare. Non penso di poterlo fare. E' qualcosa che riguarda l'avere un corpo (sì, avevo un corpo prima del prima. adesso no).
Però Faith ha un corpo, quindi deve mangiare.

Scendiamo pure.

(16:17:14) shelidon:
avatar - PG - Gabriel

Gabriel: "是的, Jan Poortvliet. 我看到這篇文章."
E attorno a me la stanza segue le evoluzioni della nostra retorica e dei miei pensieri, con un orecchio all'Etemenanki che si sveglia e stiracchia come un gat...
"嗯..."
No. Con un orecchio all'Etemenanki che si sveglia e agita come una chimera dal letargo. Rincorro con il tocco la casa attraverso le sezioni che la compongono e lei risponde come Θέτις modellandosi per sfuggirmi. È come se anche lei volesse dirmi 'bastardo dove sei finito per tre giorni', e mentre assecondo il suo gioco mi viene da risponderle che, proprio lei, dovrebbe sapere dov'ero. Il suo sfuggire diventa acqua, che risale fino al livello dei giardini pensili, ridiscende sfidando la gravità e si avvolge nella prospettiva originale della cascata ritornando al punto di partenza. Asseconda la furia del vento all'esterno, come un ruggito che scorre sulla pelle della torre, e infine torna docile sotto la mia mano che gioca con il cucchiaino d'argento, attraverso il bracciolo della poltrona.
"...是啟發:我不認為任何人會考慮 一個畫家在希特勒的水平。"
Van Lerhoeven risponde alla battuta con un'altra battuta: l'immagine della ninfa, cui poco fa ho associato il temperamento ritroso e selvaggio della casa, mi si sovrappone nella testa a quella di Πρωτεύς che l'ha venduta, e sorrido appena perché se c'è un serpente, in questa stanza, di certo non si tratta del ministro: come se non fossi io a volere il suo Bruegel, mi faccio rincorrere ancora un altro tratto, giù per una china che parla di navi e ceralacca, di cavoli e di re. Poi il profumo di loto si allontana, per tornare ai suoi piani, e il tempo sembra ricominciare a scorrere in modo diverso.
"反正..."
Metto sul tavolo la mano aperta e le due tazze di té seguono il flusso dei miei pensieri sollevandosi sulle punte come delle ballerine: allargano le braccia a corolla e compensano la mancanza di materia assottigliandosi fino a diventare trasparenti. Non è esattamente vetro, il maledetto ha ben poco idrogeno e fin troppo silicio per i miei gusti, ma non è necessario che il ministro lo sappia, come non è necessario conosca i dettagli del vaso capillare che dai nostri bicchieri pesca nel barilotto di amontillado dietro le spalle di Al. Per la prima volta da che ho cominciato, il ministro distoglie l'attenzione dal nostro negoziato e solleva un sopracciglio. "Lei può trasformare il tè in vino?" Colpito e affondato. Era ora. "Non esattamente." Sorrido. Sheltered inside from the cold of the snow, follow me now to the vault down below. Lo Chagall per il Bruegel, e in prestito la Composizione VI con l'intesa che, se mai dovesse ricomparire la Baccante di Alma Tadema, noi saremo i primi a saperlo (Già che ci siamo, cosa dici, gli chiedo se mi vende Viale dei Giardini e Parco della Vittoria?).
"No, non parlo della Baccante alla finestra: mi riferisco alla Menade esausta del 1874." Quella scomparsa dal Van Gogh Museum tre anni fa.
E il tempo ha una battuta d'arresto, quando il loto torna a depositare un sussurro sulla mia tempia. Ero, sì, certo che posso raggiungervi ma mi sento come una compagnia aerea in overbooking e non posso nemmeno offrire un upgrade: tecnicamente stiamo già volando in business. L'accordo si sta modellando sul tavolo, tra un bicchiere di sherry e l'altro, mentre oscilliamo in un intervallo di 650.000 fen su cui nessuno dei due vuole cedere. Il violinista, personalissima opinione, in casa stava davvero male. Ma di qui a regalarglielo c'è ancora una differenza. Rifiuterei anche la sua offerta di incontrarci su 500.000, se non fosse per il tono particolare di quel tuo invito, un tono accorato che è riuscito a far sembrare il mio risentimento quello di una capricciosa Carabosse al battesimo della non ancora bella e meno che futura addormentata. Oui. Je serai avec vous dans un istant.

(17:47:29) Lou:
avatar - PG - Clarissa

Clarissa:

«Clarissa. ...volevate parlarmi? »

Il gioco di specchi mi restituisce la Signora dell'Etemenanki esattamente dove non avevo osato andare, e ruba il posto alla seconda Sfinge con il riflesso del suo profilo destro, così percettibilmente differente da quel lato sinistro che non sembra sia dato conoscere. La frase, rivoltami così all'improvviso, mi ha sorpresa e lasciata immobile.

Ond’ io presunsi
ficcar lo viso per la luce etterna,
tanto che la veduta vi consunsi.
Nel suo profondo vidi che s’interna,
legato con amore in un volume,
ciò che per l’universo si squaderna.

Ma è il gesto incauto di un momento.
Assecondo il naturale desiderio del corpo che possiedo e lascio piegare le ginocchia, distolgo lo sguardo dagli occhi, ricorrendo al pavimento come camera oscura in cui lenire il bruciore che mi è salito alle iridi. "Lady Erodiade. Sì, milady. Mi stavo domandando come voleste procedere con la Medicina."
Il giro rigido dei capelli e la guaina nera del vestito la sovrappongono nella mia memoria alle vesti di quella triste statua di Lamia, che oggi non ho ancora visto, e il pensiero che affiora senza delicatezza dalle acque tempestose della mia mente, così come è nato di nuovo affonda e scompare: sobriamente vestita, sosta silenziosa nel suo pallido e appagato scontento, e nonostante io sia tentata di soffermarmi sulla sua aura d'infelicità e nominare un responsabile, prontamente individuato dalla mia mente, lascio che l'onda gonfia del mio animo inghiotta anche questo pensiero indiscreto. E mi sento quasi colpevole io stessa perché, ad un'unica frase dopo il lungo silenzio dell'anno trascorso, l'inverno del mio animo già accenna a sciogliersi. Vorrei potervi portare lo stesso conforto, e che la mia compagnia Vi aggradi. "Ma non voglio disturbare l'incontro con il Vostro ospite." L'idea di recarmi nella città vecchia, già delineata nella mia mente, si completa con l'acquisto di 蓮茸包 per Voi, i semi di loto suggeriti dalla fragranza che permea l'aria, e per il vaso di giada bianca nella sala da gioco un mazzo di lanterne cinesi, prese da Mokuren, che vivano fino a domani. Il loro profumo immaginario si fonde e mescola al suggerimento di un jeu de tarot, in cui forse Faith e suo padre ci porterebbero volentieri al numero richiesto. Mentre parliamo, ecco, il Tempo invidioso sarà fuggito, ma racchiuse nel sedicesimo arcano sembra che persino lui possa volersi ritirare e lasciarci in pace. "Domani, forse?"

(00:19:52) shelidon:
avatar - PNG - Balthazar

Balthazar: - "Alcuni segni sembrano indicare una direzione simile, temo. Ma persino a quella Signora, alle volte, è possibile opporre un cortese ma fermo no."
- « Parafrasando Cristina di Danimarca, Professore, siamo concordi sul fatto che, se avessi posseduto due teste, una sarebbe stata messa a disposizione di questa non proprio gentile Signora. »
Sembra uno scherzo, attraverso il sorriso della padrona di casa che chiede licenza e si addentra nel salotto, ma il suo umorismo nero non è del tutto inappropriato alla situazione, né esagerato è il termine di paragone scelto. "Prosím. Siete in casa Vostra."
Congelo la mano a un grado centigrado mentre tolgo la klíček di tasca, e risalgo rapidamente con la temperatura attraverso le sequenze di potenza binomiale che il sistema di sicurezza si aspetta, fino ad arrivare a 52 gradi quando dal piccolo oggetto nel palmo della mia mano si sviluppa la proiezione olografica di un'ipersfera. Un modello tridimensionale dello spazio-tempo. "Ho chiuso il cerchio solo sulle variabili che ci interessano, consentitemi l'astrazione: trovo più semplice discutere con una traccia visiva."
La perturbazione elettromagnetica che ha disturbato lady Erodiade si propone, puntuale, attorno al wormhole di pochi giorni fa, un doppio imbuto teso tra la luna nera e l'ottavo piano dell'hotel, dal 31 marzo alla mezzanotte del 6 aprile. Elementi già noti, e forse non saprò mai chi e perché abbia aperto la prima bocca del varco, né se fosse sua intenzione dirigersi proprio in quel punto dell'immediato futuro, ma a questo punto è irrilevante.
La Signora ha scelto una poltrona su cui accomodarsi, e dalla sua posizione non dubito che la sfera in quattro dimensioni possa sembrare una strana installazione di Stephen Kawai, o il risultato di una sfera armillare impazzita. Abbasso la mano, ricalibrando il fuoco, e la rappresentazione si posiziona a metà tra noi. "Ora..."
Muto la temperatura corporea di mezzo grado, e la chiave carica i dati della vlasenka sovrapponendo un fuso alla traccia del doppio imbuto. Un alone luminoso circonda i punti in cui le onde elettromagnetiche, distorte dalla perturbazione, non sono come dovrebbero essere: l'aura appare come una sorta di cancro, avvinghiato alle striature del continuum, e l'immagine nera e bianca della mia ospite, oltre la proiezione, ne sembra quasi sfregiata. "...le onde elettromagnetiche si propagano ad una certa velocità quando sono sulla superficie, ma una volta che trovano un varco, il loro modo di espandersi muta radicalmente. L'effetto è simile a quello di una goccia d'inchiostro nell'acqua, ma può pur sempre trattarsi di una goccia soltanto."
Sono portato a pensare che la perturbazione provenga dall'interno del varco, raggiunge il suo massimo apice nel punto mediano della transizione e si affievolisce fino a tendere a zero sulla superficie dello spazio-tempo: se la mia ipotesi è esatta, la causa dell'interferenza sul Vostro sistema nervoso dovrebbe essere non tanto l'atto di apertura del wormhole, quanto il suo attraversamento. Faccio mezzo giro attorno all'ologramma, che ruota insieme a me offrendo una diversa elaborazione degli stessi dati, e la padrona di casa torna a mostrarsi al di qua della rete luminosa che ingabbia tempo e spazio. "Si tratta di una semplice supposizione." E potrei sbagliarmi in virtù del fatto che la bocca del wormhole, l'entità del varco temporale, era piuttosto stretta. Un'apertura più ampia potrebbe consentirci di osservare meglio il comportamento della perturbazione e individuare se effettivamente proviene dall'interno dell'ipersfera o dalla sua superficie, e da quale punto della superficie: non essendo possibile trasmettere onde attraverso un wormhole, il lato dell'apertura maggiormente interessato dal disturbo, eventualmente, dovrebbe essere quello su cui si trova la sua origine. "Devo ammettere però che sono abbastanza sicuro della mia tesi:" dovrebbe essere ragionevolmente verificabile con qualche esperimento. L'apertura di un wormhole con bocca più ampia, l'attraversamento altrui di un proprio wormhole, l'attraversamento in prima persona di un wormhole altrui. Dovrebbero essere sufficienti a fornire una base dati più articolata per verificare la teoria e individuare con esattezza da dove, e da quando, possa provenire un'interferenza tanto mirata e intensa. Se la mia ipotesi è esatta, viene dall'interno di un altro wormhole, e quindi è stata lanciata durante un salto temporale.
Chiudo la mano attorno alla chiave, spegnendo la proiezione, e la luce nella stanza torna alla normalità. E' come aver ascoltato a lungo un rumore di sottofondo e trovarsi, improvvisamente, di nuovo in silenzio. Rimetto la chiave in tasca e faccio due passi verso il pianoforte. "Per quanto potenzialmente risolutivo, in questo specifico caso credo che un approccio empirico al problema potrebbe non essere una strada da affrontare senza qualche precauzione in più." La particolare natura di questa perturbazione mi lascia pensare che non si presenti senza portare con sé un certo bagaglio di sintomi. Alcuni di essi, per quanto spiacevoli e non inevitabili, possono essere considerati in un certo qual modo normali: un particolare senso di vertigine immediatamente successivo al salto temporale, alterazione non volontaria nel ritmo del respiro, ipertensione dei sensi e iperattività delle facoltà... sono conseguenze dirette della perturbazione elettromagnetica, che interferisce con il normale comportamento del ferro nel sangue, e non sono nulla di cui mi preoccuperei troppo. "Tuttavia..."
Tuttavia mi preoccuperei se i sintomi fossero di diversa natura: episodi di amnesia, anche non immediatamente successivi al salto temporale, difetti nel coordinamento dei movimenti, sonno particolarmente disturbato o insonnia, mal di testa o dolori fantasma, stati d'animo alterati oltre la norma. Insolite lacune nella concentrazione. Nel caso riscontrassi problemi di questa natura, non condurrei esperimenti a distanza ravvicinata tra loro né lo farei senza aver predisposto di ricevere un'adeguata assistenza.
Naturalmente... "...in materia potrei essere considerato autorevole quanto il proverbiale filosofo senza mal di denti." È una Vostra decisione.

(17:48:39) Isabelle:
avatar - PG - Erodiade

Erodiade: Oh, Mrs. Dalloway... always giving parties to cover the silence. Le riflessioni di Clarissa fanno da sfondo al suo sguardo basso, il pallido riverbero di uno specchio puntato, ancora, verso il panorama offerto dall'anno appena trascorso; lo stesso specchio che, per uno strano scherzo delle Norne, mi rimanda l'immagine presente del Professore di spalle, deturpato, a sua volta, dalla stessa interferenza che, attraverso l'ologramma dello spazio-tempo, sembra avvolgermi nello scialle cannibale di Kronos. Ibis redibis numquam peribis in bello. Completo l'effigie della Sphinx Mystérieux, nell'istintiva volontà di imporre all'enigmatico oracolo di tacere e, con un dito poggiato sulle labbra di Eolo, al vento di fermarsi, riducendolo ad un tiepido alito primaverile. « Non disturbate, Clarissa ». Le sorrido richiamando le proiezione in due toni, quello del blu e del verde, degli arcani: terzo, diritto; diciassettesimo, diritto; diciottesimo, diritto; ventiduesimo, o primo, diritto; a nascondiglio degli arcani decimo e dodicesimo in posizione capovolta. « Tutto è possibile ». Sfumo l'immagine delle carte da gioco, prima che la loro composizione possa imprimersi nella sua mente. « Basta chiedere ».
La schiena di Balthazar è ancora immersa nell'astrolabio inesistente, ed insieme alle sue parole non è di alcun conforto, né mi offre alcuna possibilità di dare una connotazione positiva al suo responso. Poiché, nonostante la naturale discrezione usatami dal mio ospite, i dati che mi passano sotto agli occhi sembrano essere crudelmente chiari: chi va oltre la superficie lo fa a suo rischio e pericolo. Il peso dell'intero Etemenanki sembra essersi posato, improvvisamente, sulle mie spalle, che non posso permettermi di mostrare appesantite, ma solo incrollabili nella loro convinzione di essere veramente tali; mi trovo costretta, nuovamente, a dover fronteggiare una doppia realtà, la prima in cui rimango tranquillamente salda nella mia posizione, e la seconda in cui seppellisco, sotto uno spesso strato di negazione, i cattivi presagi. Li soffio via, come pulviscolo nelle mani del seminatore di universi, nello stesso gesto con cui dipano il groviglio di nuvole che offusca il cielo della mia città.
Per un istante, la mano scheletrica del tredicesimo arcano si sovrappone, nitidamente, a quella del Professore; e su questa malevola visione, dalla quale non riesco a distogliere lo sguardo, evado, nell’attimo di un respiro mozzato, trovando riparo nel sapore del ricordo e nei colori dipinti di una diversa Sibilla, nel suo porgere la palma salvifica della vittoria al mio stanco cavaliere. Su quel ramo, con maggio alle porte, vorrei chiedergli di donarmi del tempo e non dello spazio, perché so che lo farebbe, che cercherebbe la soluzione, che, nonostante sia un desiderio impossibile da esaudire, troverebbe il modo di modellare, per mio capriccio, la materia di questa creatura priva di materia.
L’introiezione del ronzio mi distrae e lo scenario cambia repentinamente: ora esiste soltanto una strana sorta di silenzio, il flusso continuo dei pensieri della Torre ed il disegno di Mari, che sembra aver pianificato di frammentare all’infinito il mio umore per permettermi di essere ovunque e da nessuna parte, quasi dovessi attendere di capire per quale misterico rituale iniziare a suonare il mio strumento, mentre sosto sullo scheletro del palazzo, come fosse una scalinata proiettata verso Bilröst.
« C’è tempo per la Medicina. Ora, organizzate pure la serata di domani come più Vi fa piacere, Clarissa, parteciperò volentieri. Dopo cena » e fidatevi, non esiste un colpevole. Mi congedo, come un fazzoletto di seta sfilato dalla mano del suo prestigiatore, disciogliendo l’inganno visibile su questo piano.
Solo due gocce di profumo poste a custodi dell’ingresso
Gabriel.
Raccolgo la sfumatura del Turchese in uno dei tanti riflessi del salone, tentando di prendere la decisione che mi spetta: « Professore » avrei suggerito io stessa un approccio di tipo empirico al problema, ma alla luce degli ultimi aggiornamenti, « vorrei invitarvi ad aspettare fino all’arrivo della Monna Lisa ».

(23:35:40) Florence:
avatar - PG - Faith

Faith: Sorrido. Il suono camaleontico della voce di Aida è diventato in fretta una compagnia deliziosa. Andiamo, andiamo, bel paggio: in casa mia tutte ritroverai le più belle ragazze del castello. Di tutte sarai tu certo il più bello. Ma io non so cantare. E questa non è casa mia.
Sfilo le maniche del caffetano e quando slaccio i cordini fa l'effetto che immagino farà tra una settimana scoprire il telo della Gioconda. Ma senza gli applausi e i flash dei fotografi, per grazia di dio. Esco con i piedi dalla ciambella azzurra che la vestaglia ha fatto sul tappeto, mi dò una sciacquata nell'onsen, con una sola mano per non bagnare Aida, e mi caccio saltellando nei jeans neri. Bene. Vado verso la porta. No, Faith. Non bene. Torno indietro, metto reggiseno e maglietta, copro tutto con l'uttariya rosso. Meglio. Infilo l'auricolare e lascio cadere davanti una banda di capelli: non si dovrebbe vedere, e anche se qualcuno lo vedesse, mi direbbe davvero qualcosa? Al massimo penserebbe che sono strana, ma penserebbe di peggio se dal mio telefono uscissero spezzoni di lirica più o meno sconnessi ogni cinque minuti, no? E poi già pensano che io sia strana, una stranezza in più o in meno forse non fa dfferenza. L'unico contro tra tutti i pro è che Aida riuscirà a "parlare" solo con me.
Ora sono pronta.
Esco.
Scesa dalle scale, incrocio mio padre con una tazza di caffé nella mano destra, un mochi in carta di riso nella sinistra, e un insulto che gli vola dietro attraverso il corridoio, lanciato in italiano dal nostro chef. Quel Signor Balthazarovic, boia d'un cane! sembra evitare completamente mio padre, che ha appena incassato la testa nelle spalle come a schivarlo, e colpisce me in pieno. Mi fermo. Anche il cuoco si ferma, vedendomi. Rinuncia all'inseguimento, si gira e se ne torna verso la scala. Che sta succedendo questa mattina? "Papà. Dove sei stato? Possiamo parlare?" Niente. Candy esce dal nulla e si lancia tra noi due, gli mette sotto il naso un datapad e comincia a sventolarlo come se fosse il ventaglio di una geisha tarantolata (o semplicemente come se gli stesse dicendo allora, dai, su, prendilo e firma, prendilo e firma). Mio padre esita. Si guarda le mani impegnate. Mi guarda. Poi mi pianta in mano quello stesso mochi per cui ha rischiato la vita in cucina, agguanta la penna e firma sulla superficie luminosa della tavoletta. Lo guardo. Guardo il mochi. Mi sembra la cosa più normale del mondo addentare: in fin dei conti ho fame. È solo il suo "Hey!" a mettermi il sospetto che forse (forse) voleva solo che io glielo reggessi per un momento. Guardo la carta di riso vuota. "Ops..."
Vorrei trattenerlo ma mi ha già oltrepassata citando George Bernard Shaw, e ha infilato la scala per salire. Sospiro. Accartoccio la carta di riso e mi avvio verso il salone dove spero di trovare qualcuno. Hai detto qualcosa, Aida? Prendo il telefono e digito un messaggio senza destinatario. Chissà se può leggerli... Non voglio spaventare la gente in casa: non ti spiace rimanere qui nel telefono, vero?

(02:44:32) Isabelle:
avatar - PNG - George

George: La voce di David Bowie trasforma il mio appartamento nella sala del trono di Jareth, mentre Ross se ne sta tranquillamente spalmato sul mio divano, in posizione scomposta, a fare il soprammobile della situazione, cantando a squarciagola: Jump, magic jump. Put that magic jump on me, slap that baby, make him free. Non riesco proprio ad ignorarlo, nel riflesso della specchiera, quella posizione da 'una sirena a Manhattan' risucchia tutta la mia concentrazione. "Ross, dannazione, ci manca solo che ti si srotoli la coda e saresti perfetto. E smettila di ridere, non c'è niente di divertente, oh." e se non fosse Ross, avrei già ceduto alla tentazione di prenderlo a calci nel sedere come i goblin del film. “Non c'è speranza che io me la cavi, ti rendi conto della gravità della situazione? Cazzo, in fondo è nello stato naturale delle cose che io distrugga una macchina. È scritto in qualche dispaccio di volontà superiore, è un disegno divino, capisci? Il sole sorge, il sole tramonta, le api impolinano i fiori, George prende una macchina, George distrugge una macchina. È na-tu-ra-le. TRANNE quando quei due decidono di fare una scommessa sulla sopravvivenza del citato veicolo - edizione limitata, diamine! - Quindi, ricominciamo... " prendo un bel respiro da record mondiale di apnea e sfido il Lord Richmond che mi irride nello specchio: "Mamma, no meglio Madre. No, illustre, esimia figura femminile di riferimento... vooooostra maestade..." dillo, George, dillo! Confessati! Un albero ha impattato casualmente contro la tua macchina: "Ooka-san... I'm paintiiing the roses reeed, I'm paiiinting the roooooses reeeed... no, così non funziona". Ross rotola giù dai cuscini ed io sono da punto e a capo. "Basta. Ho bisogno di un caffè. Esiste veramente vita, prima del caffè? Io dico di no, e poi mi sento come un'adolescente isterica e... hey, eh?! Che cazzo vuol dire che sarò sempre il tuo fanciullino?!", eppure gliel'avrò ripetuto milioni di volte: smettila di sniffare glitter, fanno male. Ma in fondo gli voglio bene, come farei senza il mio strano mentore. Certo, ogni tanto ti verrebbe da urlargli: fatti una vita! STALKER! Ma poi, ti rendi conto che... non puoi farne a meno: è come la Nutella. "Finiscila di ballare e scendiamo. No, non sto ballando anche io, sono solo diversamente immobile". Schiocco le dita, spengo la stanza: addio, chissà se un giorno ci rivedremo. Oh, come mi sento melodrammatico. Ross si è già avviato e tu guarda se ora devo pure sbrigarmi per stargli dietro. “Milady, buonasera. Come state?", freno come Wile E. Coyote di fronte al famoso burrone e sfodero il mio trentatreesimo dente in un sorriso plastico. Mammina, non vedi com'è innocente e carino tuo figlio? Eh? In lontananza mi arriva il blink link delle mie ciglia che si propongono in una delle migliori interpretazioni del gatto con gli stivali dell'ultimo secolo, a tempo con la punta del suo regale piedino che batte a terra. Cosa? Ho fatto qualcosa? Noooo... in quel rumore sembra quasi di percepire il suono della lancetta che scandisce i secondi del Big Ben londinese, terza stella a destra e... "Wendyyyy, aspettami!".
Ha risposto: tutto perfetto. Ed io ho fatto finta di niente. Cosa speravi di sentire, Oscar? Fai finta di niente anche tu. È tutto perfetto, sempre tutto perfettamente perfetto anche quando sei consapevole di avere nel cervello un'idea parassita che non riesci a far venire a galla. Lei sorride, a braccia incrociate sotto al petto e... niente. È perfetta. Né tu, né io possiamo farci nulla "... comunque, hai smesso di cucire le tutine di David? Ma, ma... MA come è morto?! Pensavo fosse immortale. Tsk, la mamma non avrebbe mai permesso una cosa del genere. Ma in fondo non era umano, sarà tornato sul suo pianeta intonando Let's Dance. E... Ah." il profilo di Gabriel si staglia in fondo al corridoio. Si avvicina. Tiene in mano il sacro graal... aaaaah, è un segno! Ommioddiommioddio, lo so che è venuto per affogarmi nella tazza del caffè, lo so! Perché lui queste cose è in grado di farle e non c'è via di scampo e "BuonaseraGabrielchepiacerevederti. Vorrei trattenermi di più ma..." scusami, ho un volo carpiato dalle scale con annesso rotolamento nelle cucine, molto più in basso, su cui concentrarmi. Signore, come mi sento stanco, è una faticaccia vivere in questo posto. Mamma fa i giochi di prestigio e Gabriel si diverte a fare il fornaio, sporco di farina. Io potrei impegnarmi nel giardinaggio, effettivamente.
I colori della sala da pranzo sono un po' antiquati ma decisamente confortevoli rispetto a quello che ho dovuto passare fino ad ora. Ross è tipo scomparso, probabilmente rapito da Capitan Uncino o molestato da una Tinkerbell in crisi ormonale ed io sono qui, da solo. Loneeely, i'm so lon ... no, non è vero. C'è una Bridget Jones, molto abbronzata, che tortura la tastiera di un cellulare, molto posseduto, che aspettano di fare colazione e, suvvia, non potrei mai abbandonarle così: "Ma salve, Principessa".

(00:55:10) karis:
avatar - PG - Aida

Aida: Faith traffica un po' con varie cose. Prende un oggetto strano e lo attacca all'oggetto per cantare. Lo studio un po'. Anche quello sembra servire a cantare. Faith lo mette all'orecchio. Ho capito! Con quello posso scegliere se parlare con tutti o solo con Faith. Chissà perchè Faith vuole che parli solo con lei?

Ci muoviamo dalla camera attraverso il posto. E' veramente grande. E continuo a percepire dappertutto la traccia leggera dello 妖怪 della casa.

Camminando incrociamo un uomo. So che lo conosco, ma non riesco a ricordare. Traffica un attimo con Candy e si allontana in fretta prima che io riesca a riflettere. So che so il suo nome, ma non ricordo.

Ci muoviamo ancora. Faith si ferma e traffica di nuovo con l'oggetto per cantare. Sembra come quando telefona. Ma le piccole scariche sono molte di piu', e dopo non ci sono voci. Sembra che le scariche stiano disegnando qualcosa dentro l'oggetto per cantare. Piccole scritte. Non le capisco. Chissà a cosa servono?

Ehi! Una sensazione strana. Come se qualcuno mi avesse toccato. Ma non come con Faith. Toccato con la mente. Dura solo un attimo. Cerco intorno per capire dov'è. E cos'è. Non è lo 妖怪 della casa (c'è ancora, di sottofondo). Magari è un altro fantasma come me. Ha toccato un attimo anche Faith, poi passa oltre. Sembra essere in tanti posti contemporaneamente, e non sta mai fermo. Però c'è un punto in cui c'è sempre. C'è il suo corpo.

(23:53:00) shelidon:
avatar - PG - Gabriel

Gabriel: Al draagt een aap een gouden ring, het is en blijft een lelijk ding. Questo è più o meno quello che vorrei rispondere quando il ministro ci invita ad Amsterdam il mese prossimo. "Il... compleanno della principessa?" La principessa... cazzo, l'ultima volta che l'ho vista, e su una rivista di George per cui immagino che San Photoshop già avesse fatto i suoi bravi miracoli, Wilhelmina Armgard d'Orange-Nassau sembrava Mirtilla Malcontenta dopo la visita del Basilisco. Ma, per quanto la piccola sia graziosa e regale come un AGM-48 Skybolt nelle ginocchia, non è questo il punto. "La ringrazio, ma in maggio siamo sempre molto impegnati. Sa, la chiusura dell'anno fiscale cinese..."
C'è di buono che Van Lerhoeven sembra sufficientemente soddisfatto dalla chiusura dell'accordo per non domandarsi nulla e non farmi domande. Lasciamo la Speranza di Watts ad annegare i suoi dispiaceri con le ultime due gocce di amontillado, e riaccompagno l'olandese attraverso una galleria il cui argomento s'è liquefatto a tal punto da farmi sentire un po' il traghettatore infernale. Ma quell'anime, ch'eran lasse e nude, cangiar colore e dibattero i denti, ratto che 'nteser le parole crude. Bestemmiavano Dio e lor parenti, l'umana spezie e 'l loco e 'l tempo e 'l seme, di lor semenza e di lor nascimenti. Passo davanti ad Orfeo che conduce Euridice fuori dall'inferno e francamente mi scappa da ridere. "Si trattiene ancora molto a Shanghai?" La dea dell'Arcano 10 è ancora al suo posto, nel grande ingresso, e nessun'interferenza di torri in rovina la sta sfregiando. Il ministro sembra se ne stia andando contento e anche il vento è calato. Ci stringiamo la mano, mi strappa la promessa di portarlo a cena prima che lasci la Cina, e il mio ritorno verso le scale mi porta ad inciampare in una vecchia conoscenza su tela. La Sibilla Palmifera di Rossetti è stato uno dei miei primi regali nel nostro soggiorno londinese. Cosa ci fai qui, tesoro? Sorrido. Perdonami, Ero, ma l'olandese beve come un miliziano di Rembrandt, e non se ne andava più: sto salendo.
Più facile a dirsi che a farsi, in questa casa.
Nel tentare l'impresa del ritorno ai piani alti, mi sembra di essere stato preso, buttato in uno shaker insieme alle pedine del gioco dell'oca e poi versato su un tabellone escheriano fatto di gente che sale ma pensa di scendere o scende ma sembra salire (e chissà io a che categoria appartengo). In realtà, più che la versione italiana con le oche che piace tanto a Candy, questa sembra serpenti e scale, che piace tanto a Faith.
"...my o vlku, a vlk za dveřmi."
Faith, casella numero dodici, su cui pago pedaggio: se ne va il dolce portato da Candy alla casella numero 57, ma almeno il caffè (furto: casella 52) rimane nella tazza. O lo farebbe se non lo stessi bevendo come un pezzetto di carta assorbente nel fiume Gange. Mi domando se George (un coloratissimo Pinocchio alla casella 58) sappia che ho sottratto questo caffè al suo tiramisù, ma è inutile avvertirlo o domandarselo, perchè ecco che salta sul ponte (casella 6) e avanza di un numero pari al precedente tiro dei dadi. Sospiro, e prendo l'ultima rampa di scale verso il salone di Elisabetta, un piano sopra. La Vanità, casella 44, ed il corridoio di specchi mi rimanda la mia immagine in movimento. L'Orgoglio, casella 95, e incrocio Clarissa a metà del rettilineo finale. Sembra sorridere, potrei quasi spingermi a dire che sia felice, e la ringrazio di aver voluto accompagnare mio padre. Mi risponde che aveva già in programma di salire. Un'altra casella 58. Sarò in vista del traguardo? L'incontro con il fantasma di Virginia fa balenare nella mia mente che, di tutti i giochi possibili, forse questo è Pac Man. Ma cosa penserebbe mio padre di me se mi presentassi giallo, tondo e rotolante? Faccio scivolare un tocco fino alla porta della camera di Talia (il Pozzo, casella 31) e la apro, perché il suo ostinato camminare in cerchio mi sta dando sui nervi. Poi oltrepasso la Sphinx Mystérieux e le lancio un'occhiata. Cosa vuoi? Ma sì, ma sì, lo sanno tutti: è un'aringa appesa al muro se la dipingi di verde, ma non fischia. Appoggio la mano alla maniglia della porta, e una sensazione strana mi si infila sotto al polsino della camicia, come a cercare rifugio, congelandomi sul posto.
Profumo.
Il tuo.
Mi sento finito a pié pari sulla casella 58, lo Scheletro, e inesorabilmente precipitato di nuovo alla casella 1. Tiro i dadi sperando di fare nove. Madame... Vous ne voulez pas me contenter de dire qu'est-ce qui cloche?
« Gabriel »
Il riflesso della Sibilla Palmifera, ora, assume un'altra più cupa sfumatura, e il silenzio contro le pareti dell'Etemenanki sembra danzare in bilico sulle dita della sfinge, tra la mia domanda non espressa e la tua risposta non pronunciata.
« Più tardi, vuoi? »
E, con un terasu, la tua risposta muta la mia maschera da hannya gelosa.
"Sì."
Sorriso. Respiro profondo. La mia mano apre la porta, ed il mondo nel sedicesimo secolo mi guarda dal pavimento levigato, come ad invitarmi a salire sul palco. Mio padre è di spalle. Ero seduta in poltrona. "Disturbo?"

(01:31:20) Isabelle:
avatar - PG - Erodiade

Erodiade: "Disturbo?"
La sua voce è liberazione, il presente.
Gabriel mi porta il respiro del Mare del Nord o il getto purificatore sgorgato dalla mano di Ancala. Una finestra, appena dischiusa, da cui il salone stesso sembra prendere un respiro, una sorsata d'acqua fredda che solleva, entrambi, dal peso della tensione che ancora si estende tra me ed il Professore, in piedi al centro dell'eco delle sue teorie.
"Mai" e grazie. Sfioro il Libro del Ritorno del Giorno "Gabriel, vorresti spiegare a tuo padre le regole di Caïssa?" e finalmente posso concedermi di lasciarmi andare, completamente, contro lo schienale della poltrona ora che anche l'Etemenanki appare più leggero alle mie spalle.
Il flusso tormentoso della cascata di Edo, nel suo fragore, annega i pensieri trasformandoli in un'antica visione del mondo, inchinata, al cospetto del ricordo, dinanzi alla figura imponente del Castello di Pembroke: così Fudō assume le calme sembianze di Cleddau, lo sento scorrere al di là delle spesse vetrate aperte; e come non fosse mai andata via, la vita è tornata, così senza motivo, come allora che s'era stranamente interrotta. E sempre in questa stessa strada antica, sempre nella stessa notte d'estate e a questa ora. La penombra in cui è immersa la stanza, anche, è la stessa di sempre, di ogni incontro, eppure, guardandomi attorno, non posso fare a meno di associare questa oscurità a quella che regna sovrana nelle celle inospitali della torre di Londra, sebbene, per fortuna, non abbia mai avuto curiosità di visitarle. Non ancora. È una specie di presagio, un brivido estraneo interrotto dalle parole di Lord Berith, che, fino ad ora, non ha fatto caso a me, nel suo sistemare i pezzi degli scacchi al loro posto di combattimento: mi chiede come siano andate le cose in Francia, ed onestamente non capisco. "Perché mi fate domande di cui conoscete già la risposta, Milord?"
Pronuncia il mio nome senza degnarsi di apporre il titolo che mi spetta e ammonisce i miei modi: non essere così sfrontata. Ma le sue parole non suscitano in me alcuna emozione, quasi non mi trovassi realmente qui, e frenare la lingua dal formulare una qualsiasi risposta è naturale. Distolgo l'attenzione, due grandi occhi grigi, familiari, mi osservano da sotto il tavolo che ospita la scacchiera. Sorrido, perché Berith odia i gatti e questo, in particolare, sembra schernirlo ad ogni giro compiuto tra i suoi piedi. Potrei quasi ipotizzare che stia pensando: sono qui e non vado da nessuna parte; sono qui e non vado da nessuna parte. E la sensazione di averlo già incontrato, da qualche parte ed in altra forma, si fa strada nella mia mente con strana determinazione. "Avete un nuovo animale da compagnia?". La domanda si dissolve nell'aria, come non fosse mai stata formulata, e l'unica risposta che ricevo è un invito ad accomodarmi per dare inizio alla partita.
Ai chiari la prima mossa ed apparentemente nessuno dei due sembra far troppo caso alla strategia adottata dall'altro. Il mio avversario preferisce parlare, e sbagliare. Ma le sue labbra immobili hanno un piano, un piano ben preciso che con la scacchiera ha tutto a che vedere e niente: sei pronta per la Corte, vero?
In tutta sincerità trovo la sua retorica piuttosto nauseante, quasi quanto il suo volermi convincere di avere, sul serio, un'alternativa: adora le prese in giro. E non ho bisogno di dissimulare questo pensiero, ne è perfettamente consapevole.
"Preferirei tornare alla corte francese" ma: questa non è un'opzione.
Muovo in diagonale l'alfiere "Scacco", ed il suo sguardo è solo un pozzo nero, senza fondo e privo d'acqua - "Dicono il Re non sia un buon giocatore. Perché non Vi proponete come suo maestro?" - così come la sua strana forma di adulazione: perché non ho i Vostri occhi. Ed è come se avesse preso una decisione, definitiva: o devo pensare non siate in grado di farlo?
La mia Regina bianca, ormai, tiene in pugno il suo Signore.
Io posso fare ciò che voglio: scaccomatto.
"Shāh M...", ma Berith sottrae il Re nero al groviglio funesto del fato, abbattendolo nel campochiaro in un atto di amnistia che, sa bene, non avrei mai emanato. La sua voce prende una sfumatura lontana, quasi sconosciuta: interessante, è tutto ciò che ricevo come spiegazione per quel gesto.
Ed in quegli occhi, troppo vicini ai miei, adesso vedo chiaramente: da un angolo la candela un alito, e la febbre della tentazione come un angelo alzava due ali a forma di croce. Su di me. E per la prima volta lo odio. Lo odio.
Il famiglio soffia, non so contro chi o cosa, ma sono certa mi stia chiamando.
"Ero... "
Sono io che ho perso.
Muto la mia occhiata astiosa in un sorriso prima che Balthazar possa rendersene conto. La sala danza in uno strano girotondo intorno al pezzo scuro, regale, disteso nella volontà, del suo giostrante, di non dichiararsi vincente; e neanche allontanarsi, sostituire l'evidenza con il quadro delle luci di Shanghai, riesce a farmi distogliere l'attenzione dal riflesso della mia disfatta. Almeno finché Gabriel non decide di porre fine ai giochi e, in quello stesso gesto ed in questo tempo, di schiarire il cielo nuvoloso della mia mente.
"Professore, sono sicura il mio... 'mentore' conoscesse Vostro padre."
Il suo umorismo riesce quasi a strapparmi una risata: “Non saprei: il Vostro mentore era una persona onesta?"
"Non lo so, ditemelo Voi: pestilenza di Atene, 430 ante Christum. Lord..."
"Berith."
Ed è il solo pronunciare il suo nome che genera questo campo di fastidio che partendo dal primo gradino del palazzo si attorciglia, lungo tutta la sua colonna vertebrale, soffocandolo.
"Esattamente."

(00:39:16) shelidon:
avatar - PNG - Balthazar

Balthazar: L'ingresso di mio figlio ruba la scena ad un certo oggetto accanto alla finestra, che da qualche momento ha attirato la mia attenzione con il suo modo particolare di riflettere la luce. Non posso rispondere alla sua domanda, ma a fugare il suo e il mio dubbio pensa la padrona di casa, con una risposta cortese: mi estraneo dal loro scambio di battute e prendo posto ad una poltrona, dal lato di Atlantide disegnata in tratti antichi sul pavimento. O, per lo meno, dal lato dove dovrebbe trovarsi. Il mio cambio di angolazione fa scivolare la luce su quell'oggetto come sull'acqua e me lo svela per quello che è: 45 x 45 cm, sottile, con pezzi alti da quattro a sette, anche se qualcosa di strano nella loro disposizione sul momento mi inganna l'occhio.
Forse indovinando la mia curiosità, forse cogliendo il mio pensiero, lady Erodiade invita Gabriel ad espormi una particolare variante delle regole. Forse cogliendo il mio interesse o forse indovinando il mio pensiero, mio figlio pone Caïssa tra noi con i neri rivolti dal mio lato e i bianchi verso la padrona di casa. Sulla scacchiera riconosco al primo sguardo un tocco familiare, nelle lavorazioni della torre e della regina, e quella peculiare stravaganza ironica tipica di Gabriel quando è colto dai cinque minuti di Geppetto.
Lady Erodiade muove: gioco di donna. Del pedone bianco, che riposava di fronte alla sua regina, ora è rimasto solo un riflesso capovolto sulla base, due caselle in avanti, dallo stesso lato del mondo in cui tutti i miei pezzi sembrano riposare. Uno schieramento bianco senza riflesso e il solo riflesso di uno schieramento nero si fronteggiano in quello che appare un gioco prospettico impossibile. La difesa indiana è rimasta un embrione di idea, nella mia strategia che si forma, e mi domando ancora come fare per attraversare lo specchio e raggiungere i pezzi sull'altro lato, quando sollevo le dita e le allungo verso il cavallo di destra: il riflesso della mia mano sembra aver risolto da solo la sciarada e sta raggiungendo quello stesso pezzo al di là dello specchio. Gli imprimo un leggero tocco e lo specchio si sta sciogliendo e il pezzo va svanendo, come in una luminosa nebbia. Lancio un'occhiata a mio figlio, e lui sta sorridendo al mio stupore: come Alice, il cavallo è passato attraverso il vetro ed è saltato su, fuori dalla sua casa di specchio. Normální šachy bylo moc jednoduché, ne, Gabriel? Al suo nuovo pedone, mosso in avanti, offro un gambetto di Budapest che la Signora accetta. Non sta guardando la scacchiera, neanche quando decide di far avanzare un alfiere, e fino a quel momento ho mosso quasi esclusivamente di cavallo. Mi risponde, e decido di accettare l'offerta muovendo in diagonale. "Scacco." Il mio alfiere in campo nero, emerso in superficie con la sua unica mossa, osserva il re bianco da sotto la sua complicata tiara, più simile alla corona di un'imperatrice cinese che al cappello di un vescovo. Con gesto indolente, lady Erodiade interpone il cavallo, e io muovo la mia donna nella casella di fronte al re, nonostante lui rimanga al di là del riflesso. Gli occhi si stanno abituando a questo gioco, alla complicata danza tra questo e quel lato di un pavimento riflettente, e devo ammettere che è divertente dover aggiungere una tale variabile alle equazioni di gioco. Mi appoggio allo schienale con un sorriso. Lady Erodiade, con espressione ambigua, ha avanzato un pedone per togliere il mio alfiere da quella disdicevole posizione, e medito se ritirarlo o meno. Che ne dite di uno scambio? Metto il cavallo in posizione vulnerabile e glielo cedo, per poi riprendermelo. Sono in svantaggio di un pedone, e in vantaggio di uno scacco. Gabriel ci guarda appoggiato al leggio e l'espressione gatto del Cheshire non potrebbe essere più appropriata per il suo mezzo sorriso in questo momento: ma sì, so bene che... Proč?
Lady Erodiade ha mosso il pedone, mangiando il mio alfiere, e lo schema di un celebre scacco matto mi osserva da questo lato della scacchiera, con il mio cavallo pronto a muovere. Alzo le dita. Sfioro il pezzo. "J'adoube." E il re nero sotto il riflesso delle mie dita si rovescia in campo bianco con un cenno di resa. "Interessante." E non ho altro da dire, anche se potrebbe suonare riduttivo. Dovete concedermi l'onore di una partita, quando le circostanze saranno più propizie.
Lady Erodiade mi rivolge uno sguardo e mi sorride, e per la prima volta dall'inizio del nostro colloquio ho il dubbio che non mi abbia veramente sentito. Osserva l'esterno della finestra, Gabriel appoggia il dorso della mano al lato della scacchiera e i pezzi feriti si rialzano, disponendosi nuovamente in assetto iniziale. Toglie il campo di battaglia e lo riporta a lato della stanza, la mia ospite si distoglie da quello che sembrava uno sguardo in uno specchio inesistente e mi coglie di sorpresa per la seconda volta. "Sono sicura il mio mentore conoscesse Vostro padre."
Sorrido. Non mi azzarderei a legare la figura di una Signora come Voi a quella del mio defunto genitore, nemmeno se l'evidenza mi fosse presentata su un piatto d'argento insieme alla testa di Giovanni Battista e a tutti i veli di Salomé, inclusi quelli di riserva, ma il tono con cui è stata pronunciata quella parola - mentore - sembra volermi far supporre diversamente. Non sono però nella disposizione adatta per assumere o desumere nulla. "Non saprei: il Vostro mentore era una persona onesta?"
Credo di conoscere già la risposta, ma non posso certamente aspettarmi la risposta che ricevo. Pestilenza di Atene. 430 a.C. Non nascondo un'espressione di fastidio. "Berith." E non mi sorprende scoprire negli occhi di Gabriel un'espressione che dice 'non potevo dirtelo': è la stessa espressione con cui io stesso sono arrivato qui questa sera. "Sì, ho paura di dover concordare con Voi: mio padre conosceva il vostro... mentore, avete detto?" Non so veramente quanto un uomo del genere possa aver avuto a che fare con la Vostra istruzione, milady. Su quello che normalmente sarebbe sospetto, rimane solo un velo d'ironia di fronte a quest'intreccio perverso: il caso sembra davvero aver fatto un'eccezione alla regola ed essersi messo al telaio apposta per noi, se mio figlio è diventato l'intendente di una pupilla dell'ex socio in affari di mio padre. "Non ho mai avuto il discutibile onore di incontrarlo personalmente: lui e mio padre avevano già preso strade differenti quando... beh, quando le circostanze hanno gentilmente indotto Konstantinos a ritirarsi dall'attività." Un'occhiata di lady Erodiade mi spinge a fornire qualche dettaglio in più: è possibile che Gabriel abbia usato nei confronti di questa storia la stessa discrezione riservata all'ascendenza della signora. "Il 27 febbraio 475 festeggiavamo i cinquant'anni dalla fondazione dell'università di Costantinopoli: mio padre non aveva mai apprezzato che io rilevassi la cattedra serale di astronomia, tanto quanto non apprezzava le mie insistenze perché lui accettasse quella di medicina. Sapete come possono finire certe discussioni filosofiche tra padre e figlio." In realtà non è esatto: il 27 febbraio 275 io festeggiavo i cinquant'anni dalla fondazione del Pandidakterion e, avendo appena scoperto la ragione per cui mio padre rifiutava la cattedra di medicina, tentavo di addormentarlo in casa propria con l'intenzione di chiudergliela attorno come una tomba. "Diciamo che ho commesso un piccolo errore di valutazione, e le cose sono... sfuggite di mano." Il tipo di errore la cui entità porta un padre a cercare di chiudere il figlio in una scatola e farla precipitare al di sotto della crosta terrestre, da cui devo ammettere possa derivare la mia attuale avversione per gli ascensori. "Se dovessi rifarlo, e Vi garantisco che lo rifarei, magari sarei meno teatrale e userei un volume di fuoco inferiore: i danni collaterali non erano davvero contemplati nel piano iniziale." A mia discolpa posso solo dire, come i bambini, che ha cominciato lui, trasformando la casa in uno di quei mostri marini di cui andava tanto fiero, e che a quel punto la popolazione di Costantinopoli aveva già risolto di archiviare la nottata nella categoria 'eventi mitologici'. "E, se posso chiedere, com'è accaduto che Lord Berith abbia raggiunto il suo vecchio socio tra le braccia del nono cerchio?"

(23:07:55) Florence:
avatar - PG - Faith

Faith: Oddio. Non l'avevo visto, e quasi mi cade il telefono. Quasi mi cade il telefono e l'uttariya dalle spalle: non so davvero con quale miracolo io riesca a salvare il primo nel secondo. Brava, Faith, hai giocato tutti i tuoi punti destrezza della settimana in questo gesto, e chissà se Aida... oddio, Aida. George la vedrà di sicuro, e passano sempre più o meno cinque frazioni di secondo tra quando George vede una cosa e quando il resto dell'Etemenanki lo viene a sapere. E non è così che vorrei si sapesse. E mi avrà sicuramente sentito pensare anche questo.
Lo guardo e sorrido come Linus a Lucy dopo essersi reso conto di aver accidentalmente spezzato tutti i suoi gessetti colorati, e non so bene cosa dire né dove mettere Aida. "Buong- Buonasera, George." Nooooonparlaredelfantasmanonparlaredelfantasmatipregotipregononparlaredel... "...fantasma? Quale fantasma?" No. Non posso davvero averlo detto ad alta voce. Vado verso una sedia attorno al grande tavolone e mi siedo il più aggraziatamente possibile, anche se forse l'istinto sarebbe quello di imitare la posizione assunta da George e sembrare una delle fanciulle di Courbet. Non sono nuda ma si può sempre rimediare. Uh? L'ho davvero pensato io? Scrollo la testa come sperando che qualcuno di questi pensieri mi salti fuori da un orecchio e saltelli verso le cucine a recuperarmi qualcosa di caldo. Sul tavolo c'è un samovar d'acqua e un bricco di colazione tiepida, fatto come quelli di rame per il caffè arabo. Tante piccole cose da mangiare, inclusi altri mochi come quello che ho rubato a mio padre, ma niente per aprirmi lo stomaco, e quel dolce ingoiato a pancia vuota sta cominciando a darmi fastidio.
"Ho... ho più o meno visto l'Aston Martin in garage..." Guardo verso George come Woodstock a Charlie Brown volando accanto all'albero in cui si è impigliato, di nuovo, con l'aquilone. Non ci sono passata apposta: visto che mio padre non si trovava da nessuna parte, sono scesa a vedere se la Lamborghini era al suo posto, sotto vetro. E mentre l'auto italiana accendeva i fari per salutarmi... beh, sulla carcassa dell'Aston Martin due ragazzine cinesi in short di pelle stavano cercando invano di dare la cera. Altro che la cera. "Mi dispiace. Com'è successo?"
Tasto dolente. Forse non avrei dovuto impicciarmi.
Mi salva Candystripes, che entra bilanciando un nuovo piccolo samovar fumante sulla testa e due vassoi nelle mani: apre la porta con un colpo della coscia, oggi cucita a strisce rosa antico che sembrano intonarsi alla sala Rocelin e che giurerei abbiano cambiato colore da quando l'ho incrociata al piano di sotto. Mette un vassoio davanti a George: profumo di caffè dalla tazza fumante e un biscotto a forma di quadrifoglio che sembra augurargli tutta la fortuna possibile. Mette l'altro vassoio davanti a me: una tazza vuota di terracotta coreana e un dolce al cioccolato con disegnati una chiave di violino e un pentagramma. Ha ha ha ci sentiamo spiritosi questa mattina? Provo a guardarla male, anche se proprio non mi riesce. Fa una riverenza con il samovar ancora in bilico, poi lo toglie e mi versa la tazza colma di liquido rosso e caldo, fumante, al profumo di fragola. Solleva il nontiscordardime che era sul fondo, senza annegarlo, e rimane in superficie come una decorazione di zucchero. Augura bon appetit e sta per andare via. "Candy, aspetta!" Le porgo il telefono: forse non è stata una buona idea portare Aida fuori dalla stanza prima di averne potuto parlare a mio padre. "Potresti riaccomp... Mi porteresti il telefono in camera, per favore?"

(18:56:19) shelidon:
avatar - PNG - Candystripes

Candystripes: Oh beh, certo, non ho nulla da fare questa notte, posso saltellare su e giù per il palazzo prendendo cose e portando cose dal 305° al 306° al 310° al 330° passando ogni volta dalle cucine. Sì. Serve altro? Non so, un pezzo di formaggio dalla luna, o una mela d'oro dal giardino delle Esperidi. Forse ho cinque minuti liberi tra le dieci e quaranta e le undici meno venti. Uffa. Voglio un paio di scarpe nuove, di quelle con i tacchi che tintinnano.
Prendo il telefono dalle mani di miss Faith e il ciondolo di vetro fa avanti e indietro come un pendolo ipnotico. Il gemello d'argento del padrone tintinna contro le pareti e se la piccola cosa all'interno sta cantando non lo so, ma da fuori non si sente niente. Faccio una riverenza e li lascio da soli, la padroncina indiana in jeans e il Grande Gatsby, e non mi ricordo più che cosa stavo andando a fare. Ah, sì, del vino per la sala di Elisabetta. Salgo fino all'apotecario e guardo le botti, che mi guardano. Improvvisamente mi si materializza di fronte agli occhi l'immagine di un fiume di vino che scende lungo la scalinata dell'Etemenanki e tanti folletti o qualcosa del genere a cavalcioni dei barili che cantano. Anch'io canticchio, per simpatia. "Roll - roll - roll - roll, roll - roll - rolling down the hole. Heave ho! Splash plump! Down they go, down they bump." Madeira, troppo dolce. Porto, troppo poco. Angelica, banale. "Down the swift dark stream you go, back to the land you once did know. Cherry... no, non per lady Erodiade. Il fondillón dell'Alicante andrebbe forse bene, se solo ne fosse avanzato un goccio. "Float beyond the world of trees, out into the whispering breeze, past the rushes, past the reeds, past the marsh's waving weeds, through the mist that riseth white, up from mere and pool of night." E basta, non mi ricordo più come continua. Rioja forse? Naah, troppo spagnolo per la Signora. Rimango davanti alla botticella di vino ambrato ungherese, a fissarla. Guardo il telefono di miss Faith. "Sai qual è il problema? È il solito problema della cameriera: nessuno mi ha chiesto di portar loro da bere, sono io che penso possa far loro piacere bere qualcosa, come pensavo che lord Richmond potesse volere un caffè e miss Faith avesse bisogno di aprirsi lo stomaco dopo aver rubato il dolce al padrone ma, davvero, chi me l'ha chiesto? Nessuno." Mi ricordo che la nostra ospite è nuova, e forse si sta perdendo e ha bisogno di un riassunto. Chiunque ci si perderebbe. "Lord Richmond è il figlio della padrona di questo palazzo, che è lady Erodiade. Miss Faith vive qui, ma è figlia del mio padrone, che ha casa dove ci siamo viste la prima volta anche se anche lui vive qui e non è che Faith sia proprio figlia come George è figlio di..." ...mi sto incasinando solo a spiegarlo. Sono in una stanza piena di botti, al buio, sto parlando con una cosa attaccata a un telefono vecchio e c'è una botticella di tokaj che mi sta guardando e non mi ricordo più perché. Tanto vale continuare a parlare con il genio nella boccettina. "Conosci qualcosa di ungherese?" Mi piacerebbe sentire qualcosa di ungherese, mentre scaraffo questo vino in un vaso di Fonthill e butto due gocce di betel e polvere di tè verde per il mal di testa del padrone, profumo di mandorle per lady Erodiade e una punta di china per domin Balthazar. Ci vuole un vassoio, devo scegliere tre bicchieri, e la ciotola deve pur essere riempita di qualcosa, perché vuota non serve a nessuno. Tre tovaglioli bianchi. E poi e poi...

(05:04:31) karis:
avatar - PG - Aida

Aida: L'altro si avvicina a Faith (il corpo dell'altro; la mente dell'altro sta ancora saltellando in giro). Faith gli parla. Sembra nervosa. Ma è il nervosismo solito. Non sembra essere preoccupante. Dice qualcosa mentre traffica e per poco non fa cadere l'oggetto per cantare. Non mi piacerebbe. Non penso di farmi male (male dovrebbe avere un corpo). Ma non potrei cantare. Non mi piacerebbe per niente.
Faith parla ancora con l'altro. Arriva Candy. Porta delle cose strane. Sarà la colazione.
Faith parla con Candy. Mi porteresti il telefono in camera? Ma io non voglio tornare in...


Eh? La casa ha appena avuto un tremito. Lo 妖怪 della casa si è come arrabbiato, irritato. Solo per un attimo. Poi tutto torna normale.


Mi sono distratta. E adesso sono con Candy in un posto diverso da dove ero prima.
Candy canticchia. Una canzone carina che sa di acqua che scorre e saltella. Quasi come l'altro nell'altra stanza.
Candy smette di cantare e inizia a parlare a raffica. Candy parla sempre tanto e veloce. Non capisco bene cosa dice. Faith, vino, caffè. George potrebbe essere l'altro. Il resto non riesco a capire.
Conosci qualcosa di ungherese?
Sì. Adesso ho capito quello che vuole Candy. E sono contenta quando posso cantare.
Però il brano è davvero difficile. Spero di riuscire a farlo bene.

(16:27:11) Isabelle:
avatar - PNG - George

George: Mi sembra di aver appena partecipato alla maratona di New York o ad un torneo di scacchi (quel maledetto arcivescovo continua a spaventarmi a morte) o di essere stato costretto ad andare in giro con un maglioncino ceruleo, infeltrito, trovato in un angolo casual dimenticato da Dio di qualche anacronistico Alternative-Hippy-Store, senza griffe, senza traccia di seta o fibre nobili. Cazzo, non voglio neanche pensarci. Ora ho semplicemente voglia di depositare il mio regale posteriore sulla mia poltrona preferita che, hey… Heyheyhey, un momento: ”Oooorango, togli subito il tuo culo dal mio posto!” . Ecco, ora hai sformato l’impronta. Stupido bonobo. E dire che ho impiegato una vita ad imprimerla ai cuscini, dannata roba mutante. ”Faith, frena. Respira, tranquillizzati” e smettila di far finta di custodire un segreto di cui, probabilmente, ogni singolo ESP del palazzo è già a conoscenza. Credo. Mettere un ectoplasma a stretto contatto con un cellulare del paleolitico non è proprio la trovata più felice del mondo. Soprattutto se l’essenza in questione strimpella la Marianna ogni volta che vuole comunicare qualcosa. Sembra quasi di trovarsi sotto il cielo settato sul famoso canale morto di Gibson, come prendere il sole (ok, non proprio) sotto un palo dell’alta tensione: nonostante i canali psichici siano limitati dalla presenza di Mammina, si riesce a sentirne il brusio. ”Diciamo che non ho fatto casualmente caso alla tua ultima affermazione perché ero distratto dal mio meraviglioso Tira… - … CAUTION! Modifica elaborazione immagine oggetto commestibile non identificato in corso… … … … - … quadri-biscottodellafortunamainsomma… Oh, andiamo Sally! Cos’è una congiura? Ambrogio, AMBROGIO! Smettila di stropicciare la Signora in Giallo, no non QUELLA signora in giallo, l’altra, quella con il cappello a parabola… E… ” Bè, Candy, complimenti per il completino. Diciamo che ha un ipnotico effetto ondulatorio – insieme al rumore dei tacchi tintinnanti? No, forse quello è solo l’alone di un desiderio - soprattutto se magari mi sporgo più verso destra. E meno male che il tuo padroncino è un mutaforma. Ottimo, no, aspetta, aspetta cazzo ”Ross, prima di tutto quando sei tornato ma soprattutto spostati, togliti, levati, eddai. Essù. E no, e… DAI CAZZOOOOO…”. Molesto. Molesto come quei puzzosi panzoni nerd privi di una qualsiasi parvenza di vita sociale che si infilano in tutte le dirette, i disturbatori del: “Ciao mamma!”, coglione. L’hai appena uccisa. ”Sei veramente… Guarda. Non riesco a trovare una definizione adatta. Stavo controllando se per caso non le si fosse tirato un filo. Ed ora se succede qualcosa è tutta colpa tua. Sentiti in colpa e vai a fare penitenza sui ceci… No, NON lessi. E SMETTILA di ridere” . Perché, perché non riesce a capire che se alcune cose non possono essere toccate con mano, l’unica alternativa efficace è la stretta osservazione? Siediti e… Ecco, ci mancava solo la domanda di Bridget sulla macchina. Speravo che ignorandola sarei riuscito a dimenticarla e invece, come un’onda felice, è tornata a falciare i verdi prati della realtà. E la cosa che mi da più fastidio è che l’argomento mi infastidisca così tanto. Ma io so cos’è: è il parassita. Comunque, che razza di delucidazioni vuole che le dia? Non posso certo nascondere il fatto che abbia impattato con qualcosa EVIDENTEMENTE molto più grande di me (e della macchina). Il problema, principalmente, era il tasso alcolico e il loop cerebrale di Nookie, che ora riprende a suonare nel mio brillante cervello. Sguaino il minipad – vibrante – dalla tasca ma non riesco a non fissarmi sulla terza di… No, sui grandi occhi verdi, grigi? - No forse quello è il colore della maglietta - della principessa: ”Oh, non dispiacerti. Il circolo anonimo distruttori di automobili non fa per me. In fondo è solo un esperimento andato, diciamo, male. L’Aston Martin non era abbastanza gialla per vestire i panni di Bumblebee. La prossima volta provo direttamente con Megatron” . E tu smettila di agitarti, che sembri un misero apparecchio elettronico posseduto dal demonio. Non ho voglia di controllare le e-mail, quindi inutile che ti agiti. Ma posso sempre dare una controllatina alle notizie dal mondo: boring, boring, boring, so boring, bor.. T’oh! c’è Cora in trasferta. E sia benedetto chi ha avuto l’idea di infettarla e rendere le sue mosse da reginetta del POP immortali. Bene, so cosa fare: ”Programmi per la serata? Io penso andrò a trovare una vecchia amica” , visto che l’altra è, diciamo, uno spirito angelico e ok, mi va bene tutto, bella serata, grazie ma… Ok, basta George. Non è una cosa affatto carina da pensare, questa. In ogni caso non voglio mummificarmi restando tumulato nel palazzo, con il clima che tira. Non che fuori, fino a poco fa, andasse meglio. Tutto quel vento avrà sicuramente fatto volare via la mia favolosa tutina da supereroe stesa in giardino. Ma sono sicuro di sopravvivere, me ne farò una ragione. E visto che ci sono, passo a comprare le scarpe per Candy, devo solo capire quali voglia esattamente. Solo non mi è possibile visualizzare l’idea nella sua testa se mammina non allenta la morsa… Ok, mi ha sentito. Grazie. Non ho neanche dovuto prendermi la briga di zompettare mentalmente fino al salone di Elisabetta per chiedere.
Ohoh ed eccola di nuovo. E’ tornata quella strana sensazione: What’s the most resilient parasite? An idea. A single idea from human mind can build cities. An idea can transform the world and rewrite all the rules. Which i why I have to steal it. Ma questa non è un’installazione. E’ una… mancanza. E questa maledetta trottola nel cervello continua a girare senza dare segni di voler cadere. Il suo puntale mi sta trapanando dalla scatola cranica giù, fino all’osso sacro. Uscireuscireuscire.
Allora, tornando a cose serie: Sally e le sue magiche calzature scampanellanti. Scendo un attimo a rubare l’immagine e… Perfetto: un Blu Tiffany veramente interes… CAZZO! Cazzocazzocazzo! Quella cosa è peggio della radio impazzita di Silent Hill, una specie di Alessa da esorcizzare dallo spirito di Maria Callas che dedica una sentita serenata bulgara a Roger Rabbit. Senti Candy, scusa se te lo dico. Magari ci avevi già pensato ma… Evita di portare il telefono di Faith con te nel salone. Passo e chiudo Houston. Argh… Mi gira la testa e non ho il mio caffè. Non me ne va una giusta. Basta: sono depresso.
Sono depresso.
Sono depresso.
Hey, ciao Megan, bel vestito…
Mi sono ripreso.
“Allora, principessa, non posso offrirti un giretto in macchina per ovvie motivazioni e poi… già me lo immagino tuo padre: “George, per il tuo compleanno avrai…” cosa? Una Spider? “No, un panda armato”. E sono stra-stra-stra-sicuro che riuscirebbe a crearne uno da fare invidia a quella stramba di una cinese con crisi d’identità… Uhm, sto divagando? Sto divagando. Dicevo… Ehm, ho perso il filo - è nella cantina - … Programmi per la serata?”

(00:49:01) shelidon:
avatar - PG - Gabriel

Gabriel: Proč?
Tes yeux, où rien ne se révèle de doux ni d'amer, sont deux bijoux froids où se mêle l'or avec le fer.
"Ero..."
La guardo. Il momento sembra passato, quel germe di feroce scontento si è spento nei suoi occhi prima di formarsi completamente, e spero che mio padre non l'abbia notato. Sarà il caffè, forse: quando il nostro chef prepara il caffè per il tiramisù di George, il risultato potrebbe tranquillamente alimentare un Ki-43 Hayabusa per tutte e 952 le sue miglia nautiche di raggio, e forse qualcosa di più. Dicevo, sarà il caffè a rendermi nervoso o forse il fatto che i pezzi di Caïssa sembravano passare attraverso la scacchiera come ago e filo attraverso il mio sistema nervoso, ma quello che sta uscendo, ricamato a punto croce sui miei nervi, è cazzo, di tutti gli argomenti possibili. Ed è incredibile come, ancora oggi, a mio padre salga un fortissimo accento arabo parlando di mio nonno. Il suo interessamento alla morte di Berith mi sorprende un po', anche se in fondo la sua curiosità è comprensibile: è come scoprire all'improvviso che il pollice della tua mano sinistra è imparentato con la Rolls-Royce del vicino. Ciò nonostante, non vedo mio padre interessarsi a qualcosa da quando gli ho detto che mi sarei trasferito con Ero negli Stati Uniti, e cazzo con tutti gli spunti di conversazione che avrebbe potuto cogliere...
"Se ben ricordo, Lord Berith è stato stroncato in una terra lontana da un forte raffreddore."
Probabilmente dovrei aggiungere qualcosa, ma Ero spezza il silenzio con una risata fredda e meccanica, così diversa da quella spontanea che adoro, et ton corps se penche et s'allonge comme un fin vaisseau qui roule bord sur bord et plonge ses vergues dans l'eau. Il punto croce si è trasformato in un vittoriano punto smyrna e mi sta disegnando all'interno della fronte un perché cazzo non sto mai zitto? Mio padre alza le mani in segno di resa - "Capisco." - lo vedo ritrarsi nel suo guscio di discrezione come il paguro Bernardo. L'ho trasformato un'altra volta nell'arcano nove, è un'arte.
La partita a scacchi sembra averci risucchiato tutti e tre attraverso Caïssa, e la prima stanza della casa di specchio è esattamente identica alla nostra drawing room, ma qui le cose vanno nella direzione opposta: mio padre fa una domanda curiosa, io do una risposta diplomatica, Erodiade finge la sua risata. Mi volto verso il leggio profumato, per vedere se vi troverò un libro delle ore come il nostro ma
dedicato a rraP enirehtaK. Niente. Forse la situazione non è così critica.
Ma parlando di ago e filo, ecco che Candystripes sta salendo le scale in questa direzione: attraverso la porta chiusa e il corridoio, mi arriva un profumo di vino rinforzato. Me la immagino arrivare al salone e trovarci tutti e tre oltre il pavimento, appesi a testa in giù come i pezzi neri di Caïssa, ed effettivamente l'unica cosa bianca tra noi è la camicia di mio padre, e la pelle bianca di Erodiade, segnata dal ciondolo che sparisce nella scollatura, tra le pieghe del corsetto, e dalla familiare cicatrice sul collo, che questa sera sembra aver deciso di lasciare stranamente esposta. Strano. Sbatto le palpebre e ritorno da questo lato dello specchio: devo essermi distratto. Forse, effettivamente, bere qualcosa è una buona idea: fill up the glasses with treacle and ink, or anything else that is pleasant to drink: mix sand with the cider, and wool with the wine, and welcome Queen Alice with ninety-times-nine.
Ma non è il bussare alla porta ad avermi riscosso: Candy è ancora in fondo al corridoio e sul momento non sono certo se sia sul pavimento di questo o sul soffitto di quello al piano inferiore. Il bussare, discreto come quello della famosa farfalla brasiliana che causa terremoti sotto i piedi di Davy Crockett, viene dalla vetrata verso il fiume. Tra me e la falce di luna svolazza un pipistrello, che in grandi cerchi è arrivato a sbattere delicatamente le ali contro il vetro per poi allontanarsi, e ora si sta aggirando a distanza variabile dalla finestra come un paziente in sala d'attesa, o un padre fuori dalla sala parto. Orville, Orville, cosa può essere mai successo? Non lo vedi che sono occupato? Muovo un passo nella sua direzione, incerto se salvarlo o meno dall'enfisema incipiente, ma Ero riprende la conversazione prima che io possa chiedere licenza di aprire la finestra.

(16:51:56) Isabelle:
avatar - PG - Erodiade

Erodiade: La domanda del Professore non è il semplice riflesso di una stanza capovolta, ma la serratura giusta, tra tante, per una chiave che apre un cassetto. Nel cassetto, l'amuleto. Nell'amuleto - la maschera di specchio - il passaggio: il ritaglio di una porta ricalcata sulla vetrata che, aperta, strappa l'immagine di Shanghai in movimento sullo sfondo, cambiando lo scenario presente in un lucido e consapevole viaggio nel passato: in which the Lady of Dreams return to hell, and her confrontation with the Lord of that Realm; in which a number of doors are closed for the last time.
Rido dell'ironia della sorte: l'intera vita di una donna, in un solo giorno. Solo un giorno. Ed in quel giorno la sua intera vita. « Dicembre 1703. Lo stesso anno in cui ho incontrato Gabriel per… - la seconda volta - caso. » quasi come il destino memore di ciò che accadde e ben consapevole di quello che sarebbe successo, con quell'incontro, dopo centosessantasette anni, avesse voluto riscattarsi, in un qualche strano modo. « Abbiamo avuto una piccola divergenza di opinioni, diciamo. Berith non amava che gli venissero mischiate le carte in tavola, all'ultimo momento. Forse aveva intuito per quale motivo mi fossi presentata alla sua porta ma vedete, Professore, era la classica persona che, con la mente offuscata dall'arroganza delle sue capacità, tendeva ad ignorare, se non addirittura a dimenticare che le cose cambiano » e che non avrebbe mai più beneficiato della mia benevolenza. « Ma è un concetto che sembra aver afferrato solo quando l'intera costa, dalla Baia di Sagami alla Penisola di Bōsō, ha rischiato di collassare in mare. »
Orville, Gabriel? nome simpaticamente curioso per un pipistrello, perso in un giro troppo ampio dal quale dubito fortemente possa riuscire a fare ritorno, tra l'altezza, a lui poco consona, e la zavorra che trasporta. Abbandono i confini di Atlantide, che solo l'inchiostro dell'immaginazione è in grado di tratteggiare tra me e Balthazar, navigando fino ad oltrepassare il margine che separa l'interno del salone dal profilo esterno dell'Etemenanki. Un passo dopo l'altro sulle luci della mia città, fino ad arrivare a destinazione.
Professore: "Sì, tutto è stato come non avrebbe dovuto essere" si disse "Ma non importa. Si può fare come dovrebbe essere. Ma come dovrebbe essere?" si domandò, e improvvisamente tacque. E con il senno di poi, possiamo razionalmente e ragionevolmente analizzare ciò che è stato fatto e come e possiamo addirittura dire che avremmo forse agito diversamente, potendo tornare indietro. Ma non possiamo sapere, veramente, se è tutto è andato come avrebbe dovuto essere, oppure no. « In un vecchio commento ad una poesia di Baudelaire, lo scrittore afferma che "Il pentimento, il rimorso, sono gli ultimi rifugi, ma anch'essi possono giungere tardi, quando non c'è più tempo" e credo che a volte, più frequentemente di quanto non siamo naturalmente portati a pensare, possono non sopraggiungere mai - e quindi: - Vulnerant omnes, ultima necat. Tutte le ore feriscono, l'ultima uccide. » Ho solo una certezza: avrei dovuto evitare di concedere a Berith il lusso di condividere con me le sue ultime disposizioni. « Chaque tour vers l'Enfer nous descendons d'un pas, Sans horreur, à travers des ténèbres qui puent. »
I piccoli occhi miopi di Orville, rinchiuso in una porzione di ossigeno e giusta atmosfera, sembrano studiarmi con la stessa curiosità che dedico all'oggetto che reca con sé: dall'interno, dal ricordo, emana un particolare tipo di calore. E la percezione di quel calore mi dissuade dall'idea di sfiorarlo, quasi come una consapevole Principessa che ritrae la mano dall'ago del fuso che l'avrebbe condannata. Sul suo sbattere ipnotico delle ali, inizia a viaggiare, nuovamente, questo strano senso di presagio che smembro ad ogni passo sulla via del ritorno verso il salone.
Il momento è passato, come tutti gli altri, ed appoggiandomi alla vetrata inesistente, con il vento che accarezza le spalle, sbarro definitivamente il passaggio per l'altro mondo, lasciando solo il nostro presente capovolto nella corretta direzione. « Volumi di fuoco in meno, Professore? Sapevo qualcuno fosse in grado di farlo - ma ho voluto ignorare la possibilità che… - E' una cosa che avete appreso da Vostro padre? »

(21:09:57) shelidon:
avatar - PNG - Balthazar

Balthazar: Ascolto con interesse un racconto che non immaginavo di suscitare con una semplice domanda, e se io sia stato indiscreto o meno a questo punto è impossibile da definire. 1703. Non ricordo ogni anno della mia vita, soni troppi e semplicemente è una di quelle cose che ho deciso di non fare, non possedendo un hard drive illimitato, per avere la mente libera di occuparsi di altro, eppure la coordinata temporale, incrociata alle parole Giappone e terremoto, svita il tappo di una particolare bottiglia da cui emerge un genio fatto di mappe astronomiche appartenute all'imperatrice Genmyō. Sì, avevo spedito io Gabriel in Giappone, un anno prima del terremoto di cui con tanta naturalezza lady Erodiade sta ammettendo la responsabilità, e l'istinto di guardare mio figlio si spegne solo con il pensiero che qualunque cosa sia stata è stata, e non ha senso richiedere ora i dettagli di un incontro appena accennato a semplice giustificazione di un enorme ritardo. Le cose cambiano, è vero, e non possiamo tenere sotto controllo gli eventi e gli incontri che producono questi mutamenti. Gabriel sembra messo a disagio dalla conversazione, la padrona di casa si alza dalla poltrona e alla mia sinistra un vetro scivola al di sotto dell'Oceano Pacifico, lasciando un vano vuoto affacciato sull'immensa distesa del fiume e della città nuova. Non so se sia l'altezza, che normalmente non soffro, o il movimento disordinato e confuso del piccolo mammifero notturno che sembra aver attirato l'attenzione di tutti. Forse è l'azione di lady Erodiade sul vetro. Qualunque cosa sia, è in grado di correre sui miei nervi come una strana iniezione di plasma. Co je to? Lascio scivolare le palpebre sugli occhi e altero leggermente la vista per investigare l'origine del disturbo, in tempo per poter vedere la pennellata elettromagnetica con cui la donna si crea un ponte proteso verso quelle luci, e muove i suoi passi in direzione dell'oggetto volante non identificato. La sua impronta biometrica di essere vivente è chiara quasi come quella della mia ospite, che è solo un poco più flebile. Sorprendentemente, anche la casa emette un segnale simile, e allora mi è più chiara l'origine di quel disturbo, poco fa. Mi giro verso Gabriel. Prudenza, temperanza e misura non sono mai state tue compagne, ma non hai seriamente creato un essere vivente di trecento piani infilando nella sua pancia chissà quante persone, vero? Il pensiero rimane in sospeso, perché la signora sta tornando con il pipistrello racchiuso in una piccola bolla, e trovo opportuno tornare ad una percezione canonica della realtà. Non mi serve una vista elettrosensibile o geomagnetica per rendermi conto che la bestiola trasporta un misuratore altimetrico del tipo in dotazione agli shuttle cinesi. Il pipistrello, salvo nella sua sfera invisibile, ottiene l'accesso alla nostra stanza e la finestra rimane aperta, anche se di tutti i punti lady Erodiade sceglie, per appoggiarsi, proprio quello. Ma sono stato già sufficientemente indiscreto, non è il caso di rimarcare, nemmeno con il pensiero, la straordinaria affinità che sto riscontrando con il modo di operare di mio figlio. Ho una domanda cui rispondere, anche se il modo particolare di porla mi spinge un'altra volta con lo sguardo in direzione di Gabriel. Il suo imbarazzo sembra essersi decuplicato e temo di aver toccato un argomento poco consono, ma non mi è chiaro il motivo e non saprei davvero come rimediare a qualunque possa essere stato l'errore. "Da mio padre ho imparato solo, temo, ciò che un uomo non dovrebbe sapere. Trovo che il fuoco sia uno di quei trucchi che effettivamente avrebbe potuto provare a insegnarmi, ma non è questo il caso: forse sapeva che non ne avrei fatto l'uso da lui sperato, anche se credo non potesse immaginare con esattezza l'uso che ne avrei fatto." Fu una principessa indiana ad insegnarmi questo trucco, anche se fu una delle ultime cose che riuscì a fare, e se avete familiarità con la storia del Secondo Qalandar nelle Mille e una notte potete farvi un'idea abbastanza precisa di cosa le accadde. "Credo che quella del patricidio sia un'arte difficile, e spero di non diventare mai come mio padre ma confido che, nel caso, Gabriel sarebbe perfettamente all'altezza della situazione senza cadere nella banalità di una scena già vista." E, calato nel pieno della parte richiesta, mio figlio mi sta guardando esattamente come se volesse strangolarmi. Tanto so bene che, eventualmente, mi toccherebbe quella fine. O una morte qualunque in ascensore.

(17:14:21) Florence:
avatar - PG - Faith

Faith: "Oh. Ross. Buonasera." Compleanno? Compleanno! Quasi me ne dimenticavo, devo mandare qualcuno a ritirare non pensarci Faith non pensarci non ci pensare non ci pensare non ci pensare. Prendo un profondo respiro nel tentativo di non rivelare a George cosa gli ho fatto arrivare per il suo compleanno, ma è come provare a non pensare agli elefanti rosa: tutto quello che si affaccia alla mente è... beh, un dannatissimo elefante rosa che balla la rumba in gonnella di pizzo con Winnie the Pooh alla batteria e miss Piggy in bikini che strimpella l'ukulele. Espiro. Uff... solo la piccola ensemble mi è rimasta nella testa, sostituendo il regalo di George: è un trucco che mi ha insegnato mio padre, è forte quando funziona. Ora spero George non abbia colto quell'immagine come suo regalo di compleanno e se lo aspetti, perché il cachè dell'orsetto Pooh è troppo alto per le mie finanze, al momento: per il regalo di George posso anche chiedere un prestito a mio padre, ma non per il regalo di mio padre, e giugno arriva sempre più in fretta del previsto. "Ho un articolo da finire, e poi credo tornerò a letto: ieri ho bevuto troppo." Niente dettagli, i dettagli non sono necessari, ma al nostro prossimo torneo multiplayer di Resident Evil devo ricordarmi di fargli servire da Candy un po' di quella roba che mi ha steso ieri mattina: è troppo tempo che alla fine ha ucciso molti più umani di me. E speriamo che non mi abbia sentito. "Ross, avrebbe voglia di...?" No. È mollemente svaccato su uno dei divanetti, con tra le dita quella che sembra una petunia, e sulla fronte ha disegnata l'incertezza tra il continuare a sniffarne l'ipotetico profumo, mettersi a decantarne le lodi in versi o appuntarsela all'occhiello. Non spero di essere io a riuscire dove persino miss Clarissa sta fallendo, inutile tentare. Finisco il mio bicchiere e lo risciacquo con del té dal samovar. Rubo un altro mochi dalla guantiera, e poi mi risolvo ad alzarmi. Chissà dove sarà Candy, voglio recuperare il mio telefono e la povera Aida magari troverà divertente la cosa di cui devo scrivere, magari mi perdonerà per averle promesso di portarla fuori dalla stanza e non aver poi potuto mantenere la mia promessa troppo a lungo. Oh, spero di riuscire a parlare in fretta con mio padre, per raccontargli tutto: mi sento tanto in difetto. "Con permesso."

(00:21:46) shelidon:
avatar - PNG - Al

Al: Scalpellano e scalpellano e scalpellano, sul pavimento del sotterraneo: vogliamo provare un nuovo pentacolo e scalpellano, scalpellano. Ma il tappeto continua a fluttuare sopra le loro teste come se non esistessero, e come se non esistessimo noi con il nostro peso. Il mio ospite è partito con la filippica non so nemmeno io quante ore fa e si è interrotto forse solo per respirare, ma neanche tanto. Confesso di averlo incoraggiato, in quei rari momenti di interruzione dell'apnea: lo straniero ha delle storie pazzesche che sembrano uscite da un video di Michael Jackson, tra cani che resuscitano, topi che guidano una rivolta, vacche equilibriste e rinoceronti che cadono dal cielo. Sarei propenso a pensare che mi stia prendendo per il culo, ma ha l'aria più innocente di questa terra, l'aria di uno che potrebbe innescare un pezzettino di Apocalisse e poi domandare ah, non era una merendina? No, era il terzo sigillo, brutto deficiente. Ma come ce la si può prendere con uno che ha navigato il Gange a bordo di un natante che reca una donna ambiguamente abbracciata ad una mucca? Non si può. Così, seduti sul tappeto mentre sotto di noi viene scolpito un nuovo pentacolo, sorseggiamo brocche e brocche di tè in cui il mio ospite annega talmente tanto zucchero da farmi temere che vada in iperglicemia e debba mettere anche lui in convalescenza nell'altra stanza. E continua a raccontarmi di quella volta che, nel porto di al-Dammām...

(06:41:25) Simone:
avatar - PG - Ted

Ted: "... se il resto del gruppo non si fosse dimostrato così poco amichevole avrei cercato di parlare con quell'uomo. Il suono che emettevano le due fruste infuocate che stava roteando in aria era affascinante e il modo in cui l'aria attorno a lui sembrava diventare una sfera di fuoco ogni volta che faceva schioccare una delle due avrebbe potuto essere un ottimo numero di apertura per intrattenere i miei clienti. Ma mi rendo conto che l'idea di assumerlo come spalla sarebbe stata un rischio. Un'esibizione tanto spettacolare avrebbe quasi certamente distratto il pubblico, senza dimenticare che i padroni di animali la cui morte fosse stata in qualche modo collegata al fuoco avrebbero potuto sentirsi particolarmente turbati. Non è mai il caso di mettere in fuga chi è venuto apposta per cercare aiuto. Però è un peccato, mi ricordava un po' tutti gli anni passati a lavorare nel circo quando ero negli Stat... quando ero ancora alle prime armi e stavo imparando l'arte dell'intrattenimento." Non capita spesso qualcuno interessato a sapere come sia davvero la vita di un uomo di spettacolo. Di solito la gente si accontenta di chiedere come faccio a fare quello che faccio, a domandare quale sia il "trucco", nessuno invece mi aveva mai chiesto se le gondole mi avevano procurato noie a Venezia o aveva dimostrato di condividere la mia convinzione che a Suez dovrebbero avere delle rampe per consentire ai mezzi anfibi di uscire dal canale usare la strada e rientrare quando qualche motivo blocca una nave davanti a loro. A proposito di mezzi anfibi... spero che il Paradiso degli animali sia ancora in salvo. Yin prima di crollare addormentata mi è sembrata abbastanza
convincente quanto mi ha detto che mi ci avrebbe riportato appena possibile o che quanto meno mi avrebbe lasciato delle indicazioni dettagliate su come ritrovare il carro. Inizialmente non sembrava aver intenzione di mettersi a dormire, come se avesse ancora l'impressione di essere inseguita dal gruppetto incontrato nelle catacombe, ma poi la stanchezza deve aver avuto il sopravvento. Forse è stata tranquillizzata anche il fatto che Ulla l'abbia presa in simpatia e abbia deciso di accucciarsi nella stanza che il nostro nuovo amico le ha indicato. Dalle immagini che recupero da Ulla direi che Yin sta ancora dormendo e probabilmente borbotta e fa strani rumori nel sonno. Ogni volta che provo a contattarla per vedere se tutto procede bene Ulla mi manda un'immagine diversa. Inizialmente Yin, poi un grosso coniglio, poi un procione o qualcosa di simile, quindi di nuovo Yin ma più alta e magra, a un certo punto credo che oarlando nel sonno debba aver detto qualcosa che suonava come "Ulla", perché una delle immagini assomigliava proprio a Ulla stessa. "Comunque quello al porto non è stato il più grosso gruppo di persone cha ha deciso di non apprezzare il mio lavoro, credo che questo onore spetti a Città del Vaticano. Infatti..."

(20:48:46) shelidon:
avatar - PNG - Candystripes

Candystripes: Next time you're feeling blue, just let a smile begin, happy things will come to you, so smurf yourself a grin! Chissà, magari con le scarpe azzurre starei meglio blu. Se stringo forte forte le giarrettiere, le gambe dovrebbero diventare blu, ma poi il problema è che non riesco a muoverle bene e che utilità hanno delle scarpe con i tacchi che tintinnano se poi non puoi farle tintinnare? Potrei chiedere al padrone, di farmi blu. Però allora voglio anche i capelli biondi e la gonnellina bianca, e... dove ho già visto questa immagine? Non allo specchio, sono quasi sicura di non essere mai stata così. Sul vassoio, il vaso tipo Fonthill rischia di spillare vino ungherese così la smetto di beccheggiare così tanto sulle scarpe vecchie mentre penso a quelle nuove. Raddrizzo le spalle nel corsetto. "Se solo riuscissi a cucirmi le scapole insieme, non si sposterebbero e starei dritta senza troppa fatica, ma da sola è un casino, sai?" Tolgo il telefono di miss Faith dalla scollatura e pigio dei tastini con le unghie. Metterei le dita davanti alle labbra, per chiederle silenzio, ma ho finito le mani. Modalità silenziosa. In fondo alla galleria di specchi c'è la stanza di Elisabetta e alla mia destra un'altra tizia con un vaso uguale al mio sta tenendo in bilico il vassoio così male ma così male che potrebbe caderle tutto, anche la mano. Ops. Raddrizzo il vassoio, metto tra i denti il cavo che lega la boccetta al telefono e arrivo fino alla statua: anche lei mi intima il silenzio. Ma sì, lo so, non porto una conosciuta dentro in una stanza senza dire niente a nessuno, non sono mica... non sono... beh, miss Faith l'ha fatto, anche se non è carino pensarlo. La sfinge mi fa dispetto e mi dice ancora di stare zitta. Uffa, in questa casa non si può neanche pensare? E va bene, prendi questo. Le metto il telefono di miss Faith in bilico sull'elmo alato, con la boccetta di vetro che le ondeggia sulla fronte. E adesso voglio vederti, non devi farlo cadere.
La la la-la-la la, sing a happy song...
Mostro la lingua alla sfinge, perché la maledetta ci sta riuscendo, a non far cadere il telefono, vado alla porta e busso leggermente. Piano... piano... Mi tolgo la canzoncina dalla testa con un colpo di spugna, giro il pomolo e spingo. "E' permesso?" Una lama di luce dalla stanza mi attraversa e va a posarsi sulla sfinge equilibrista. Uff... ci manca solo che qualcuno le faccia i complimenti. E a me niente, con questo vassoio così pesante? Quando entro c'è lady Erodiade appoggiata ad un vetro che non c'è, e domin Balthazar mi saluta. "Bene, grazie." Appoggio il vassoio sul tavolino e il padrone come al solito mi fa cenno che vuole versare lui. Mi giro. Sono dritte le cuciture? E senza tintinnare (per ora) mi riguadagno l'uscita. Fatto. Ora, riportare il cellulare di miss Faith in camera. Ma... hey, dov'è finito?

(19:12:08) karis:
avatar - PG - Aida

Aida: Candy continua a muoversi (e a spostare me) attraverso la casa. La casa mi sembra incredibilmente grande. Candy ogni tanto parla. Non capisco se con me o da sola. Non le presto attenzione. Mi guardo intorno (no, guardo non va bene. dovrei avere gli occhi, per farlo. ma la sensazione è la stessa). Lo 妖怪 della casa è più vicino qui. E' una sensazione strana.
Candy traffica di nuovo con l'oggetto per cantare. Qualche piccola scarica. Poi niente. Non capisco a cosa serva.
Poi Candy traffica con la roba che sta portando. Poi fa dei gesti verso una statua. E prende l'oggetto per cantare e ce lo posa sopra. E poi se ne va. Non vorrà lasciarmi qui? Candy sparisce dietro ad una porta. Sì, mi ha lasciata qui da sola. Non mi piace stare da sola.
Penso a qualcosa da cantare aspettando che Candy torni. E poi l'oggetto per cantare si muove. E qualcuno mi parla. Ma non è parla. Perchè per parlare ci vuole la voce. Questa non è una voce. E' un pensiero. Lo riconosco: è lo 妖怪 della casa. Ma non è un semplice spirito. Sembra un'entità incredibilemte saggia e potente, venata da una strana malinconia. Credo che sia un 神. E il pensiero dice Tu devi essere Aida. Se stare a palazzo ti piace, bisognerà trovarti una sistemazione migliore di quella che hai adesso.
E' semplice da capire, senza le parole. Sono lusingata. Il 神 della casa mi conosce, e mi consente di rimanere. Mi concentro per formulare una risposta. ありがとうございます 神様
Intanto l'oggetto per cantare si appoggia sopra un'altra statua (prima non c'era). Proprio mentre Candy riappare da dietro la porta.

(20:03:07) shelidon:
avatar - PG - Gabriel

Gabriel: Eccolo. Dopo averlo ignorato per tutta la serata, il disagio arriva preciso allo stomaco, come un pugno, quando ti vedo appoggiata nel vuoto con la schiena e poni ad alta voce una domanda che non è tanto destinata a mio padre, quanto a me. Ero, io...
Si può fare come dovrebbe essere. Ma come dovrebbe essere?
...avevo intenzione di dirtelo, prima o poi... non ti volevo turbare.
Sono un imbecille, avrei dovuto immaginare che prima o poi l'avresti scoperto in altro modo, e non serve a nulla tentare di giustificarmi pensando che non l'ho mai veramente tenuto nascosto, ma ho solo omesso di dirtelo. Solo un cazzo.
Mi dispiace...
...e però, dannazione, mio padre ha un talento nello scegliere gli argomenti sbagliati! Riprende a parlare e decide di concludere l'infilata vincente ricordandomi quella dannata richiesta, quell'istruzione, e di riflesso quella stessa istruzione espressa da te negli stessi termini. E in questo momento lo odio, lo odio ferocemente.
Jeden z těchto dnů ...
Mi salvano dai cattivi pensieri, come sempre, le donne di casa: Faith inciampa e cade in camera sua, Candy bussa alla porta, e sopra tutti una tua occhiata sembra dirmi "Lo so". La porta che si apre lascia entrare una ventata fresca di vino ungherese, oltre al profumo di Candy che sembra sempre voler esondare dal suo corpo attraverso le cuciture. Ci mostra le due suture a croce che segnano la piega verticale di una calza immaginaria e torna fuori, inseguendo qualche altra mansione autoimposta. L'aria torna a essere pesante e la luce poca: Orville si è appeso al leggio a testa in giù e potrebbe pure smetterla di fare il buffone, per una volta. Tra le zampe ha un pezzo di shuttle mezzo bruciacchiato, che oscilla davanti a lui come un pendolo, e penso proprio di sapere cosa stia cercando di dirmi. Ma è un problema per un altro momento. Verso il vino nei tre bicchieri per lasciarlo respirare e prendo il mio, camminando fino al pianoforte. Sospiro. Mio padre pensa che io abbia smesso, e non ho molta voglia di fargli sapere che si sbaglia, ma ho finito le idee e farei qualunque cosa pur di ammazzare questa conversazione. Poso il bicchiere sulla cassa armonica, provo un accordo, mi siedo. E sulle note di un non succederà mi viene da rispondere in musica ad una voce che dice la principessa si pungerà con un fuso e cadrà morta. Anche se, lo so, l'immagine di me nei panni della fatina dei lillà rischia di risultare assai poco edificante.

(18:53:31) Isabelle:
avatar - PG - Erodiade

Erodiade: C'è un momento. Un momento in cui non sembro essere l'unica a sentirsi intrappolata all'interno di una clepsamia che risucchia la sua polvere in senso contrario, verso il passato. C'è un momento in cui siamo in due. Due granelli di sabbia cristallizzati nel nodo del tempo; cristallizzati sotto l'azione del fulmine lanciato con tanta naturalezza dal Professore, tra i miei pensieri e le tue scuse.
Lo so, Gabriel. Lo so: erano giorni tutti uguali, insonni. Strani. Ostaggi del ricordo. Quello che non so è dove si trovi la sorgente della necessità di proporsi in una simile richiesta. O meglio: non voglio giustificare la necessità di proporsi in una simile richiesta. E' ingiusta ed egoistica e genera questa pesante sensazione che grida a “La Reine au balcone!" e che mi vorrebbe da sola, come Marie-Antoniette de France, a…
E' l'aroma delle mandorle, di nuovo, sotto l'odore pungente del vino, o forse la Variazione della Fatina dei Lillà, sotto le sue mani (sta suonando per me, sta suonando perché io possa distrarmi, perché io possa smettere di pensare), che mi riscuote dall'ennesimo capriccio della memoria. Sonno, morte: a volte può non esistere differenza alcuna tra le due cose, that is not dead wich can eternal lie, and with strange aeons even death may die. Mi infastidisce questo senso di presagio che mi sovrasta: cucito addosso, come le scapole ad angelo di Candy; e neanche il miglior Tokaj dell’Ungheria, a meno che non distillato direttamente dai fiumi di Arcadia, oltre la siepe, riuscirebbe a celarmelo.
Un sorso della Perla delle Fate e non esisterebbe più niente della stanza, o del male, solo una Shanghai sfocata sotto il mio sguardo, al di là del nulla. I took it once, and I traveled very far indeed. In the end I returned and lived, but my night was still filled with strange memories. Così hai ucciso, al posto mio, quel bisogno. Negli anni, fino ad oggi.
Non importa. Ora, tutto si svolge a palazzo, tra la notte XLIX e LII. Il Professore deve essere il Sultano e Gabriel, il Principe sotto incantesimo che suona il pianoforte come la scimmia che compone i versi nella sua scrittura elegante ed io, io sono la Principessa Indiana: destinata a combattere e condannata a vincere contro il Genio, figlio di Eblis, assumendo vari aspetti ed acquisendo talenti straordinari. Fino ad arrivare all’inganno della melagrana ed al fuoco, contro il fuoco: "… Until he tried against me the mode of fire; and rarely does one escape against whom the mode of fire is employed. Destiny, however, aided me, so that I burned him first. Now I Die; and may God supply my place to you." - Having thus said, she ceased not to pray for relief from fire; and lo, a spark ascended to her breast, and thence to her face; and when it reached her face, she wept. Altre version, sicuramente meno generose, si limitano a farmi bruciare finché Morte non giunga a liberarmi dai miei tormenti.
La Principessa piange e brucia e...
La ruota riprende a girare e la Variazione viene conclusa. Tchaikovsky torna a riposare sotto il coperchio del pianoforte, ed anche Balthazar si alza per ritirarsi. Ed io non riesco a concentrarmi.
« Professore » supponiamo pure che la Signora di questa storia sia clemente e che mi permetta di tenere la testa al suo posto. Cosa accade dopo, con tutto il resto? Credete sia possibile... Recuperare le cose perdute, come non se ne fossero mai andate? - prende tempo, porgendomi il suo saluto: “Quello cerebrale è un tessuto che può essere risanato, certo. Ma le informazioni che contiene sono materia fragile: una volta intaccati i ricordi o le conoscenze perdute non tornano più, a meno di riceverli nuovamente da qualcuno che li aveva in custodia". E non è solo questo. Sotto la superficie esiste un altro pensiero, mal riposto, che condivido. Condivido fino a farlo diventare un brivido concreto che solca la mia Foglia del Destino, tra le altre, negli archivi di Madras: « Grazie. »

(00:42:19) shelidon:
avatar - PNG - Balthazar

Balthazar: Non è una delle mie storie preferite, né uno dei miei balletti preferiti, né - se vogliamo proprio parlarne fino in fondo - ho mai amato troppo la musica russa, debitamente salvati alcuni lavori di Prokofiev e Stravinsky. Sarà perché non ho scelto il momento storico migliore per visitare quel glorioso paese, ma l'intera Russia non mi è rimasta esattamente nel cuore e mi sono impegnato a fondo per dimenticarne anche la lingua. Fatto sta che mi coglie di sorpresa l'irruzione della fata cattiva Carabosse e dei suoi paggi-ratto, su cui Gabriel zompetta con la consueta delicatezza e non senza una certa ironia, come ad indurmi a cambiare argomento di conversazione ed a smetterla di essere portatore di cattivi presagi. E mi viene da domandarmi quanto abbia compreso del nostro silenzioso colloquio. La strega invidiosa si trasforma nella fatina buona e poi svanisce, ed al momento di togliere il disturbo la domanda della Signora riesce a distogliermi da quella che sto per fare io a mio figlio. Ma non avevi smesso, di suonare? O, almeno, non era questa la scusa che opponevi ogni volta che ti chiedevo di farlo? Nezáleží na tom. Supponiamo pure che la Signora di questa storia sia clemente...
Non amo supporre, non senza una base ragionevole, ma comprendo: lo spettro dell'oblio è forse l'unica cosa che si arriva a temere, ad un certo punto. Strana cosa il tempo, non credete? Quando pensiamo di averne una razione limitata, ne siamo ossessionati come il pirata dal coccodrillo, ma anche quando la sorte ci fa dono di una proroga illimitata non smettiamo di sentirne il ticchettio. E l'idea di passare una spugna sulla lavagna, di dover ricominciare tutto da capo, è sufficiente per quanto mi riguarda ad augurarmi una repentina recessione della proroga. Vorrei avere una risposta diversa, o poter manifestare anche solo un piccolo dubbio che lasci aperta la finestra, ma... ...quello cerebrale è un tessuto che può essere risanato, certo. Ma le informazioni che contiene sono materia fragile: una volta intaccati, i ricordi o le conoscenze perdute non tornano più, a meno di riceverli nuovamente da qualcuno che li aveva in custodia. Tuttavia, esiste veramente qualcuno che possa dire di essere pronto a rinunciare a tutti i propri segreti?
La Signora ringrazia e ci precede fuori dalla stanza: mio figlio, andato ad aprirle la porta, mi preclude la vista del corridoio di specchi, e quando lo raggiungo è già scomparsa alla vista. "Stavební zajímavé, Gabriel." Anche se forse sarebbe stato più appropriato fare direttamente alla padrona i complimenti per la casa. "Nemáte trochu přehnané?" Ma no, mio figlio riuscirebbe a rendere complicata e animata di vita propria anche un'inbusový klíč. Mi accompagna fino alla galleria e trattiene a stento uno sbadiglio, attaccandomelo. "Nech toho..." La peculiarità di questo problema mi ha assorbito un po' troppo in questi giorni, anche se forse non mi avrebbe assorbito così tanto se non si fosse trattato di una persona vicina, seppur per interposta persona, e l'interposta persona continua a guardarmi come se volesse strangolarmi. "Gabriel, neptejte se na otázky." Non a me, almeno. O comunque non ora. Qualcosa nelle parole di questa conversazione ha cominciato a produrre un suono, nella mia testa, come una goccia a intervalli non regolari, e il buon proposito di tornare in albergo per recuperare un po' di sonno si è trasformato in fretta nell'intenzione di tornare in camera, mettere in infusione un tè e consultare qualche vecchio appunto.
« Professore, ci eravamo accordati diversamente, ma credo di aver bisogno di avere alcune specifiche in più. »
Telepati. Riescono sempre a stupirmi nella naturalezza con cui possono rendersi partecipi di un pensiero formulato in totale autonomia.
"Del gyokuro potrebbe essere considerato di cattivo gusto, date le premesse, ma se volete favorire..." Non ho pensato di portarmi altro, d'altronde non immaginavo che all'Oriental Pearl Tower servissero esclusivamente tè bianco e devo confessare che io e le camelie non siamo esattamente in eccellenti rapporti e con tutto il rispetto non potrei bere un infuso di qualcosa che l'Alabama ha scelto come simbolo. "Mi date mezz'ora di vantaggio?"

(22:28:33) Florence:
avatar - PG - Faith

Faith: Candy ha lasciato Aida sul mio letto, ma l'ho vista solo quando ho portato gli occhi a livello del materasso e non è che sia stato un gesto proprio intenzionale. "Ahio." Tolgo l'auricolare e le rimetto la suoneria. Ho tanto tanto sonno e mal di testa, e mio padre non si vede, e non ho idee sull'articolo. Sguscio fuori dai jeans, mi acciambello nel letto e mi tiro addosso il lenzuolo piegando le gambe. Alzo il braccio per tentare di accedere almeno a wikipedia, magari ci trovo qualcosa che mi dia uno spunto, ma... che stanchezza. Apro un libro elettronico e mi metto un altro cuscino dietro la schiena e mi alzo a leggere le parole nere sul guscio bianco del mio letto. Magari un po' di Edgar Allan Poe mi farà bene, ci sono delle volte che i giorni si trasformano in una manciata inutile di ore e poi spariscono in una bolla di mal di testa.
At midnight, in the month of June,
I stand beneath the mystic moon.
An opiate vapor, dewy, dim,
exhales from out her golden rim,
and, softly dripping, drop by drop,
Upon the quiet mountain top,
Steals drowsily and musically
Into the universal valley."

Sto già sentendo gli occhi chiudersi, quando si apre la porta ed entra mio padre. Si ferma e fa dietrofront. "No, aspetta..." ...non sto dormendo, e... "...resta qui un attimo." Allungo la mano alla cieca, nella penombra della stanza e del mio sonno, fino a che non riesco ad agguantare un lembo di giacca e a tirarlo seduto sul bordo. "Ti volevo dire... Ehi, lo stavo leggendo!" Mi ha spento il letto, e adesso? Lascio andare la presa sulla giacca e mi rimbocco il cuscino sotto la guancia, sbuffando. Ride.
"The rosemary nods upon the grave; the lily lolls upon the wave; wrapping the fog about its breast, the ruin moulders into rest..."
La sua voce è così morbida che non posso oppormi, e fa molto più che alleviarmi il mal di testa. Forse è questo un kanashibari, forse me lo sta facendo proprio ora e sono troppo stanca, già troppo conquistata per capirlo o mostrarlo ad Aida.
"Oh, lady bright! can it be right— This window open to the night. The wanton airs, from the tree-top, laughingly through the lattice-drop— the bodiless airs, a wizard rout, flit through thy chamber in and out, and wave the curtain canopy so fitfully—so fearfully— above the closed and fringed lid 'neath which thy slumb'ring soul lies hid, that, o'er the floor and down the wall, like ghosts the shadows rise and fall."
Mi acciambello sotto il lenzuolo, con la boccetta del telefono stretta nella mano, e strofino la guancia contro il cuscino. Vorrei domandargli della partita a carte di domani, Clarissa è stata così vaga e andava di fretta come fa solo quando ha qualcosa da organizzare (e dei fiori da comprare). Ma il sonno mi sta scivolando addosso come un secondo lenzuolo e non riesco a tenere gli occhi aperti.
"Oh, lady dear, hast thou no fear? Why and what art thou dreaming here? Sure thou art come o'er far-off seas, a wonder to these garden trees. Strange is thy pallor, strange thy dress. Strange, above all, thy length of tress, and this all-solemn silentness. The lady sleeps! Oh, may her sleep which is enduring, so be deep."
"Aspetta, volevo farti vedere..." Mi sfilo il guanto dalla mano, ma sento la mia voce lontana e impastata e la mano che ricade sul cuscino sembra quasi non sia la mia.

(03:05:08) karis:
avatar - PG - Aida

Aida: Candy ha recuperato l'oggetto per cantare. Mi ha spostato di nuovo attraverso la casa, fino alla camera di Faith. Non ci ho fatto caso. Sto ancora pensando al 神 della casa. La sensazione strana. E "trovarti una sistemazione migliore". Chissà cosa ha in mente. Non le ho detto che io sto bene anche qui, sarebbe stato scortese. Però magari il 神 della casa ha in mente qualcosa di meglio. Magari come la parete della mansarda. La parete della mansarda mi piace, definisce molto meglio i suoni. O quell'altro posto...
(la boccetta trema)

Rientra Faith. Sbatte nel letto, traffica con l'oggetto per cantare, si corica. Non mi parla. Chissà perchè? Sembra stanca.

Entra qualcuno. Lo conosco. L'ho incontrato prima con Faith. E anche un'altra volta. Mi sforzo di ricordare. I ricordi sono confusi. Era prima di Faith, prima dell'oggetto per cantare. Ora ricordo. Era nella mansarda. So anche come si chiama... Gabriel (mi sembra diverso da com'era nella mansarda. ma forse mi sbaglio)

(17:53:08) shelidon:
avatar - PNG - Al

Al: No. Devo assolutamente presentare a Clarissa questo tizio. Al confronto di questo, l'articolo di Faith sul changeling di Nashville sembra la storia normale di un impiegato di banca. "Sì, devo confessare che io stesso non conservo grandi ricordi del mio soggiorno italiano." Certo, erano altri tempi, ma vedo che le strategie per esprimere dissenso nei confronti di uno straniero non si sono fatti più raffinati con il passare dei secoli. Certo, non so se ammirare uno cui venga in mente di provare uno spettacolo di magia in piazza San Pietro prima della liturgia natalizia ad noctem: dovrei piuttosto chiamare degli uomini in camice bianco per prendersene cura, ma se dovessero portare via tutti i matti di questo palazzo, tra me e gli altri, temo che lady Erodiade si ritroverebbe da sola.
Poso sul tappeto la tazza vuota e lascio che si posi sul pavimento. Uno dei miei si avvicina a piccoli passettini, si china e... beh, interessante quella cosa che ti sei messa sotto l'albornoz, Margaret, ma mi volevi anche dire qualcosa? Faccio un cenno al mio ospite, che stava ripartendo con un'altra storiella. "Chi, dove? Ah. Capisco. Dov'è Gabriel?" Ahia. Meglio non disturbare. E va bene. Mi alzo sulle ginocchia e poi in piedi. "C'è una persona che vorrei presentarti, sempre che tu sia interessato a farti intervistare per il North China Daily News." E sempre che lei sia interessata a far pubblicare una qualunque di queste assurde vicende, ma credo che sarebbe una valida aggiunta nel quadro picaresco della pagina quarantasette. "Solamente, è un po' impegnata al momento: dovremmo andare noi da lei." Un po' impegnata è forse un eufemismo, ma non c'è bisogno di entrare troppo nei dettagli: in piena città vecchia e senza essere colto alla sprovvista penso di essere perfettamente in grado di occuparmi di Shin e del suo circo, anche se mi piacerebbe sapere come mai stanno dando la caccia proprio a Clarissa, di tutte le persone. Che sia per via dell'articolo sui panda? Non mi sembrava li nominasse direttamente. Bah, pazienza. Mi sto specializzando in folle inferocite, a quanto pare. Aspetto una risposta dal mio ospite, mentre penso a cosa fare della ragazza. Sarà il caso di lasciarla riposare, ma è meglio mi assicuri che non se ne vada troppo a zonzo: in fin dei conti non sono ancora riuscito ad avvertire di aver dovuto dare asilo a questa strana coppia. Per non parlare del cane.

(06:55:46) Simone:
avatar - PG - Ted

Ted: Ci metto qualche istante a capire che dicenso "dovremmo andare noi da lei" il moi nuovo amico intende che dobbiamo avviarci in questo istante. Comunque appena vedo che, oltre ad essersi alzato, il mio nuovo amico sembra iniziare a muoversi mi sbrigo a seguirlo. "Un'intervista? Volentieri, ma preferisco anticipare che il Paradiso delgi animali può essere fotografato solo da fuori, inoltre in questo preciso momento non è esattamente disponibile... nel caso servissero degli scatti sarebbe da andare a recuperare..." a proposito... mi rendo conto che è qualche minuto che non controllo come stanno Ulla e Yin quindi, mentre continuo a parlare, provo a fare una rapida verifica. Valutata la sequenza di immagini che mi arriva da Ulla non capisco se stia ancora guardando realmente Yin facendosene un'idea diversa ogni minuto o se si sia addormentata anche lei e stia sognando. Nell'ordine vedo: quella che sembra una versione in scala ridotta ma perfettamente proporzionata di una elegante dama cinese addormentata seguita, dopo pochi istanti, dall'apparizione della pazza proprietaria del locale che ho preferito abbandonare l'altra sera. Non so se trovare più curioso il fatto che Ulla, dal breve racconto che le ho fatto di quella situaziozione, sia riuscita a immaginare in modo quasi perfetto quella donna o dal fatto che il "quasi" che separa l'immagine dalla perfezione siano due notevoli orecchie da coniglio piantate in testa alla cinese. Sono sul punto di abbandonare i pensieri di Ulla per lasciar riposare ancora un po' lei e Yin quando mi arriva un'ultima immagine: la cinese con le orecchie da coniglio scompare all'improvviso e un'istante dopo la piccola giapponese energica si ritrova in piedi di fronte a Ulla. "... a proposito... credo che Yin si sia svegliata."

(17:04:15) shelidon:
avatar - PG - Gabriel

Gabriel: Faith ha talmente tanto mal di testa che lo sta attaccando anche a me: che diavolo ha bevuto, ieri? Devo fare due chiacchiere con Candy, perché spero proprio che questo odore di papavero sia solo una nuova essenza per la cabina armadio. Sono appena riuscito a farla addormentare quando le suona il telefono. Ma che cazzo...? Oh no, non di nuovo! Mi alzo in piedi e quasi sbatto la testa contro il guscio superiore del letto, rimanendo combinato come il pulcino Calimero: Faith si agita, si gira sull'altro fianco e ricomincia a respirare pesantemente. Raccolgo il telefono. Da un estremo penzola una boccettina di vetro leggermente appannata in cui rotola su e giù un oggetto circolare che mi è stranamente familiare. Ecco dov'era finito. E ho come la vaghissima impressione che ci sia di nuovo lo zampino di Al. Tentokrát jsem ho zabiju... Cosa dire a un fantasma in bottiglia che sta abbracciato a uno dei tuoi gemelli d'argento e attaccato al cellulare di tua figlia? Appoggio due dita sulla fronte di Faith e le chiudo i padiglioni auricolari: continua a dormire, tu, facciamo i conti domani. Rispolvero il mio giapponese e vediamo se la mia deduzione era giusta o se davvero Faith ha messo una suoneria balorda. "Buonasera, Aida, vedo che Le hanno trovato una sistemazione... più o meno decorosa: vedremo di arrangiare qualcosa di meglio nei prossimi giorni." Una provetta di Talia, per esempio. Anche se, guardando il modo in cui Faith teneva il telefono, ho di nuovo un cattivo presentimento, e ho come l'impressione che mi troverò presto a domandare ad Ero un nuovo permesso di soggiorno.
La risposta del fantasma mi scivola addosso, senza che nemmeno mi conforti l'aver indovinato. Cosa diavolo ha fatto Faith alla mano? Sembra l'abbia infilata in un secchio di gesso e abbia dimenticato di pulirsela, o che un grosso spavento abbia fatto impallidire solo questa. Non voglio illudermi che sia stato volontario, ho già fatto questo errore troppe volte per i miei gusti. Però posso cogliere l'occasione per un esperimento. "Aida, vorrebbe essere così cortese? Quando Faith si sveglia, Le dica che vorrei parlare con lei." Ho ben intenzione di lasciarle il messaggio anche in altro modo, ma fino ad ora ho sentito il fantasma esprimere concetti semplici, saluti o ringraziamenti: voglio vederla alle prese con un concetto più complicato. "Molto gentile. Con permesso..." Rimetto il telefono sul cuscino di Faith, sollevo la boccetta nel palmo della mano e mi chino in avanti. Non è la prima volta che rivolgo un baciamano ad un fantasma, ormai so che bisogna essere creativi.
Sopra di noi la casa è attraversata da solitari scalpiccii. George è uscito, Clarissa non è in casa, Ross... meglio non indagare su cosa stia facendo lui. Dalla camera di Jeanne, proviene un intenso suono di matita su carta. Quels sont les infortunés que le soir ne calme pas, et qui prennent, comme les hiboux, la venue de la nuit pour un signal de sabbat? Erodiade è fuggita di sopra appena varcata la soglia del salone di Elisabetta, mi è bastato sentirla sfilarsi il turchese dai capelli e scagliarlo contro una libreria per capire che no, non sono riuscito a farmi perdonare o a rimettere nel loro cassetto i cattivi ricordi che mio padre, in due semplici e rapide mosse, è stato capace di liberare. Meglio lasciarla in pace ancora per un po'.
Faccio un altro piano di scale e torno da Orville. Malý okřídlený idiot... Se ne sta ancora appeso a testa in giù al leggio, mentre Candy riordina il tavolo e mi guarda con la classica espressione da Chucky la bambola assassina, quella che ha quando mi odia. Sono sicuro che sia perché nessuno di noi ha bevuto il vino. Carica tutto sul vassoio, infila la porta e se ne va, richiudendosela alle spalle con la caviglia e un gran tonfo. Mi faranno santo. "Allora, piccolo deficiente, si può sapere che cosa c'è?" Lo so benissimo che tanto in questa forma non mi capisce, ma il tono è più o meno sufficiente ad indurlo a lasciarmi cadere in mano il frammento di una bussola a correzione galvanica, precedentemente parte di uno shuttle il cui numero di serie è rimasto inciso su uno dei due cavi. GNDN-7 Ecco fatto. Proprio una bella notizia, per la moglie del programma spaziale. A giudicare dalle bruciature, sembra sia stato interessato da un'esplosione abbastanza intensa e ravvicinata, è in momenti come questi che mi pento di aver spedito Hope sulla luna, ma Orville mi distrae dal pensiero attaccando a svolazzare. Si chiude a palla poi e apre le ali di colpo. Una. Due volte. Due esplosioni? Entrambe dalla stessa mano? Ma dai... "Qualche collegamento con l'esplosione della grossa ciambella il mese scorso?" Strizza gli occhietti e rimane immobile. No. Per un attimo avevo sperato che la pista per l'esplosione al Wellfairytale fosse tornata calda, specie ora che credo di tenere in casa l'ectoplasma della sua vittima più celebre. Ma non si può avere tutto dalla vita, e io già ho una cantante lirica in un cellulare ed un pipistrello asmatico che i topi venerano come loro re. Mi siedo, tolgo una striscia di carta dal polsino della camicia e scrivo due righe alla signora Lee. Poi chiudo il messaggio in una perla d'ambra e... "Orville, vieni qui." E cerca di non fare cazzate, nel tragitto da qui alla Clep tower, se ti riesce.
Più facile a dirsi che a farsi. Gli apro in fretta un altro vetro prima che ci vada a sbattere contro. "Gli ultrasuoni, testa di cazzo!" Tanto non mi capisce, per lui è tutto vista e il problema di parlare con queste bestie è che bisogna usare il loro stesso vocabolario. Ma riuscire a capire come chiamino certe cose, davvero, a volte non è affatto ovvio. Chiudo le finestre in faccia alla Shanghai illuminata, sbadiglio dietro il dorso di una mano e torno verso la scalinata. Ero...?
Mi risponde il ticchettare dei suoi tacchi sui gradini, e la sua figura mi compare davanti all'altezza del 323° piano. E' lo specchio rovesciato della donna che era con noi nel salone, con i capelli sciolti e un abito chiaro che sembra cercare di nasconderla. "Ero? Stai...?" Interrompo la domanda: è così ovvio che stai uscendo. E altrettanto ovvio che non hai intenzione di chiedermi di accompagnarti. Non so se hai ancora voglia di parlare. "Vuoi che ti aspetti?"
« So che sei stanco, Gabriel. Possiamo parlare domani. »
Alzo gli occhi e li punto nei suoi, lei fa due passi verso di me, e sembra intenzionata ad alzare una mano nella mia direzione, ma quando salgo uno scalino il momento è passato.Come vuoi.
« In ogni caso non starò via molto. »
E mentre lei scende in fretta, scivola tra la mia esitazione e la tentazione di trattenerla. La guardo sparire nell'abbraccio delle scale, prima di percorrere gli ultimi dieci piani fino alla mia camera. Sfilo la giacca e allento il nodo alla cravatta: quando arrivo ai gradini che salgono all'alcova, il mio abbigliamento si è mutato in qualcosa di più adatto ad una passeggiata tra i cuscini, verso una penombra più confortante. Il mio subconscio sta cercando di dirmi qualcosa. Scosto le tende, agguanto l'ultima edizione cartacea delle Ladies of Grace Adieu da una mensola e lascio cadere un disco sul grammofono, prima di lasciarmi andare sui cuscini e sulla seta del futon. Come mi sono lasciato indurre a riprendere in mano questo libro? Ah già. Neil. Sospiro e mi ci rimetto, mentre il grammofono di Singapore prova a convincermi che va tutto bene. Solitamente lo uso solo in maggio, quando la minima perturbazione elettromagnetica non fa che peggiorare le crisi di Erodiade, ma in fondo mi piace il suo crepitare un po' sporco sui suoni. Ray Conniff dal disco e Mrs Mabb della storia, come in una congiura, stanno provando a spiegarmi che forse è il caso di dormire un po'. E, alla fine, ci riescono.

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